Emmaus - Casa di preghiera

Emmaus - Casa di preghiera Accoglie tutti! Giovani e adulti, laici e religiosi, da soli o in gruppi, credenti o non credenti.

Emmaus accoglie tutti: giovani e adulti, laici e religiosi, da soli o in gruppi, credenti o no in un luogo di pace per riscoprire la bellezza del silenzio, della riflessione e della condivisione fraterna. Emmaus permette una sosta di silenzio, nella preghiera, nella riflessione, nella condivisione fraterna per riscoprire o approfondire i valori fondamentali del Vangelo. Emmaus è aperta ad ogni persone che, nelle inevitabili difficoltà o nei momenti di stanchezza o di indecisione, si è allontanata dall'ideale di vita cristiana e vuole riscoprire l'Amore misericordioso di Dio e la dignità a cui è chiamata. La comunità propone incontri di formazione, preghiera, approfondimento, riflessione...
La comunità è sempre a disposizione di tutte quelle persone che desiderano essere aiutate nel proprio cammino di fede. Riceve gruppi o persone singole che lo richiedono per un'esperienza di preghiera, approfondimento spirituale, esercizi, ritiri...

19/02/2026

"Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete"

Questo è un passo della prima lettura di oggi che viene riprese con altre parole da Gesù più di una volta.

Non ha bisogno di interpretazioni, è molto chiaro ed è un precetto fondamentale della vita (sia dei cristiani e non).
Se ti volgi indietro non sei adatta per il Regno come diceva Gesù.
Se ti guardi indietro morirai come una statua di sale come avvenne alla moglie di Lot.

Più chiaro di così è impossibile. Se stai camminando dopo che il Signore ti ha fatto capire e vedere in tutti i modi la strada e ti volti indietro, la tua vita è finita.
È inutile indorare la pillola, sarebbe uno sfregio alla Verità.
Se ti volti di nuovo indietro hai perso tutto e non potrai più recuperarlo.

Agisci di conseguenza.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua ...
19/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). In questo versetto del Vangelo di Luca è racchiuso l’intero programma della vita cristiana. Non si tratta di un’esortazione generica, ma di un’indicazione precisa. Credere in Gesù significa imparare a camminare dietro di Lui, senza pretendere di precederlo. Significa riconoscere che la direzione non la stabiliamo noi, ma che possiamo mettere i nostri passi nelle sue orme. Seguirlo vuol dire percorrere i sentieri che Egli stesso ha tracciato con la sua vita, con le sue scelte, con il suo modo di amare. Il secondo elemento è il rinnegamento di sé. Non è una forma di disprezzo della propria persona, né un atteggiamento masochistico. È, piuttosto, un atto di libertà nei confronti del proprio ego. Rinnegarci significa non assolutizzare il nostro punto di vista, non fare del nostro io il criterio ultimo di giudizio. Solo chi sa prendere una giusta distanza da sé stesso può dirsi veramente libero. Diversamente, si resta prigionieri delle proprie reazioni, dei propri impulsi, delle proprie paure. Infine, Gesù parla della croce quotidiana. Non invita alla ricerca della sofferenza fine a sé stessa. La croce non è il gusto del dolore, ma l’accoglienza della realtà. Prendere la propria croce ogni giorno significa abbracciare la concretezza della propria vita senza scartare nulla: limiti, fatiche, responsabilità, relazioni difficili, fragilità personali. È l’opposto della selezione comoda dell’esistenza. Non possiamo scegliere la vita come si sceglie un dolce, trattenendo solo ciò che è gradevole e rifiutando il resto. La maturità cristiana consiste nell’assumersi la responsabilità dell’intero reale. La croce, allora, non è un simbolo di sconfitta, ma il segno di un amore che non fugge davanti alla complessità della vita. Seguire Cristo significa accettare che la via della pienezza passa attraverso questa logica: non l’eliminazione del peso, ma la sua trasformazione; non la fuga dalla realtà, ma il suo abbraccio. È qui che la fede diventa concreta, quotidiana, incarnata. Ed è qui che il Vangelo smette di essere teoria e diventa cammino.

