Dott.ssa Roberta Iannello

Dott.ssa Roberta Iannello 🩺 Intolleranza all’istamina, allergia al nichel, disbiosi, MTHFR
🌙 Dormire bene. 🍝Digerire bene. ✨Tornare a vivere.
(1)

Sembra un sogno.
✅ Con il mio metodo, è possibile davvero.
💡Founder EasyNichel® | ReHist®
Inizia da qui 👇🏻

09/03/2026

𝐆𝐞𝐧𝐠𝐢𝐯𝐢𝐭𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐢 𝐠𝐚𝐬𝐭𝐫𝐨𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢: 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐧𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞?

Quando si parla di salute digestiva si pensa quasi sempre all’intestino.
Molto più raramente si considera che il primo tratto del sistema digerente è… la bocca.

Il 𝐦𝐢𝐜𝐫𝐨𝐛𝐢𝐨𝐭𝐚 𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 rappresenta una comunità microbica complessa che, in condizioni di equilibrio, contribuisce alla salute del cavo orale e dell’intero organismo.

Quando però si sviluppa 𝐠𝐞𝐧𝐠𝐢𝐯𝐢𝐭𝐞 (infiammazione gengivale), questo equilibrio può alterarsi, favorendo la crescita di batteri potenzialmente patogeni.

Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a esplorare sempre di più il possibile 𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐛𝐨𝐜𝐜𝐚–𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐨.

I batteri orali, infatti, possono:

• essere ingeriti con la saliva
• raggiungere il tratto gastrointestinale
• contribuire ad alterazioni del microbiota intestinale
• favorire processi infiammatori sistemici

Per questo motivo, condizioni come 𝐝𝐢𝐬𝐛𝐢𝐨𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐠𝐨𝐧𝐟𝐢𝐨𝐫𝐞, 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐢 𝐝𝐢𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐨 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐚𝐦𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐫𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 possono essere influenzate anche dallo stato di salute del microbiota orale.

La bocca non è un compartimento isolato: fa parte di un sistema biologico integrato.

Nel video ti spiego:
• il ruolo del microbiota orale
• cosa accade in presenza di gengivite
• quali meccanismi collegano bocca e intestino

Perché prendersi cura della salute digestiva significa, anzitutto, 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐛𝐨𝐜𝐜𝐚.

saluteintestinale

04/03/2026
25/02/2026

Sindrome premestruale.
Dismenorrea.
Fibromi uterini.
Adenomiosi.
Endometriosi.

Queste condizioni, pur con caratteristiche cliniche differenti, condividono spesso un terreno biologico comune: una condizione di dominanza estrogenica (rapporto estrogeni/progesterone sbilanciato).

Ma c’è un aspetto meno conosciuto. Il legame tra estrogeni e istamina.

23/02/2026

𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐨 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐚𝐦𝐢𝐧𝐨-𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢.

Se hai una diagnosi di intolleranza all’istamina sono certo che ti avranno detto di eliminare gli “alimenti istamino-liberatori”: fragole, banane, agrumi, pomodori, cioccolato, albume d’uovo e crostacei. A che prezzo?

Le liste dei cibi vietati diventano sempre più lunghe, la dieta sempre più povera, e alla fine ti ritrovi ad avere paura del cibo più che dei sintomi.

Veniamo al punto centrale della questione: è importante chiedersi se questi alimenti liberino davvero istamina in modo clinicamente significativo nel nostro corpo.

La teoria degli alimenti istamino-liberatori nasce principalmente da osservazioni fatte in laboratorio, dove alcune sostanze sono state viste stimolare il rilascio di istamina da cellule isolate. Ma ciò che accade in provetta non coincide automaticamente con ciò che accade nell’organismo umano, che è infinitamente più complesso. Ad oggi non esistono prove solide che dimostrino che questi alimenti, nelle persone non allergiche, provochino sistematicamente un rilascio tale di istamina da generare sintomi riproducibili. Questo è un passaggio fondamentale, perché cambia completamente il modo di impostare il problema.

