Dott. Giuseppe Giovanni Circhirillo - Psicologo

Dott. Giuseppe Giovanni Circhirillo - Psicologo Narrare, ricordare, ricostruire...
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Ha studiato psicoterapia relazionale presso il C.T.R. di Catania,.

Tra i principali interesse vi è la terapia ricostruttiva interpersonale di Lorna Smith Benjamin e la psicologia etno-sistemica. Ha studiato psicoterapia relazionale presso il C.T.R. di Catania, sede del Centro Studi di Terapia della Famiglia di Roma.

Dalle sedute di oggi porto con me una frase che mi ha toccato in profondità, pronunciata da una paziente che ha conosciu...
20/01/2026

Dalle sedute di oggi porto con me una frase che mi ha toccato in profondità, pronunciata da una paziente che ha conosciuto molto dolore:

“Non puoi costruire la tua felicità sul dolore degli altri.”

Parole semplici, ma pesanti come pietre.
Ricordano una verità antica: il benessere vero non nasce dal vincere sull’altro, né dal farsi scegliere a costo di annullare qualcuno. Nasce dal rispetto, dai confini, dalla capacità di non usare le ferite altrui per sentirsi interi.

A volte il dolore più grande non è solo quello che subiamo,
ma quello che ci accorgiamo di aver permesso.

Crescere significa anche questo: smettere di chiamare amore ciò che ci chiede di tradire noi stessi o gli altri.

D. è una donna di 45 anni. Separata. Un figlio adolescente.Lavora come donna delle pulizie. La sua storia familiare è se...
15/12/2025

D. è una donna di 45 anni. Separata. Un figlio adolescente.
Lavora come donna delle pulizie. La sua storia familiare è segnata molto presto dalla rottura dell’ordine. Quando ha sei anni, il padre cade da un balcone e rimane tetraplegico. Da quel momento la famiglia si organizza intorno alla malattia. La madre lavora, assiste il marito, piange spesso per la disperazione. La sorella maggiore, già adolescente, entra in forte conflitto con la madre.
Lei, invece, si adatta.
Diventa presto una bambina “grande”. Aiuta in casa, assiste il padre, impara gesti che non appartengono all’infanzia: cateteri, pulizia, silenzio. Per anni la famiglia vive tra casa e ospedale. Quando lei ha quattordici anni il padre muore. Dieci anni dopo muore anche la madre, accudita fino alla fine proprio da lei.
Nella sua infanzia non restano fotografie. La madre, travolta dalla rabbia e dal dolore, le ha buttate via. Di quel tempo restano pochi ricordi e un’immagine di sé: “ero cicciottella”. La sorella era “la Barbie”. In quel sistema il cibo ha un significato preciso. Il sabato, andare a fare la spesa, era l’unico momento sereno. Il cibo non era piacere, era sicurezza. Contenimento. Ordine. In seduta, racconta che mangia dalla pattumiera mentre lavora nelle case degli altri. Lo dice con vergogna. Dice che le fa schifo, ma non riesce a fermarsi. Non parla di fame. Parla di un gesto che accade automaticamente.
In seduta non emerge un impulso incontrollato, ma una posizione antica. Quel gesto assomiglia molto al posto che ha occupato nel suo sistema familiare: prendere ciò che resta, senza chiedere, senza disturbare. Mangiare lo scarto diventa il modo più coerente che il corpo ha per raccontare chi è stata. Il significato non è nel cibo, ma nella lealtà.
Lealtà a una storia in cui lei ha imparato a sopravvivere mettendosi da parte, reggendo il dolore degli altri, trovando nel corpo l’unico spazio possibile di autoregolazione.
In psicoterapia familiare non si combatte il sintomo.
Lo si ascolta. Perché spesso è l’unico modo che il sistema ha trovato per restare in piedi.

