16/03/2026
Negli ultimi giorni l’intervista ad Uta Frith sul concetto di spettro autistico ha generato un dibattito piuttosto divisivo.
Da una parte c’è chi utilizza le sue parole per rafforzare il valore dell’etichetta diagnostica e difendere l’idea di uno spettro sempre più ampio; dall’altra chi le interpreta come una prova per mettere in discussione l’esistenza stessa dell’autismo o ridimensionarne la portata clinica.
Come spesso accade, la realtà che incontriamo nella pratica è meno polarizzata.
Ho letto l’intervista a Uta Frith in cui la storica ricercatrice sull’autismo sostiene che il concetto di “spettro autistico” potrebbe essersi ampliato fino a perdere parte della sua utilità scientifica.
È una riflessione importante: Frith suggerisce che sotto l’etichetta di autismo oggi possano convivere realtà molto diverse tra loro e che in futuro potremmo distinguere sottogruppi con origini differenti.
Dal punto di vista della ricerca questa è una domanda cruciale.
Dal punto di vista clinico, però, la prospettiva spesso appare più concreta.
Nel lavoro psicoterapeutico incontriamo persone che arrivano con una sofferenza significativa: isolamento sociale, ritiro, grande fatica nelle relazioni. Quando si ricostruisce la loro storia evolutiva emerge spesso un filo coerente: bambini senza deficit cognitivi, ma con interessi molto selettivi, difficoltà nella reciprocità sociale e fatica nel cogliere le regole implicite delle interazioni.
Molte di queste traiettorie corrispondono a ciò che in passato veniva chiamato sindrome di Asperger e che oggi rientra nel Disturbo dello Spettro Autistico senza disabilità intellettiva nel DSM-5.
In terapia queste persone raramente arrivano chiedendo aiuto “per l’autismo”. Arrivano piuttosto per le conseguenze di anni di adattamento faticoso: ansia, burnout sociale, senso di estraneità, ritiro.
Il dibattito aperto da Uta Frith è quindi prezioso. Ma nella pratica clinica forse la domanda più utile rimane un’altra: quali traiettorie di sviluppo ci aiutano a comprendere la storia di una persona e la fatica che ha incontrato nelle relazioni?
Le categorie diagnostiche possono evolvere. La sofferenza delle persone e il lavoro per comprenderla restano il punto centrale.
Per questo nel mio lavoro assume grande importanza il contesto. In particolare il lavoro con i pari, a qualsiasi età: bambini, adolescenti o adulti.
Le esperienze relazionali tra pari possono infatti intervenire sulla traiettoria evolutiva: ridurre la fatica sociale accumulata negli anni, offrire contesti più leggibili e meno giudicanti e permettere alle persone di sperimentare modalità di relazione che non siano costruite solo per evitare il disagio.
È proprio lì che il lavoro terapeutico può fare la differenza.
The autism spectrum has widened to the point of collapse, affecting how teachers should support autistic pupils in the classroom, researcher Uta Frith tells Helen Amass