29/01/2026
Oggi ho portato una bottiglia di vino al pronto soccorso.
C'ero stato otto giorni fa con un mio caro, convinto che avrei passato la giornata in attesa. L'atrio era una bolgia: malati veri contro ipocondriaci, ferite sanguinanti, sofferenze silenziose, solitudini, voci concitate. Io ero convinto che fossimo un codice bianco, così mi sono messo in fila. Attorno a noi invece almeno un paio erano convinti di stare per morire. Che poi è normale, voglio dire: il nostro parere non può essere l'unico metro di giudizio. Serve qualcuno in grado di discernere, di capire e intervenire, servono i professionisti.
Quello che ho incontrato io si chiama Paolo. E' uscito in quel delirio con calma serafica e ha iniziato a fare poche domande mirate.
Lo osservavo incuriosito: era una specie di scanner umano. Leggeva ogni volto, si fermava su alcuni, chiedeva, tranquillizzava e assegnava codici nella sua mente.
"Tu cos'hai?" Mi ha chiesto.
"Sono qui per lui, ha solo un bel po' di affanno"
Uno sguardo.
"Vieni, portiamolo dentro".
Dentro ne aveva già tre o quattro. Andava da uno all'altro, velocissimo e rilassato insieme.
Gli ha messo due elettrodi e alle prime due dita di foglio stampato ha fatto cenno ai suoi colleghi.
Era ancora più calmo di prima.
Mi ha sorriso: "la situazione è grave, lo portiamo di la, ma tu aspettaci fuori, vedrai che siamo in tempo".
Era sicuro e sereno, così lo sono rimasto anche io.
Ho seguito la barella con lo sguardo, ero un po' sballottato, in fondo era successo tutto in due minuti.
Sono passati otto giorni.
Alla fine è andato tutto bene.
La cardiologa è stata bravissima, ma ha detto che sarebbero bastati due minuti in più per scrivere un altro finale.
Sono i due minuti di Paolo.
Sono la sua professionalità e quella degli infermieri e dei medici del servizio pubblico.
Sono le tasse che paghiamo.
Che ce ne lamentiamo, eh, sia chiaro. Ogni mese. Perché la sanità è uno schifo e lo diciamo forte.
Tanto Paolo ci salva uguale.
(Simone Arminio)