René Girard, filosofo e antropologo francese, ci parla del desiderio come di un movimento mimetico: non desideriamo mai ...
17/10/2025

René Girard, filosofo e antropologo francese, ci parla del desiderio come di un movimento mimetico: non desideriamo mai in modo completamente autonomo, ma attraverso l’altro. È l’altro a indicarci, con il suo stesso desiderare, ciò che vale la pena volere. Nel rapporto tra padre e figlio, ad esempio, questo meccanismo può assumere un significato profondo e talvolta conflittuale. Il padre diventa modello, colui da cui il figlio apprende come stare al mondo, ma proprio in questa imitazione può nascere una tensione. Il desiderio di essere come lui si intreccia con quello, inevitabile, di differenziarsene.

Girard parlerebbe qui di rivalità mimetica: l’altro, amato e ammirato, diventa anche il limite da superare. Nella crescita, il figlio cerca di appropriarsi del mondo attraverso lo sguardo del padre, e questo può essere vissuto come una minaccia da chi teme di essere sostituito, oppure come una naturale eredità da chi sa lasciare spazio.

In questa prospettiva, troviamo un’interessante risonanza con il pensiero di John Byng-Hall, che nel suo lavoro sui copioni familiari mostra come ogni famiglia trasmetta ruoli, aspettative e narrazioni di sé. Il figlio, per appartenere, si muove dentro queste storie, cercando di essere fedele a un copione che lo precede e, allo stesso tempo, di scrivere la propria parte. Anche qui, la tensione tra imitazione e autonomia è al centro del processo di crescita.

Girard e Byng-Hall, pur provenendo da linguaggi diversi, si incontrano nel descrivere lo stesso movimento: quello di chi cerca di diventare se stesso attraverso la relazione con chi lo ha generato. La rivalità, in questa luce, non è soltanto scontro ma passaggio. Quando viene riconosciuta e attraversata, può trasformarsi in continuità, in trasmissione, in un modo nuovo di appartenere senza perdersi.

Ogni figlio che imita il padre non vuole togliergli il posto, ma cercare il proprio, a partire dal suo sguardo.

15/10/2025
Chi si prende cura di una pianta sa che, a volte, per farla crescere occorre tagliare.Non per distruggere, ma per permet...
15/10/2025

Chi si prende cura di una pianta sa che, a volte, per farla crescere occorre tagliare.
Non per distruggere, ma per permettere una nuova fioritura.
Così accade anche nella vita. Ci sono rami, relazioni, abitudini, ruoli, pensieri che, seppur familiari, non lasciano più passare la luce.
La potatura diventa allora un atto di cura, non di perdita. È scegliere ciò che può ancora fiorire, e lasciare andare ciò che appesantisce.
In psicoterapia, questo processo si rinnova ogni volta: riconoscere cosa tenere, cosa trasformare, cosa lasciare.
Ogni “taglio” consapevole apre spazio alla crescita, alla libertà, alla vita che riprende a scorrere.

Potare significa avere fiducia nel tempo che farà germogliare di nuovo ciò che abbiamo scelto di custodire.

Nel corso della mia esperienza professionale ho avuto l’opportunità di lavorare sia nei sistemi di prima che di seconda ...
12/09/2025

Nel corso della mia esperienza professionale ho avuto l’opportunità di lavorare sia nei sistemi di prima che di seconda accoglienza, fino ad approdare oggi alla supervisione. In questo cammino ho incontrato numerose storie di vita che mi hanno insegnato come i processi migratori non possano essere letti unicamente nella loro dimensione individuale, ma vadano compresi come fenomeni che coinvolgono intere reti familiari, comunitarie e sociali.

Il mio percorso in psicoterapia sistemico-relazionale, unito a un profondo interesse per la sociologia delle migrazioni, mi ha aiutato a sviluppare uno sguardo capace di accogliere la complessità: integrare le differenze culturali con le dinamiche affettive, tenere insieme i vissuti personali con i contesti di appartenenza, cogliere le interdipendenze più che le singole traiettorie. Come ricordava Gregory Bateson, non è possibile comprendere la vita psichica senza considerare il contesto relazionale e ambientale in cui essa prende forma. Allo stesso modo, l’etnopsicologia ci invita a non separare mai la dimensione culturale da quella emotiva, evitando semplificazioni riduttive.