Commento di don Luigi Maria Epicoco Nel mercoledì delle ceneri 2026Il tempo della Quaresima inizia sempre con la suggest...
18/02/2026

Commento di don Luigi Maria Epicoco Nel mercoledì delle ceneri 2026

Il tempo della Quaresima inizia sempre con la suggestiva liturgia del Mercoledì delle Ceneri. L’essere simbolicamente segnati da quella polvere scura non ha nulla di teatrale: è un gesto sobrio e potente che ci richiama con realismo alla nostra condizione. «Polvere tu sei e in polvere ritornerai». Non è una formula pessimistica, ma una parola vera sulla nostra fragilità. Se ci fermassimo soltanto a questa affermazione, però, rischieremmo di smarrire la buona notizia del Vangelo. Il Mercoledì delle Ceneri non è un punto di arrivo, ma una soglia. È la porta che ci introduce in un tempo di quaranta giorni, un cammino che parte dalla consapevolezza della nostra precarietà per condurci alla luce della Pasqua. La Quaresima non umilia l’uomo; lo colloca nella verità. Ci ricorda che siamo polvere, sì, ma non polvere anonima o abbandonata: siamo polvere amata. È questa la svolta decisiva. La fragilità non è una condanna, ma il luogo in cui Dio sceglie di manifestare la sua misericordia. Solo chi accetta di non bastare a se stesso può aprirsi alla salvezza. In questa prospettiva, il digiuno, la preghiera e l’elemosina non sono performance religiose né esercizi di efficienza spirituale. Non servono a dimostrare qualcosa a Dio o agli altri. Sono strumenti concreti per rientrare in noi stessi, per fare spazio, per lasciar cadere le illusioni di autosufficienza. Il digiuno ci libera dall’illusione che tutto dipenda dal possesso; la preghiera ci sottrae alla pretesa di essere il centro; l’elemosina spezza l’indifferenza e ci restituisce agli altri. La Quaresima, allora, è un messaggio esistenziale radicale: partire dalla verità di ciò che siamo per permettere a Dio di fare qualcosa di nuovo. La cenere non è l’ultima parola. È il punto di partenza di un cammino che conduce alla vita. Solo chi accetta la propria polvere può accogliere la promessa della risurrezione.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano co...
17/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé, sulla barca, che un solo pane». Questa annotazione del Vangelo ci consegna un’immagine molto concreta: una barca, il mare, la dimenticanza, la scarsità. Un solo pane davanti a un gruppo di uomini. È l’esperienza che facciamo anche noi quando ci accorgiamo di avere poco — o di sentirci poco — di fronte a una fame immensa che la vita ci mette dentro: fame di senso, di speranza, di amore, di riconoscimento. Spesso, quando constatiamo di avere “un solo pane”, veniamo subito assaliti dallo scoraggiamento. Misuriamo tutto a partire dalla mancanza. Facciamo i conti su ciò che non abbiamo, su ciò che abbiamo perso, su ciò che non basta. E così la paura prende il posto della fiducia. Gesù, invece, non parte dalla quantità, ma dalla memoria. Insegna ai suoi discepoli a ricordare. Li rimanda al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, li provoca a fare memoria di ciò che hanno già visto e vissuto. È come se dicesse: «Avete già sperimentato che il poco, nelle mani di Dio, diventa abbastanza. Perché ora vi lasciate paralizzare dalla paura?». Dio si comprende soltanto quando si impara a rileggere la propria storia. La fede non è un’emozione del momento, ma un’interpretazione della vita. Significa collegare le esperienze, anche quelle faticose, attraverso un filo rosso che le attraversa tutte: la presenza fedele di Dio. Senza memoria, la fede si riduce a impressione; con la memoria, diventa consapevolezza. Se ci fermassimo a ricordare quante volte siamo stati sostenuti, quante porte si sono aperte quando sembravano chiuse, quante forze abbiamo trovato quando pensavamo di non averne più, forse non ci lasceremmo travolgere così facilmente dallo scoraggiamento. E invece spesso abbiamo la memoria corta: dimentichiamo in fretta i doni ricevuti e ingigantiamo le difficoltà presenti. Il problema non è avere un solo pane; il problema è dimenticare Chi è con noi sulla barca. Perché, se Cristo è presente, anche il poco diventa possibilità. La vera povertà non è la scarsità di mezzi, ma l’assenza di fiducia. Forse la domanda decisiva non è: «Quanto abbiamo?», ma: «Ci ricordiamo di ciò che Dio ha già fatto per noi?». È nella memoria grata che nasce una speranza capace di attraversare ogni fame.

