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LA CERVICALGIA Guarda quanti muscoli hai stipati nel collo: ed ecco perché la cervicalgia dà tanti sintomi diversiQuando...
23/03/2026

LA CERVICALGIA
Guarda quanti muscoli hai stipati nel collo: ed ecco perché la cervicalgia dà tanti sintomi diversi
Quando si parla di "cervicale", la gente pensa a un muscolo. Forse due. Il trapezio, quel cordone duro a lato del collo, e poco altro.

In realtà quello che c'è nel tuo collo è qualcosa di impressionante: in uno spazio di pochi centimetri sono stipati strati su strati di muscoli, ognuno con un lavoro diverso, ognuno con collegamenti diversi, e ognuno con la capacità di darti fastidi diversi.
L'immagine che vedi dà un'idea abbastanza fedele della situazione (anche se un po' semplificata): è un vero e proprio condominio muscolare: e non sono mica tutti!

Partiamo dallo strato più superficiale: il TRAPEZIO, quello che tutti conoscono e che tutti sentono duro come il marmo. È enorme, va dalla base del cranio fino a metà schiena, e il suo lavoro principale è sostenere il peso delle braccia e della testa. È anche il primo ad irrigidirsi quando sei sotto stress, perché risponde al famoso riflesso della "tartaruga che rientra nel guscio".

Subito sotto il trapezio ci sono muscoli come lo splenio e l'elevatore della scapola, che controllano i movimenti più ampi della testa. Sono quelli che protestano quando guidi a lungo o quando stai ore nella stessa posizione.

Poi c'è lo sterno cleido mastoideo (lo SCM), quel grosso muscolo laterale che va dal dietro l'orecchio fino alla clavicola. Ne ho parlato spessissimo perché è pieno di recettori dell'equilibrio Quando si irrigidisce, può dare sensazioni di sbandamento e instabilità che spaventano tantissime persone.

E infine, nel piano più profondo, proprio attaccati alle prime vertebre, ci sono i muscoli SUB-OCCIPITALI: piccolissimi, quasi impossibili da toccare dall'esterno, ma collegati direttamente alle membrane che avvolgono il cervello. Quando si irrigidiscono, la testa diventa "pesante", la concentrazione cala, e arriva quella nebbia mentale che sembra non avere spiegazione.

Perché ti racconto tutto questo?

Perché la complessità di questa zona spiega una cosa che frustra moltissime persone: i problemi cervicali danno sintomi che sembrano non avere senso.
Dolore e rigidità sono i più "normali". Ma poi arrivano le cose strane: sbandamenti, vista che si appanna, difficoltà a concentrarsi, mal di testa, sensazione di orecchie ovattate, tachicardia.

E la persona pensa: "ma come è possibile che il collo mi dia TUTTO questo?"
È possibile perché in quello spazio minuscolo c'è un intero ecosistema, e ogni componente è collegato a strutture diverse del sistema nervoso. Il trapezio influenza la respirazione. Lo SCM influenza l'equilibrio. I sub-occipitali influenzano la lucidità mentale. E tutti insieme, quando non funzionano bene, creano un mix di sintomi che sembra uscito da un film dell'orrore medico.

Per risolvere questi problemi serve una massoterapia struttura complessa perché da soli i massaggi e trattamenti spesso non risolvono: un massaggio raggiunge lo strato superficiale, il trapezio. Ma se il problema è anche nello SCM, o peggio nei sub-occipitali che stanno in profondità, massaggiare la superficie è come pulire il vetro di una finestra quando il problema è dietro la tapparella. Serve eseguire tecniche di sblocco , serve applicare tecniche di neurofisiologia applicata, serve dare stimoli potenti e ad alta velocità. E poi completare col massaggio, con mobilita' stretching e poi rinforzo.

Per rimettere in efficienza tutto questo sistema serve partire da stimoli che arrivino in profondità. Servono stimoli che coinvolgano tutti gli strati, non solo quello che si riesce a toccare con le mani. Serve spegnere la componente neurologica che genere contrazioni involontarie e predispone la muscolare all' ipertonia e all' ipertrofia.

Per la tua CERVICALGIA , nn ti affidare a personale incompetente e non sanitario, affidati a profili di terapisti sanitari e specializzati come lo sono io.