L’intolleranza all’istamina, quando presente, non dipende da una generica “liberazione” imprevedibile causata da cibi comuni, ma più spesso da una difficoltà nel degradare l’istamina già presente. Se la degradazione funziona bene, il corpo gestisce l’istamina senza difficoltà; in caso contrario come avviene ad esempio in presenza di disbiosi intestinale, carenza di nutrienti, mutazione MTHFR, celiachia, infezione da Helicobacter pylori, la capacità di smaltimento si riduce significativamente e i sintomi emergono con più facilità.

Ritengo che continuare a demonizzare alimenti come fragole o cioccolato senza una reale evidenza clinica rischi di spostare l’attenzione dal vero nodo della questione e, nel lungo periodo, di creare restrizioni inutili che impoveriscono la dieta e alterano ulteriormente l’equilibrio intestinale. Molte persone arrivano già stanche, frustrate, convinte di essere “intolleranti a tutto”, quando in realtà il problema non è il singolo alimento ma il terreno biologico su cui quell’alimento agisce.

Attenzione! Questo non significa che ogni alimento vada bene per tutti o che i sintomi siano “immaginari”. Significa però che l’approccio deve essere personalizzato e basato sulla fisiologia, non su liste standardizzate tramandate senza un reale fondamento clinico. Prima di eliminare metà della propria alimentazione, ha molto più senso lavorare su infiammazione intestinale, equilibrio del microbiota, supporto alla funzione enzimatica e regolazione ormonale, perché è lì che spesso si gioca la vera partita.

Restituire equilibrio significa anche restituire serenità nel rapporto con il cibo, e questo passa dalla consapevolezza che non tutto ciò che si legge online ha lo stesso peso delle evidenze. La soluzione non è togliere sempre di più, ma capire meglio cosa sta succedendo sotto la superficie.

23/02/2026
17/02/2026
13/02/2026

𝐃𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐨𝐠𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐨𝐥𝐥𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐬𝐭𝐚𝐦𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐠𝐨𝐧𝐟𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐚𝐢 𝐦𝐚𝐥 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐝𝐫𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐭𝐫𝐮𝐚𝐥𝐞.

Il quadro clinico è pressoché identico: gonfiore addominale persistente, flusso mestruale abbondante e doloroso, mal di testa, irritabilità e voglia costante di zuccheri. Sintomi che durano mesi o anni e che, nonostante visite ed esami, sembrano peggiorare o cronicizzarsi. Dietro a questa situazione spesso è responsabile la dominanza estrogenica, cioè un disequilibrio tra estrogeni e progesterone in cui gli estrogeni sono troppo “attivi” rispetto al progesterone, lasciando il corpo senza il giusto equilibrio ormonale.

Alla dominanza estrogenica si associano frequentemente condizioni come fibromi uterini o mammari, policistosi ovarica (PCOS) ed endometriosi, tutte patologie caratterizzate da una forte componente estrogeno-dipendente. Non si tratta quindi solo di sintomi funzionali, ma di manifestazioni che, nel tempo, possono strutturarsi in condizioni cliniche ben definite, spesso accomunate dallo stesso terreno ormonale e infiammatorio.

Quello che spesso non viene considerato è il ruolo dell’intolleranza all’istamina. L’istamina non è solo il mediatore delle allergie: regola i processi digestivi, la secrezione acida dello stomaco, la motilità intestinale, la risposta immunitaria e persino alcune importanti funzioni neuroendocrine. Quando c’è dominanza estrogenica, il corpo produce più istamina e contemporaneamente riduce la capacità di degradarla, perché l’attività di enzimi come la DAO (diammina ossidasi) viene inibita dagli estrogeni.

Il risultato è un accumulo di istamina che si traduce in sintomi tipici dell’intolleranza all’istamina tra cui: gonfiore addominale, nausea, reflusso, crampi addominali, tensione mammaria, mal di testa, irritabilità e sbalzi d’umore. Ma c’è un altro elemento fondamentale da considerare: l’intestino.