Ezechiele 36, 25-27Così dice il Signore: Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le ...
15/02/2026

Ezechiele 36, 25-27

Così dice il Signore: Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco Nel Vangelo di Luca che leggiamo oggi, Gesù manda in missione i discepoli...
14/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

Nel Vangelo di Luca che leggiamo oggi, Gesù manda in missione i discepoli a due a due, affidando loro non strategie complesse, ma uno stile preciso: povertà, fiducia, pace. Non chiede di portare sicurezze, né di accumulare strumenti, ma di consegnare se stessi. È un Vangelo che smaschera l’idea di una missione fondata sull’efficienza e ci ricorda che l’annuncio nasce sempre da una relazione. I discepoli sono mandati come ospiti, non come padroni, e la prima parola che devono pronunciare è “pace”. Non una formula, ma un dono che li precede e li giudica: se non portano pace, non stanno annunciando il Vangelo. Gesù è realistico: li manda come agnelli in mezzo ai lupi. Non promette successo, ma verità. La missione non è un terreno protetto, è un’esposizione, una consegna. Eppure proprio questa fragilità diventa il luogo in cui Dio può agire. I discepoli non guariscono perché sono forti, ma perché sono inviati. Non parlano a nome proprio, ma nel nome di un Regno che è già vicino, che non va costruito ma riconosciuto. Curare i malati e annunciare la vicinanza di Dio non sono due azioni separate: sono la stessa cosa, perché il Vangelo è sempre qualcosa che tocca la vita concreta delle persone. In questo orizzonte si inserisce con grande forza la festa dei santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa. La loro missione è un commento vivente a questo Vangelo. Non hanno imposto una lingua sacra, non hanno chiesto agli altri di diventare diversi per incontrare Dio, ma hanno imparato la lingua dei popoli a cui erano inviati. Hanno tradotto il Vangelo perché credevano che Dio parli tutte le lingue e abiti ogni cultura. Come i discepoli raccontati nella pagina del Vangelo di oggi, hanno viaggiato leggeri, portando la pace e annunciando un Regno che si avvicina senza violenza. Come Cirillo e Metodio, e come i discepoli del Vangelo, siamo chiamati a credere che il Regno di Dio cresce là dove qualcuno accetta di farsi ospite, di parlare una lingua comprensibile e di consegnare la pace come primo segno dell’amore di Dio.

13/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

Nella pagina del Vangelo di oggi Gesù incontra un uomo che è sordo e parla a fatica, e lo fa portandolo in disparte, lontano dalla folla. È un dettaglio decisivo, perché ci ricorda che Dio non ama esporre la nostra fragilità, ma la cura nella discrezione. Quest’uomo è prigioniero di una chiusura profonda: non riesce ad ascoltare e non riesce a comunicare. È l’immagine di tante situazioni della nostra vita in cui siamo bloccati, incapaci di relazione, chiusi nel silenzio o nel rumore che ci difende. Gesù non agisce in modo magico o distante. Usa gesti concreti, tocca le orecchie, la lingua, alza gli occhi al cielo e sospira. Quel sospiro è il segno di un Dio che si lascia coinvolgere, che sente il peso del male e della sofferenza, che non resta indifferente davanti alle nostre ferite. La parola che Gesù pronuncia è “Effatà”, cioè “Apriti”. Sembra volerci dire: Apriti all’ascolto, perché senza ascolto non c’è amore! Apriti alla parola, perché senza parola non c’è comunione! Molte volte siamo sordi non ai suoni, ma alle persone che ci stanno accanto, alle loro fatiche, ai loro bisogni. E spesso siamo muti quando si tratta di dire ciò che conta davvero: un perdono, una verità, un gesto di tenerezza. Gesù viene a restituirci questa possibilità, a liberarci dalla paura di comunicare. La guarigione è immediata, ma Gesù chiede di non divulgare l’accaduto. È come se volesse dirci che il miracolo non è uno spettacolo, ma un dono da custodire. Tuttavia, quando una vita viene riaperta, diventa difficile tacere. Chi ha sperimentato una guarigione autentica sente il bisogno di raccontare. Anzi, è un effetto collaterale dello stesso miracolo di Gesù. Chi ha fatto un'esperienza simile non riesce a tacere, anche se è Gesù in persona chiederlo.