LUKA MASSOTERAPISTA sanitario
Studi: Latina, Roma, Fuerteventura
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PANCIA GONFIA e MAL DI SCHIENA : perché NUTRIZIONISTA e MASSOTERAPISTA collaborano nella cura del paziente?Molte persone...
17/03/2026

PANCIA GONFIA e MAL DI SCHIENA : perché NUTRIZIONISTA e MASSOTERAPISTA collaborano nella cura del paziente?

Molte persone hanno lo stomaco e l'intestino spesso gonfi, soprattutto dopo i pasti.
Provano a cambiare alimentazione, prendono probiotici, fanno test di ogni tipo.
Spesso migliorano un po', ma i gonfiori ci sono comunque.

Ed insieme ai gonfiori, hanno spesso un altro sintomo che sembra però "indipendente": il mal di schiena.
E il fatto che si presentino quasi sempre insieme non è una coincidenza.
C'è un collegamento anatomico preciso, e capirlo spiega perché le diete da sole spesso non risolvono.

Partiamo dalla pancia.
L'intestino non fluttua nel vuoto: è appoggiato direttamente sopra lo psoas, il grande muscolo che collega la colonna lombare alla coscia.
Ci sta proprio sopra, come una coperta su un cavo teso.
Quando l'intestino è spesso gonfio e irritato, quella tensione si trasmette allo psoas, che si irrigidisce di riflesso.
Non perché tu abbia fatto qualcosa di sbagliato con la schiena, ma perché lo psoas risponde automaticamente a quello che gli succede intorno.
E qui la cosa diventa interessante.
Lo psoas rigido non è mai un problema solo suo: si attacca direttamente ai dischi vertebrali lombari, uno per uno.
Quando è contratto, tira sui dischi e comprime la colonna.

In pratica: pancia gonfia → psoas che si irrigidisce → dischi sotto pressione → mal di schiena.

Ma il meccanismo funziona anche nella direzione opposta, e questo è il pezzo che molti non considerano.

Se lo psoas è rigido (per la sedentarietà, per lo stress, per qualsiasi motivo), riduce lo spazio a disposizione degli organi.
L'intestino ha meno "stanza" per muoversi, la motilità cala, la fermentazione aumenta.
Risultato: gonfiori, anche quando mangi bene.
È un circolo vizioso dove la pancia peggiora la schiena e la schiena peggiora la pancia.
È come due vicini di casa che condividono un muro sottile: quando uno fa casino, l'altro non dorme.
Ecco perché molte persone migliorano significativamente i gonfiori intestinali quando iniziano a fare esercizio per la schiena, anche senza cambiare nulla a tavola.
Non perché l'alimentazione non conti — conta eccome.

Ma perché spesso il problema non è solo cosa mangi: è che i muscoli intorno ai tuoi organi non funzionano come dovrebbero, e l'intestino non ha lo spazio per lavorare bene.

ECCO PERCHÉ SERVE UNA COLLABORAZIONE TERAPEUTICA TRA LE DUE FIGURE PROFESSIONALI

Quando i muscoli della zona tornano a funzionare, lo spazio si libera, la motilità riprende, e la pancia si sgonfia.
E la schiena ringrazia, perché non ha più uno psoas che le tira addosso 24 ore su 24 💪

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Il Menisco mediale: perché si rompe più facilmente?Il Menisco mediale è una struttura di fibrocartilagine a forma di mez...
13/03/2026

Il Menisco mediale: perché si rompe più facilmente?

Il Menisco mediale è una struttura di fibrocartilagine a forma di mezzaluna situata all’interno del ginocchio. Insieme al Menisco laterale si trova tra il Femore e la Tibia e svolge un ruolo fondamentale per il corretto funzionamento dell’articolazione.

I menischi agiscono come veri e propri ammortizzatori naturali del ginocchio: distribuiscono le forze che passano dall’articolazione, migliorano la stabilità e aiutano a proteggere la cartilagine. Senza il loro contributo, i carichi tra femore e tibia si concentrerebbero su superfici molto più piccole, aumentando nel tempo il rischio di degenerazione articolare.

Il menisco mediale, rispetto a quello laterale, è meno mobile e più stabilmente ancorato alla capsula articolare e al legamento collaterale mediale. Questa minore mobilità è uno dei motivi principali per cui è più esposto alle lesioni: quando il ginocchio subisce una rotazione o un movimento improvviso, il menisco mediale ha meno capacità di adattarsi allo spostamento delle superfici articolari.