Molte donne con dominanza estrogenica presentano una disbiosi intestinale, cioè un’alterazione della flora batterica. In particolare, alcune specie batteriche intestinali costituiscono quello che oggi viene definito estraboloma, cioè l’insieme dei batteri in grado di metabolizzare gli estrogeni. Quando l’estraboloma non è equilibrato, gli estrogeni tendono a rimanere più attivi nel corpo, peggiorando la dominanza estrogenica e amplificando l’accumulo di istamina. In altre parole, un intestino alterato può rendere più difficile smaltire sia gli estrogeni sia l’istamina, creando un vero circolo vizioso che amplifica i tuoi sintomi.

Per questo motivo, quando visito una paziente con dominanza estrogenica e sospetta intolleranza all’istamina, non mi limito a guardare i livelli ormonali. Analizzo la funzione intestinale, il metabolismo dell’istamina, le abitudini alimentari e lo stile di vita. Solo intervenendo su tutti questi fronti è possibile spezzare il circolo vizioso e riportare equilibrio sia ormonale sia digestivo.

In conclusione, comprendere il legame tra dominanza estrogenica, intolleranza all’istamina e disbiosi intestinale è fondamentale. Affrontare questi aspetti in modo integrato permette di migliorare la qualità della vita e ridurre sintomi che spesso accompagnano le donne per anni, evitando interventi inutili o tentativi alla cieca che non fanno altro che peggiorare il benessere.

04/02/2026

𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐞𝐫𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐚𝐥 𝐧𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥.

Chi ha una diagnosi di allergia al nichel sa bene quanto la gestione quotidiana della patologia possa diventare complessa: alimentazione sempre più restrittiva, sintomi gastrointestinali persistenti, stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione e una qualità di vita che spesso ne risente. In questo contesto, uno degli aspetti più sottovalutati – ma fondamentali – è il ruolo del ferro nella gestione dell’allergia al nichel.

Il ferro è un minerale essenziale per l’organismo: partecipa al trasporto dell’ossigeno, al funzionamento del sistema immunitario, alla produzione di energia e al corretto equilibrio del metabolismo cellulare. Tuttavia, nelle persone con allergia al nichel, la carenza di ferro è una condizione sorprendentemente frequente e spesso non riconosciuta. Da un punto di vista nutrizionale, questo accade per diversi motivi: da un lato, molte fonti alimentari di ferro sono escluse o ridotte nelle diete a basso contenuto di nichel; dall’altro, l’infiammazione intestinale cronica può compromettere l’assorbimento dei micronutrienti.

Nello specifico, ciò che rende il ferro particolarmente rilevante nel contesto dell’allergia al nichel è il rapporto competitivo tra ferro e nichel a livello intestinale. Entrambi i metalli utilizzano canali di assorbimento simili: quando le riserve di ferro (ferritina) sono basse, l’organismo tende ad assorbire più facilmente il nichel. Questo significa che una carenza di ferro può favorire un maggiore assorbimento del nichel, con un possibile peggioramento dei sintomi allergici e sistemici. Al contrario, livelli adeguati di ferro possono contribuire a ridurre l’assorbimento intestinale del nichel, rappresentando un supporto importante nella gestione della patologia.

Dal punto di vista clinico, una carenza di ferro non si manifesta solo con anemia evidente. Molte persone con allergia al nichel sperimentano sintomi aspecifici come affaticamento persistente, debolezza, fiato corto, cefalea, difficoltà cognitive e aumentata sensibilità allo stress, che possono essere erroneamente attribuiti esclusivamente all’allergia o all’alimentazione restrittiva. In realtà, questi segnali possono indicare un deficit di ferro latente, che merita attenzione e valutazione.

Ma attenzione!

Ci tengo a sottolineare che integrare ferro senza una valutazione adeguata non è assolutamente consigliabile. La scelta della forma di ferro, del dosaggio e della tempistica deve essere personalizzata, tenendo conto della tollerabilità gastrointestinale, dello stato infiammatorio e dell’eventuale presenza di altre condizioni associate, come la disbiosi, l’assunzione di inibitori di p***a protonica o presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali. Allo stesso modo, una dieta per allergia al nichel ben strutturata dovrebbe includere fonti di ferro compatibili e strategie nutrizionali che ne favoriscano l’assorbimento, evitando semplificazioni o esclusioni inutili.