Le riflessioni di Georges Devereux sul bisogno di un approccio transculturale e l’esperienza di Tobie Nathan nell’etnopsichiatria rappresentano, in questo senso, riferimenti fondamentali: entrambi offrono strumenti preziosi per leggere la migrazione come un evento trasformativo che ridefinisce legami, appartenenze e possibilità di futuro, più che come un semplice spostamento individuale.

Ogni incontro in questi contesti diventa per me una lezione di resilienza e di umanità. Porto con me sguardi, gesti e narrazioni come parte viva del mio modo di fare psicoterapia, nella consapevolezza che ogni storia custodisce una ricchezza di significati che merita di essere riconosciuta e rispettata.

In terapia si parla spesso del “tempo”, ma raramente ci si ferma davvero a pensare a quanti tempi convivono nella stanza...
02/08/2025

In terapia si parla spesso del “tempo”, ma raramente ci si ferma davvero a pensare a quanti tempi convivono nella stanza terapeutica. C’è il tempo del sintomo, che può insistere da anni o esplodere all’improvviso. Il tempo del paziente, che vorrebbe cambiare subito ma non riesce ancora a lasciar andare. Il tempo della famiglia, che spesso si muove più lentamente, legata a copioni e ruoli sedimentati. E poi c’è il tempo del terapeuta, che osserva, aspetta, ascolta, cercando quel momento giusto in cui qualcosa può iniziare a trasformarsi.

Luigi Boscolo e Paolo Bertrando ci hanno insegnato che il tempo in terapia non è solo una linea retta che va dal passato al futuro. È un tempo circolare, soggettivo, relazionale. È fatto di memorie che ritornano, di storie che cambiano significato, di legami che si riscrivono. A volte un evento accaduto dieci anni fa entra nella seduta come se fosse successo ieri. Altre volte un’intuizione nata oggi comincia a cambiare il senso del passato.

Non esiste un “tempo giusto” valido per tutti. Ogni persona ha il suo ritmo. Ogni sistema ha il suo modo di attraversare il dolore, il cambiamento, la guarigione. Il compito del terapeuta non è forzare i tempi, ma ascoltarli, rispettarli, accoglierli. Perché certe parole hanno bisogno di maturare. Certi silenzi hanno bisogno di essere custoditi. E certi passaggi, semplicemente, non si possono anticipare.

Il cambiamento, in fondo, non arriva quando vogliamo noi. Arriva quando il sistema è pronto. E quel momento, come scrivevano Boscolo e Bertrando, non lo si può prevedere, ma solo riconoscere, con delicatezza, quando si affaccia.

Martina, malata da anni, ha dovuto recarsi in Svizzera per accedere legalmente a un suicidio assistito. Ha affrontato la...
01/08/2025

Martina, malata da anni, ha dovuto recarsi in Svizzera per accedere legalmente a un suicidio assistito. Ha affrontato la sofferenza con coraggio, chiedendo semplicemente di poter restare padrona della propria vita fino alla fine. Credo fermamente che la libertà e la dignità non debbano finire dove inizia la malattia. Non si sceglie di morire per debolezza, ma per amore della propria dignità, quando ogni altra possibilità è stata esaurita. Sostenere il diritto all’eutanasia o al suicidio assistito non significa “togliere valore alla vita”. Significa, al contrario, riconoscere quanto essa sia sacra tanto da meritare che ciascuno possa scegliere quando lasciarla, con rispetto e accompagnamento. In terapia ascoltiamo spesso la fatica, il dolore, la voglia di essere visti, capiti, non giudicati. Il compito di chi cura non è trattenere a forza, ma accompagnare con verità, con umanità, fino alla soglia. Serve una legge giusta, che non costringa più nessuno a “espatriare per morire”. È tempo di colmare questo vuoto con responsabilità, compassione e buon senso. Sono, con convinzione, favorevole al diritto al fine vita. Non è una resa. È un atto profondo di rispetto per la libertà e la sofferenza altrui.

