10/12/2025
“Anche io sono un po’ psicologo…”
…e ogni volta che qualcuno me lo dice, sorrido e rispondo con la stessa gentilezza con cui si spiega a un bambino perché non può guidare un tir a sei anni: “…perdonami, ma no!… tu non sei una minchia”.
Sentire il dolore degli altri non fa di te un terapeuta, esattamente come avere due gambe non ti rende un maratoneta olimpico. L’empatia non è una qualifica professionale, è una predisposizione umana. E confondere la sensibilità con la competenza è uno degli sport più praticati del nostro tempo, soprattutto da chi si illude che basti “capire le persone” per sapere anche come si curano le loro ferite.
La verità è che ognuno di noi, prima o poi, si trova davanti qualcuno che soffre, e il nostro istinto ci porta a intervenire, a mettere le mani in quell’emergenza emotiva con la naturalezza di chi pensa: “Se sento quanto stai male, allora tocca a me risolverti.” Ma non funziona così.
La tua capacità di percepire il dolore altrui non ti conferisce la responsabilità né l’autorità di aggiustarlo. È un po’ come vedere il mare agitato e pensare che questo faccia automaticamente di te un guardiano del faro: no, puoi notare la tempesta, ma la rotta non è necessariamente tua.
Se vuoi risolvere davvero il dolore degli altri, farlo diventare mestiere, impegno, missione, allora preparati a dieci anni di studio, supervisioni, errori, revisioni, pratica, cadute, risalite e un tempo infinito passato ad affinare non solo le tecniche, ma soprattutto te stesso. Questa è psicoterapia: artigianato dell’anima, non improvvisazione da bar.
Se invece non è il tuo percorso, va benissimo così. Nessuno ti chiede di sostituirti al dolore di chi ami. A volte basta esserci, ascoltare, reggere lo sguardo senza voler aggiustare tutto, senza invadere, senza caricarti responsabilità che nessuno ti ha chiesto di prendere.
Il mondo sarebbe un posto molto più sano se ognuno imparasse a distinguere l’empatia dall’invasione, la vicinanza dal salvataggio, il sostegno dalla presunzione di sapere cosa è meglio per l’altro.
Perché aiutare non significa sostituirsi, e ascoltare non significa riparare.
È nel confine che nasce il rispetto e, paradossalmente, è proprio quando smettiamo di voler salvare tutti che finalmente diventiamo davvero utili.
Dai retta a me, non essere “un po’ psicologo”.
…sii umano, presente, attento, ma resta al tuo posto.
Che nel mondo, di posti scambiati, ce ne sono già fin troppi.
Enrico Chelini