In conclusione, parlare di allergia al nichel senza considerare il ruolo del ferro significa trascurare un tassello fondamentale. Ottimizzare lo stato del ferro non significa “curare” l’allergia, ma rappresenta un supporto concreto per ridurre il carico dei sintomi, migliorare l’energia e favorire un migliore equilibrio metabolico. Una gestione efficace dell’allergia al nichel passa da una visione più ampia, che integri nutrizione, micronutrienti e salute intestinale, andando oltre il semplice elenco di alimenti consentiti o vietati.

Se hai una diagnosi di allergia al nichel e ti senti sempre più stanca, limitata o confusa rispetto a cosa mangiare e come gestire i sintomi, approfondire anche il tema del ferro rappresenta un passo importante verso il miglioramento della tua salute.

26/01/2026

𝐓𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐇𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨𝐛𝐚𝐜𝐭𝐞𝐫 𝐩𝐲𝐥𝐨𝐫𝐢…

Durante la prima consulenza mi soffermo sempre sulla storia clinica del paziente e, in particolare, su una possibile esposizione a Helicobacter pylori. Molto spesso emerge un dato ricorrente: l’infezione è stata diagnosticata e trattata, ma i disturbi che avevano portato agli accertamenti non solo non si sono risolti, bensì in alcuni casi si sono cronicizzati o aggravati dopo la terapia. Negli ultimi anni la letteratura scientifica sta evidenziando con sempre maggiore chiarezza una correlazione tra infezione da Helicobacter pylori, disturbi gastrointestinali persistenti e sintomi compatibili con intolleranza all’istamina. Non si tratta di una semplice coincidenza. H. pylori è un batterio in grado di colonizzare la mucosa gastrica e indurre un’infiammazione cronica dello stomaco che, nel tempo, altera profondamente la fisiologia digestiva, la secrezione acida, l’integrità della barriera mucosale e l’equilibrio del microbiota. Queste alterazioni creano un terreno favorevole allo sviluppo di sintomi e di una ridotta capacità di gestire correttamente mediatori come l’istamina.

L’istamina non è solo coinvolta nelle reazioni allergiche, ma ha un ruolo centrale nella regolazione della secrezione acida, della motilità gastrica e della comunicazione tra stomaco e intestino. Quando l’infiammazione è cronica, l’istamina tende ad aumentare e l’organismo diventa meno efficiente nel neutralizzarla, favorendo la comparsa di sintomi come gonfiore, bruciore, nausea, digestione lenta, senso di peso dopo i pasti, reflusso o fastidio con alimenti fermentati, stagionati e in generale ricchi di istamina.

𝐎𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚…

La situazione può complicarsi ulteriormente dopo la terapia antibiotica utilizzata per eradicare Helicobacter pylori. Sebbene indispensabile, questa cura può avere un impatto importante sul microbiota intestinale, riducendo la biodiversità e favorendo condizioni di disbiosi. Un intestino alterato fatica a metabolizzare l’istamina e diventare più reattivo, con la conseguenza che alcuni sintomi non solo persistono, ma talvolta compaiono proprio dopo la fine del trattamento.

In questi casi il paziente si trova spesso disorientato: l’infezione è stata eliminata, ma il benessere digestivo non ritorna. Questo accade perché l’eradicazione del batterio non coincide automaticamente con il recupero della funzione gastrica e intestinale. Stomaco e intestino restano infiammati e ipersensibili, creando un terreno favorevole a disturbi funzionali e a una maggiore sensibilità all’istamina.

𝐂𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞

La comprensione di questa connessione è fondamentale per spiegare perché alcuni sintomi gastrointestinali persistano nel tempo e perché il lavoro clinico non dovrebbe fermarsi alla sola terapia antibiotica. Il vero obiettivo diventa supportare l’apparato digerente a ritrovare equilibrio, riducendo l’infiammazione, sostenendo il microbiota e migliorando la gestione dell’istamina, soprattutto nella fase post-trattamento.