Nel castello della Bella e la Bestia, l’ala ovest è uno spazio proibito. Lì, la Bestia custodisce la rosa incantata, emb...
25/07/2025

Nel castello della Bella e la Bestia, l’ala ovest è uno spazio proibito. Lì, la Bestia custodisce la rosa incantata, emblema della maledizione, del tempo che passa e di una ferita originaria non sanata. Nessuno può entrarci. Lì si concentrano la vergogna, la perdita, il senso di colpa. È uno spazio off-limits, sigillato dalla paura: paura di vedere, di essere visti, di toccare ciò che fa troppo male. L'ala ovest rappresenta metaforicamente il luogo psichico del trauma, del dolore rimosso o non riconosciuto, quella parte della storia personale che resta congelata, cronicamente esclusa dal discorso e dall’identità narrativa. È l’inconscio familiare o individuale che continua a pulsare sotto traccia, generando sintomi, agiti, distanze, solitudini. L’ala ovest è dunque lo spazio del non detto e dell’irrisolto, ma anche del potenziale cambiamento. Quando Belle entra e vede, qualcosa cambia: la ferita può finalmente essere testimoniata. E la Bestia, che inizialmente reagisce con rabbia, si lascia perturbare. Come accade spesso in terapia, quando il terapeuta tocca un punto nodale e il paziente risponde con ritiro, irritazione, ambivalenza. Ma poi resta. E da lì inizia il vero lavoro. La rosa che perde i petali è il tempo psichico: più si evita l’accesso al dolore, più si avvicina la cristallizzazione della sofferenza. Ma se qualcuno entra, guarda, e non scappa, allora si può riscrivere la storia.

Il secondo teorema di incompletezza di Gödel afferma che un sistema non può dimostrare la propria coerenza dall’interno....
04/06/2025

Il secondo teorema di incompletezza di Gödel afferma che un sistema non può dimostrare la propria coerenza dall’interno. Questo principio, se applicato simbolicamente alla psicoterapia, ci ricorda che la mente umana, quando è immersa nella propria sofferenza, spesso non riesce a trovare da sola la via d’uscita. La psicoterapia, allora, è come un punto esterno al sistema: offre uno sguardo altro, un contesto relazionale in cui è possibile riflettere su se stessi con maggiore chiarezza. Proprio come un sistema logico ha bisogno di un metalinguaggio per valutarsi, l’essere umano ha bisogno dell’altro, del terapeuta, per ritrovare coerenza, significato e ordine.
In fondo, come ci insegna Gödel, “nessuno si salva da solo”.

"Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide."(Ernest Hem...
07/05/2025

"Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide."
(Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929)

“Anche quando tutto crolla, la dignità del dolore resta. E va ascoltata.”Le Troiane - EuripideEuripide, con la voce anti...
15/04/2025

“Anche quando tutto crolla, la dignità del dolore resta. E va ascoltata.”
Le Troiane - Euripide

Euripide, con la voce antica di Ecuba e delle donne troiane, ci ricorda che la tragedia non è solo perdita, ma anche testimonianza. In quel dolore che resta, c’è dignità. Non la dignità del vincente, ma quella di chi ha amato, sofferto, perso… e continua a sentire. Ascoltarlo è un atto sacro. Perché nel nostro tempo frenetico, che scansa il lutto come un ingombro e mette in vetrina solo sorrisi, dare spazio al dolore significa restare umani. Significa resistere con grazia. È riconoscere che anche le lacrime hanno un ordine, un peso, una necessità.

Indirizzo

Agrigento
92100

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