15/02/2023
È Shatzy a pronunciare questa frase, rivestendosi dopo una notte con l'ennesimo uomo di cui non ricorderà il nome (ammesso l'abbia mai saputo). Con questo espediente, Alessandro Baricco, in "City", ci propone una riflessione serissima. Cresciamo pensando di essere destinati a qualcosa, veniamo educati a una direzionalità e inanelliamo una serie di azioni e di scelte che dovrebbero portarci a uno specifico traguardo, tra successi, frustrazioni e, magari, anche cambi di programma. Così finiamo per identificarci con la strada, con quel percorso che necessariamente ci porterà dove vogliamo, dove forse, dobbiamo, per una legge superiore che non abbiamo mai indagato. Finiamo per essere ciò che studiamo, il lavoro che facciamo, il ruolo che ricopriamo in famiglia, lo stato civile. Affascinati del romantico e inflazionato aforisma per cui lo scopo di un viaggio è il viaggio stesso e non la meta, perdiamo di vista i luoghi. Un posto è fatto di case, di colori, di suoni, di animali indigeni e non, di odori, di sguardi, di sapori. E se tutte queste cose, fuor di metafora, fossero le nostre speranze, fragilità, paura, passioni, inclinazioni, la velocità del respiro, le pulsioni sessuali e tutto ciò che ci connota e ci rende meravigliosamente unici, perdere di vista il "posto" significherebbe perdere di vista noi stessi per identificarci con un groviglio di strade che portano alla fine non importa dove. Non si tratta di abbandonare la via, di cancellarla dalle nostre personalissime mappe. Le strade sono fondamentali per collegarci, per metterci in comunicazione, per realizzare scambi, fare rifornimenti. Ma noi non portiamo in nessun posto: noi siamo un posto.