23/01/2026
EIBI, intensità e un equivoco pericoloso
State certamente assistendo al tam tam in circolazione di una recente meta-analisi IPD sull’Early Intensive Behavioral Intervention (EIBI), che conferma un punto importante:
-esiste una chiara relazione dose–risposta tra intensità dell’intervento ed esiti clinicamente significativi.
Parliamo di miglioramenti robusti su:
-comportamento adattivo
-funzionamento intellettivo
-riduzione della severità dell’autismo
Fin qui, nulla di nuovo per chi conosce davvero la letteratura sull’EIBI.
Il problema nasce ora, nel modo in cui questi risultati rischiano di essere tradotti nella pratica.
Gli autori sono chiarissimi su cosa sia EIBI:
-intervento globale e comprensivo
intensivo
-basato su ABA
-supervisionato da professionisti formati
-con coinvolgimento strutturato dei genitori
E sono altrettanto chiari su cosa non dicono i dati:
-le ore settimanali non sono sinonimo di qualità!
Le ore sono una misura grezza dell’intensità, usata perché è l’unica disponibile nei dati esistenti.
Idealmente, l’intensità andrebbe misurata in:
-opportunità di apprendimento
-qualità dell’insegnamento
-fidelity di implementazione
-supervisione clinica reale
Qui sta il punto critico, soprattutto nel contesto italiano.
In assenza di sistemi di accreditamento e vigilanza strutturati, il rischio è che:
l’intensità venga ridotta a una “abbuffata di ore”, scollegata da setting, competenze, supervisione e sostenibilità clinica...
usata come LEVA COMMERCIALE più che clinica
Questa meta-analisi non legittima “più ore per tutti” a prescindere.
Legittima più intensità quando:
-l’intervento è realmente EIBI
-i parametri qualitativi sono rispettati
-esiste una responsabilità clinica chiara su chi fa cosa e come
In sintesi l’evidenza non è in discussione, sono in discussione i parametri di erogazione
E confondere questi due livelli non è solo un errore scientifico: è un RISCHIO CLINICO. Il grosso rischio che ci conduce a lavorare ogni giorno con adolescenti e adulti in emergenza!