28/10/2025
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"Non vogliamo soffrire, vogliamo la felicità. Nei fatti, però, la felicità non è altro che una sottile forma di sofferenza. La sofferenza stessa è la forma grossolana. Potete paragonarle a un serpente. La testa del serpente è l’infelicità, la coda del serpente è la felicità. La testa è davvero pericolosa, ha denti velenosi. Se la toccate, il serpente vi morderà immediatamente. Anche se lasciamo perdere la testa e ci aggrappiamo alla coda, esso si volgerà e ci morderà ugualmente, perché sia la testa sia la coda sono parte del serpente.
Allo stesso modo, tanto la felicità quanto l’infelicità, o il piacere e la tristezza, sorgono dallo stesso genitore: la volizione. Così, quando siamo felici la mente non è serena. Non lo è davvero! Quando ad esempio otteniamo quel che ci piace, come la ricchezza, il prestigio, la lode o la felicità, il risultato è che siamo soddisfatti. Nella mente alberga però ancora qualche disagio, perché abbiamo timore di perderlo. Proprio questo timore è una condizione di non serenità. In seguito potremmo veramente perdere quella cosa e, allora, soffrire davvero. Perciò, se non siete consapevoli, la sofferenza è imminente anche se siete felici. È proprio come afferrare la coda del serpente: se non la lasciate andare vi morderà. Che si tratti della coda del serpente o della sua testa, ossia di condizioni piacevoli o spiacevoli, esse sono solo caratteristiche della “Ruota dell’Esistenza”, del cambiamento senza fine".
🟡Insegnamenti, Ajahn Chah
Edizioni Santacittārāma, 2019
(Pg. 4-5)