Vangelo del giorno (uno dei pochissimi brani spiegati direttamente da Gesù)In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la fol...
11/02/2026

Vangelo del giorno (uno dei pochissimi brani spiegati direttamente da Gesù)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco Nel Vangelo di oggi Gesù chiama a sé la folla e compie un gesto decisivo:...
11/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

Nel Vangelo di oggi Gesù chiama a sé la folla e compie un gesto decisivo: sposta il centro della fede dall’esterno all’interno dell’uomo. Non è ciò che entra in noi a renderci impuri, ma ciò che esce dal nostro cuore, perché è lì che si gioca la verità della nostra vita. Gesù ci costringe a smettere di nasconderci dietro pratiche, abitudini o tradizioni religiose quando queste diventano un alibi per evitare la conversione. È più facile controllare ciò che si mangia o ciò che si tocca che lasciarsi interrogare davvero dalle proprie intenzioni, dai pensieri nascosti, dalle parole che pronunciamo senza amore. Gesù non banalizza il male, ma lo prende sul serio, indicando il luogo da cui nasce: il cuore umano, capace di bene immenso ma anche di profonde contraddizioni. Dal cuore possono uscire violenza, menzogna e durezza, ma anche misericordia, perdono e compassione, a seconda di ciò che gli permettiamo di abitare. In questo senso la fede non è un sistema di protezione, ma un cammino di verità che chiede sincerità e umiltà. Oggi, nella festa della Madonna di Lourdes, questa parola evangelica si illumina di un volto concreto, quello di Bernadette Soubirous, una ragazza povera, fragile, senza prestigio né difese, ma con un cuore disponibile. A Bernadette Maria non chiede gesti straordinari, ma fiducia, preghiera e penitenza, e soprattutto le chiede di scavare, di andare in profondità, fino a far sgorgare una sorgente dove prima c’era solo fango. È un’immagine potente del Vangelo di oggi, perché anche il nostro cuore, se lasciato a se stesso, può sembrare torbido, ma se accetta di lasciarsi scavare da Dio può diventare luogo di vita. Bernadette non trattiene nulla per sé e non si sente migliore degli altri, ma diventa segno che Dio può agire proprio attraverso ciò che è piccolo e nascosto. Maria, come allora, continua a indicarci Cristo come unica vera sorgente che purifica dall’interno. La purezza che Dio desidera non è formale né apparente, ma è quella di un cuore riconciliato. Se permettiamo al Signore di abitare ciò che siamo davvero, anche ciò che uscirà da noi potrà diventare guarigione per chi incontriamo.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio per osservare ...
10/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione». Il rimprovero che Gesù rivolge agli scribi e ai farisei nella pagina del Vangelo di oggi è, in realtà, un rimprovero che dovrebbe spingerci tutti a un serio esame di coscienza. Infatti, anche noi possiamo cadere nella terribile strumentalizzazione della fede e della religione per giustificare le nostre idee, le nostre sensibilità, i nostri modi di vedere. Certe volte anche il cristianesimo e i nostri ambienti ecclesiali possono riempirsi di tradizioni che sacralizziamo fino al punto da renderle più importanti del Vangelo stesso. Una processione, una sagra, una visione teologica, un modo di gestire un’esperienza ecclesiale, lo stile di un movimento possono diventare criteri assoluti, sostituendosi alla Parola. Gesù mette in guardia da simili stratagemmi che sembrano voler preservare soprattutto i nostri gusti più che metterci in una vera relazione con Dio. Quando accade questo, la fede smette di essere incontro e diventa ideologia; smette di essere cammino e diventa recinto. E chi agisce così, in realtà, non solo si allontana dal Vangelo, ma può vivere esattamente il contrario della sua proposta. Si può allora diventare spietati, perdere empatia, dimenticare la misericordia e la compassione — cioè, in una sola parola, diventare disumani — e tutto questo paradossalmente con motivazioni strettamente religiose. È il rischio più grande: difendere Dio senza assomigliare più a Lui.

