22/04/2026
U.S. Castelnuovo Garfagnana💙💛
Mi chiamo Karim El Hadoui e sono un centrocampista del Castelnuovo Garfagnana under 17. Sono nato a Barga e ho sempre abitato da queste parti. Il luogo del cuore della mia infanzia è per l’esattezza a Fornaci, il paese dove io e la mia famiglia siamo rimasti fino a 5 anni fa: lì, nel cuore del centro abitato c’è un parco pubblico, e all’interno del parco c’è un campo di calcio a 5 in cemento e senza cancelli, cioè aperto 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Tutti a Fornaci lo chiamano “il campo rosso” perché la superficie in cemento periodicamente viene sempre ridipinta di rosso. Ed è proprio al campo rosso che io ho imparato a giocare a calcio. Quando uscivamo dalla scuola elementare io e i miei compagni accompagnati dalle nostre mamme andavamo al parco e iniziavamo a giocare. Al campo rosso ci trovavi sempre qualcuno. Per giocare dovevi chiedere di entrare in una delle due squadre, e in tanti anni di gioco libero in quel campetto di cemento non ho mai visto nessuno rimanere tagliato fuori. La regola era fare entrare tutti: così vi potete immaginare che partite sovraffollate si creavano. In un campo di calcio a 5 a volte ci ritrovavamo a giocare in 10 bambini contro 10. Ricordo come se fosse ieri l’emozione particolare che si provava quando giocavamo a calcio subito dopo un temporale: la superficie del cemento liscio e bagnato faceva sì che in quelle partite scivolassimo di continuo. Ricordo anche la tattica degli “ultimi 5 minuti” che mettevo in atto con la mamma quando lei, dopo aver chiacchierato un po’ nel parco con le altre mamme, decideva di tornare a casa portandomi con sé. Io con la mia preghiera “dai mamma, aspetta, gli ultimi 5 minuti di partita e poi si va!” riuscivo a far diventare quei 5 minuti 10 e poi pure 15, a volte addirittura 20, fino a quando mamma perdeva definitivamente la pazienza e decideva di usare le maniere forti, portandomi via di peso dal campo rosso. Intanto però io ero riuscito a giocare ancora un altro po’ di partita… Del gioco libero, che ho continuato a praticare anche da adolescente (stavolta in un altro campo di calcio, a Barga, in terra battuta, uno spazio sempre aperto e sempre pieno di ragazzini), mi piace tanto il senso di leggerezza e di divertimento puro che invece non sempre si prova quando ci si allena o si gioca in partite ufficiali. Nel gioco libero si impara a pensare con la propria testa prima di fare una giocata. Si impara a prendere esempio dal ragazzo più bravo per rubargli un segreto imitando un suo colpo ben riuscito. Si impara anche ad auto-arbitrarci cercando di litigare il meno possibile. Si impara a non simulare (perché nel gioco libero la punizione si “fischia” solo nei falli veramente gravi) e in generale a cavarcela anche senza un adulto che ti dice sempre cosa fare. Nelle partite ufficiali invece si impara a sognare, perché quando si gioca con le maglie vere contro avversari veri in un campo vero le emozioni sono molto più potenti. Ricordo per esempio l’emozione incredibile del mio primo gol segnato nella mia primissima partita, quando giocavo nel Valle del Serchio, a Fornaci di Barga. Ero così felice e così incredulo che non esultai nemmeno: rimasi immobile a godermi l’emozione del gol e gli abbracci dei miei compagni. Fino all’anno scorso non avevo mai cambiato squadra, restando nel Valle del Serchio anche dopo la fusione con il Ghiviborgo. Poi, la scorsa estate, per provare una nuova esperienza mi sono trasferito al Castelnuovo, seguendo le orme del mio fratello più grande Amin che gioca in Eccellenza nella prima squadra della società gialloblu. Quest’anno ho giocato quasi sempre partendo dalla panchina, però per me non cambia niente, giocare più o giocare meno. Sono contento di far parte della squadra e di dare il mio contributo, senza l’ossessione di dover dimostrare chissà cosa a chissà chi.
Sono contento di questo campionato non solo per il quarto posto in campionato, ma anche per il progetto extra calcio a cui la mia squadra ha partecipato quest’anno su invito della Figc. Per una decina di pomeriggi io e i miei compagni ci siamo alternati alla sede del Sogno, un’associazione di Castelnuovo che è un punto di riferimento per tanti bambini e ragazzi con disabilità provenienti da tutta la Garfagnana. Oggi c’ero anche io a fare la mia parte nella penultima tappa di questa bella staffetta di volontariato con le educatrici, le dottoresse e i ragazzi del Sogno. E non solo loro. Oggi infatti insieme a noi c’erano una studentessa e uno studente dell’istituto tecnico industriale di Castelnuovo, accompagnati da un loro professore di meccanica. I due studenti e il prof erano al Sogno per raccontare a tutti noi (educatrici, ragazzi, ospiti) la loro impresa compiuta in questo anno scolastico insieme ad alcuni loro compagni di scuola miei coetanei: l’equipe di studenti capitanata dal prof Alfredo è riuscita proprio ieri a partecipare a una gara nazionale di automodellismo, classificandosi al settimo posto. Ma il giorno della gara era solo l’ultimo step di un percorso lungo mesi, durante il quale gli studenti e il prof hanno lavorato tante mattine e tanti pomeriggi a scuola per costruire le due macchinine da gara con materiali adatti e rispettando tutti i regolamenti della gara su dimensioni, materiali, peso standard; e poi altre mattine e altri pomeriggi dedicati alle prove, alle micro-bombole di aria compressa da inserire nella macchinina come carburante fino alle prove di areodinamicità del piccolo bolide chiamato dai ragazzi “Garfagnana Racing”. Gli studenti Diego e Jessica hanno interagito bene con i ragazzi del Sogno e con me, invitandoci per esempio a provare il tasto della partenza della macchinina così da misurare i nostri tempi di reazione allo start (dettato da un semaforo da formula uno anche’esso in miniatura). E poi ci hanno invitato a disegnare anche noi una macchina in miniatura come avevano fatto loro a scuola all’inizio del progetto di automodellismo. E’ stata una bella idea, quella dei ragazzi e del prof, quella di condividere con noi il racconto della loro avventura, e farlo tra l’altro in modo interattivo e divertente. E’ bello perché in giornate come quella di oggi la sede del Sogno diventa sempre meno etichettabile e catalogabile. Non più uno spazio per soli ragazzi disabili, ma uno spazio per tutti, uno spazio dove ragazzi diversi stanno in compagnia condividendo quello che sono e quello che hanno. Anche Marco (nome di fantasia), uno dei ragazzi del Sogno, me lo ha detto chiaro e tondo mentre tutti insieme disegnavamo macchinine da corsa in sala da pranzo: “Io sono contentissimo quando ci siete voi ragazzi del Castelnuovo”. Io mi sono fermato a guardarlo e lui si è commosso, in modo semplice e vero. Al Sogno è così. Si impara a stare insieme, e ci si scambiano emozioni che fanno bene al cuore.