Se anche tu convivi con disturbi gastrointestinali che non si sono risolti — o che si sono addirittura intensificati — dopo l’eradicazione dell’Helicobacter pylori, puoi scrivermi. Sarò felice di aiutarti a fare chiarezza

16/01/2026

𝐄̀ 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐥𝐮𝐭𝐢𝐧𝐞 𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐧𝐢?

“𝐻𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑙’𝑎𝑑𝑑𝑜𝑚𝑒 𝑔𝑜𝑛𝑓𝑖𝑜, ℎ𝑜 𝑎𝑙𝑣𝑜 𝑑𝑖𝑎𝑟𝑟𝑜𝑖𝑐𝑜 𝑒 𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑛𝑎𝑢𝑠𝑒𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑓𝑙𝑢𝑠𝑠𝑜, 𝑚𝑎 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 ℎ𝑜 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑔𝑙𝑢𝑡𝑖𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜”

Ti suona familiare? Attenzione, non è come credi!

Negli ultimi anni il glutine è diventato il principale accusato quando compaiono gonfiore, dolore addominale, digestione lenta o stanchezza dopo i pasti. Appena qualcosa non va, il pane e la pasta finiscono, per primi sul banco degli imputati, ma sappi che nella maggior parte dei casi il glutine non è il vero responsabile dei tuoi sintomi.

Il glutine è una proteina presente in alcuni cereali ed è un problema reale solo in condizioni ben definite, come la celiachia, l’allergia al grano o nel caso di sensibilità al glutine non celiaca. Al di fuori di questi quadri, non esistono prove solide che il glutine sia dannoso per la popolazione generale. E allora perché così tante persone riferiscono di stare meglio quando lo eliminano?

La risposta spesso non è nel glutine, ma nei fruttani. I fruttani sono carboidrati fermentabili, appartenenti alla famiglia dei FODMAP, presenti proprio negli stessi alimenti che contengono glutine: pane, pasta, pizza, prodotti da forno. A differenza del glutine, i fruttani non vengono digeriti e arrivano nel colon, dove vengono fermentati dai batteri intestinali. Questo processo può portare a produzione di gas, distensione addominale, dolore e alterazioni dell’alvo (diarrea o stipsi), soprattutto in chi ha un intestino sensibile, disbiosi o una sindrome dell’intestino irritabile.

Quando una persona elimina il glutine dalla dieta, in realtà non sa di star riducendo drasticamente anche i fruttani. Ecco perché il miglioramento dei sintomi viene attribuito al glutine, anche se il vero meccanismo è fermentativo, non immunologico. Non a caso diversi studi recenti mostrano che molte persone che si definiscono “sensibili al glutine” reagiscono in modo più marcato ai fruttani che al glutine.

Il problema nasce quando il glutine viene demonizzato indiscriminatamente. Eliminare alimenti senza una reale indicazione può portare a diete inutilmente restrittive, a una riduzione della varietà alimentare e, nel lungo periodo, anche a carenze nutrizionali. Ma soprattutto rischia di spostare l’attenzione dal vero nodo della questione: la salute dell’intestino.

La domanda giusta, quindi, non è “glutine sì o glutine no”, ma che tipo di intestino abbiamo, come rispondiamo ai carboidrati fermentabili e se i nostri sintomi hanno un’origine digestiva, fermentativa o infiammatoria. Capire il meccanismo è sempre più efficace che eliminare alimenti a caso.

𝐑𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚: 𝐍𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚 𝐠𝐨𝐧𝐟𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐠𝐥𝐮𝐭𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐥𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

La nutrizione non è una moda o una soluzione tampone, ma fisiologia e terapia, e funziona davvero solo quando è elaborata da un professionista sanitario esperto di salute gastrointestinale ed personalizzata tenendo conto delle esigenze della singola persona.

28/12/2025
23/12/2025

Indirizzo

Capo D'Orlando
98071

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Roberta Iannello pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Roberta Iannello:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram