24/02/2026
Condividiamo la lettera di un collega infermiere che si rivolge ai giovani aspiranti professionisti intellettuali che stanno frequentando o pensando di frequentare l’Università.
“Cari futuri colleghi,
Quello che state per vivere non è un percorso universitario, è un terremoto.
Non sarà facile. Scordatevi l’idea romantica della divisa e del sorriso buono, perché la realtà è più sporca. Vi sveglierete alle cinque del mattino per prendere un autobus buio e mezzo vuoto, arriverete in reparto con lo stomaco chiuso e sarete in un mondo dove non esiste pausa, dove le persone soffrono, muoiono, ridono, sperano, vivono — tutto nello stesso momento. Tornerete a casa con la schiena a pezzi e la testa piena.
E succederà quella scena che ogni studente di infermieristica conosce: sarete seduti su una sedia di plastica, con un baracchino freddo tra le mani, dentro uno spogliatoio umido e puzzolente di disinfettante e sudore. Nessuno intorno. Nessuno che vi dica bravo. Solo il ronzio delle luci al neon. E vi chiederete se state facendo la cosa giusta.
Quel posto in fondo a destra dell’aula era il mio rifugio, da lì ho cominciato a capire. Questa strada non ti chiede di essere perfetto, ti chiede di esserci. Anche quando sei stanco, spaventato, arrabbiato.
E poi ci sono loro. I professori, i tutor. Vi faranno domande mentre avete già il cervello in tilt, vi bocceranno quando pensavate di aver dato tutto. Li odierete.
Ma un giorno, li vedrete sorridere mentre riuscite a prendere un accesso venoso dopo tre tentativi, o dopo aver passato un esame che vi aveva fatto impazzire. Li vedrete emozionarsi mentre parlate con un paziente come se l’aveste fatto da sempre. Li sentirete raccontare ad altri colleghi quanto siete cresciuti. Ma non saranno solo loro a insegnarvi.
Durante i tirocini, conoscerete gli OSS, quelli che chiamano “operatori socio-sanitari” come se bastasse una sigla per racchiudere tutto quello che sono davvero. Chiunque abbia passato un turno in reparto sa che loro sono la colonna vertebrale della sanità. Sono loro che si accorgono se un paziente ha mangiato meno del solito, se respira in modo diverso, se ha gli occhi spenti o una nuova ruga di dolore.
Osservateli, lavorate con loro. Perché nel modo in cui un OSS cambia un letto, lava un paziente o lo accarezza mentre lo gira, c’è tutto il significato della parola “cura”. C’è la dignità che ogni persona merita — anche quando non riesce più chiederla.
Ma il motivo per cui vale ogni alzataccia e notte passata sui libri sono i pazienti.
Non per il voto, non per il titolo, non per la divisa. Per quella signora che vi terrà la mano mentre le cambiate la flebo e vi racconterà di suo marito come se fosse ancora lì. Per quell’anziano che vi dirà “grazie” con gli occhi lucidi solo perché gli avete sistemato il cuscino.
Infine, incontrerete gli infermieri che vi faranno da guida nei tirocini. Con le occhiaie, con il caffè in mano alle sei del mattino, con le mani screpolate dal disinfettante e la testa piena di pensieri. Persone che, come voi, hanno paura di sbagliare, di non sapere rispondere a tutte le domande, hanno giornate storte e turni che li distruggono. Persone che si chiedono se stanno facendo abbastanza.
Saranno quelli che vi seguiranno passo dopo passo mentre preparate la vostra prima terapia, quelli che vi staranno dietro mentre vi muovete impacciati con il carrello, quelli che vi ripeteranno per la decima volta come scrivere una consegna o controllare una p***a infusionale. Farete saltare loro la pausa, arrivare tardi alla cena con la famiglia, restare oltre il turno per rispondere a un’ultima domanda o mostrarvi un gesto che ancora non vi viene.
Li vedrete difendervi quando un paziente sarà scorbutico o un medico parlerà con troppa arroganza. Li vedrete prendersi la responsabilità di un vostro errore, coprirvi le spalle, spiegarvi con calma dove avete sbagliato.
Lo fanno perché qualcuno, un tempo, lo ha fatto per loro. Perché credono davvero che insegnare sia il modo migliore per continuare a dare dignità a questo lavoro. E attraverso le loro parole vi passeranno molto più di una tecnica. Vi trasmetteranno il rispetto per le persone, per la sofferenza, per il tempo, per la morte.
Ogni infermiere ha vissuto tutto questo. Ha mangiato da solo in uno spogliatoio puzzolente. Ha pianto in bagno dopo una bocciatura. Ha pensato di mollare. Tutti.
Quando alla fine del percorso vi guarderete indietro, vi accorgerete che i ricordi più preziosi non saranno le nozioni che avete imparato, ma i volti di quegli infermieri che vi hanno tenuto per mano. Perché ogni infermiere nasce così, grazie a un altro infermiere che ha creduto in lui quando ancora non sapeva credere in sé stesso.
Questo è il mestiere più bello del mondo.
Non perfetto, non semplice, non facile. Ma il più vero.
Firmato: un ex studente di Scienze infermeristiche (infermieristica n.d.r.).