Bastava solamente toccare il lembo della veste di Gesù per guarire.A questa frase mancano due parole che sono fondamenta...
09/02/2026

Bastava solamente toccare il lembo della veste di Gesù per guarire.

A questa frase mancano due parole che sono fondamentali altrimenti si scade nella magia.

CON FEDE

Guarisce chi tocca Gesù fidandosi che ti guarirà.

Fede.. basta così poco eppure sembra la cosa più difficile da vivere.
Perché fidarsi vuol dire accettare di perdere il controllo, di riconoscere la propria fragilità e vulnerabilità.
Ecco perché non è facile. Perché abbiamo paura di sentirci vulnerabili, abbiamo paura di lasciare il controllo (grande inganno perché nessuno in realtà può avere il reale controllo della vita).

La vera forza sta nel riconoscere la propria debolezza perché questo è il primo passo per chiedere con fede e guarire.

Anche perché.. in fondo.. Dio un difetto ce l'ha. Non ti da quello che chiedi se sa che ti fara male. Ti da mille volte di più di tutto ciò che ti renderà felice.
Dio non riesce proprio a non donare, è più forte di Lui.
Sta a noi accogliere. Questo spesso è il problema perché noi restiamo attaccati alle nostre richieste perché siamo certi siano buone.

Lascia fare a Dio.. per una volta almeno provaci e vedrai che non potrai più farne a meno!

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco “E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati n...
09/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

“E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano”. E' interessante questo dettaglio del Vangelo di oggi che ci racconta del modo attraverso cui la gente cerca costantemente Gesù. Sono soprattutto i malati che lo cercano, cioè sono coloro che avvertono in maniera evidente un bisogno, una debolezza, una fragilità. Questo non significa che la fede nasce lì dove c'è la disperazione, ma che la fede, cioè il vero rapporto con Cristo, nasce lì dove noi ci ricordiamo in maniera evidente che siamo delle creature. Quando viviamo una prova, una debolezza o una fragilità, tutto questo ci mette davanti ai nostri occhi il nostro essere delle creature. Quando tu ti ricordi che sei una creatura, puoi stare finalmente faccia a faccia anche con il tuo Creatore. Ma quando tu non ti ricordi di essere una creatura, allora pensi di essere tu Dio, pensi di essere tu il Creatore. Sembra quasi un ragionamento banale, ma si può vivere un'esperienza di fede lì dove tu accetti di essere umano e lasci che Dio sia veramente Dio. Solo così la potenza di Dio si manifesta pienamente nella tua debolezza. Se dovessimo fare un paragone umano e relazionale, dovremmo dire che un bambino gode di essere un bambino solo e soltanto quando accetta di essere figlio e non si sostituisce alla propria madre o al proprio padre. Se un bambino deve fare da genitore al suo genitore, allora la sua infanzia si trasforma in un inferno. Ugualmente nella vita spirituale, se noi ci mettiamo al posto di Dio e vogliamo tenere tutto sotto controllo e governare tutta la vita, allora questa nostra esistenza si trasforma in un inferno, anche se abbiamo molto potere, molto denaro e occupiamo posti di riguardo.

Indirizzo

Viale Alfonso E Giovanni Agosti, 12
Bagnoregio
01022

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