02/01/2026
Come sempre mi dispiace di essere in netta contrapposizione rispetto a giornalisti e influencer vari che al posto di unirsi al cordoglio di tutte le persone civili di ogni e qualsiasi nazione e paese si mettono a sparare a zero in cerca di sensazionalismo.
Con ancora i corpi dei ragazzi caldi, si crea il solito salottino modello Garlasco, un paio di opinionisti, qualche tuttologo, un po' di inviati in ogni dove, un conduttore apparentemente equo e via con la caccia al colpevole, via con il processo guadagna ascolti.
Naturalmente si dimenticano tragedie tipo Rigopiano, funivia del Mottarone, ponte Morandi, disastro Costa Concordia, diga del Vajont e molte altre.
Improvvisamente si tende a dipingere l’Italia come un paese preciso e rigoroso nei confronti di una Svizzera senza bussola e senza coscienza, come se la si stesse aspettando al varco per colpirla al primo errore. Che brutto modo di pensare e di ragionare.
In alcuni articoli e in molti commenti ho persino avuto l'impressione che ci fosse come un velato godimento nell’evidenziare “finalmente” una grave mancanza di un paese come la Svizzera.
È evidente che a Crans Montana ci siano colpe e colpevoli, ed è palese che chi doveva controllare non lo abbia fatto e debba pagare.
La riflessione però deve spingerci in un’altra direzione.
Il punto è che quella di Crans Montana non è stata una fatalità, ma è stata una tragedia annunciata, figlia del culto spasmodico dell’apparenza, dove “fare scena” vale più della sicurezza e dove la prudenza è considerata noiosa, persino vergognosa.
Un locale piccolo, chiuso, affollato, privo di requisiti di sicurezza, strapieno di bottiglie di champagne con candele accese, dove l’esibizione forzata e il ridicolo hanno ucciso.
Il punto è che i controlli non sono superflui, la sicurezza non è affatto noiosa, perché quando diventa un optional, le vittime (ignare e inconsapevoli) sono sempre il prezzo pagato per la stupidità, l’avidità e l’ingordigia di qualcun'altro.
Così, in un giorno tanto triste, diventa essenziale rispettare la vita e la memoria di tanti poveri ragazzi morti ingiustamente per negligenze, mancati controlli e sicurezza praticamente inesistente.
Ora è tempo di silenzio, di rispetto e riflessioni.
Si lascino i processi ai tribunali.
L’epoca della caccia alle streghe è finita, considerato oltretutto che quei ragazzi il loro rogo l’hanno già patito.
S.M