Dal punto di vista biomeccanico, il menisco mediale partecipa alla distribuzione del carico tra femore e tibia, assorbe gli shock durante attività quotidiane come camminare o salire le scale e contribuisce alla stabilità complessiva del ginocchio. Quando questa struttura viene danneggiata, il carico articolare si modifica e nel lungo periodo può aumentare il rischio di usura della cartilagine e sviluppo di artrosi del ginocchio.

Le lesioni del menisco mediale sono spesso legate a movimenti di torsione del ginocchio con il piede fermo a terra, una situazione frequente negli sport che prevedono cambi di direzione rapidi come calcio, basket o sci. Anche accovacciamenti profondi o movimenti bruschi possono aumentare lo stress su questa struttura, soprattutto se associati a debolezza muscolare o scarso controllo del movimento.

Uno dei segnali più comuni di possibile coinvolgimento meniscale è la comparsa di dolore nella parte interna del ginocchio, talvolta accompagnato da una sensazione di scatto, blocco articolare o difficoltà a piegare completamente la gamba. In ambito clinico, tra i test utilizzati per valutare il menisco vi è il Test di McMurray, che può provocare dolore o un piccolo “click” articolare quando è presente una lesione.

Dal punto di vista preventivo e riabilitativo, il lavoro muscolare è molto importante. Un buon tono del Muscolo quadricipite femorale aiuta a stabilizzare il ginocchio e a ridurre il carico diretto sui menischi. Un esercizio semplice consiste nel mantenere la gamba distesa da seduti e contrarre il quadricipite per alcuni secondi, ripetendo più volte il movimento in modo controllato.

Anche esercizi funzionali come il mini squat controllato possono essere utili: scendere lentamente con i piedi alla larghezza delle anche, mantenendo il ginocchio allineato al piede e senza superare circa 30–40 gradi di flessione, aiuta a migliorare il controllo motorio e la stabilità del ginocchio senza sovraccaricare il menisco.

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I DIVERSI TIPI DI DOLORE ALLA SCHIENAIl mal di schiena può manifestarsi in diverse zone e con cause differenti. Comprend...
06/03/2026

I DIVERSI TIPI DI DOLORE ALLA SCHIENA
Il mal di schiena può manifestarsi in diverse zone e con cause differenti. Comprendere dove si localizza il dolore può aiutare a riconoscerne l’origine e a prestare maggiore attenzione alla postura e alle abitudini quotidiane.

🔴 Cervicale alta
Il dolore si concentra nella parte superiore del collo. Spesso è legato a tensione muscolare, stress o posture scorrette mantenute a lungo.

🔴 Cervicale bassa
Si manifesta nella parte inferiore del collo e nella zona tra collo e spalle. Può essere associato a rigidità muscolare o a movimenti ripetitivi.

🔴 Dorsale alta
Il fastidio si localizza tra le scapole nella parte superiore della schiena. Spesso è collegato a posture scorrette o a lunghi periodi seduti.

🔴 Dorsale mediana
Coinvolge la parte centrale della schiena e può essere causato da tensioni muscolari o da carichi distribuiti in modo non equilibrato.

🔴 Lombare
Il dolore compare nella parte bassa della schiena ed è uno dei più comuni. Può essere legato a sforzi fisici, sollevamento di pesi o posture scorrette.

🔴 Sacro-iliaca
Questa zona si trova vicino al bacino e può provocare fastidi nella parte inferiore della schiena o nei glutei.

🔴 Sciatica
Il dolore può partire dalla zona lombare e irradiarsi lungo la gamba. Spesso è associato alla compressione del nervo sciatico.

🔴 Coccige
Il fastidio è localizzato nella parte finale della colonna vertebrale e può essere legato a traumi o a una posizione seduta prolungata.

Riconoscere la zona del dolore è il primo passo per capire meglio il proprio corpo e adottare abitudini più sane per proteggere la schiena nel tempo.
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BIOMECCANICA DEL CARICO SPINALE – Allineamento neutro vs postura difettosaQuesta illustrazione confronta due stati biome...
06/03/2026

BIOMECCANICA DEL CARICO SPINALE – Allineamento neutro vs postura difettosa

Questa illustrazione confronta due stati biomeccanici della colonna vertebrale e del bacino, mostrando come la postura altera drasticamente la distribuzione del carico attraverso la colonna lombare e i dischi intervertebrali. Anche se il cambiamento di postura esterna può sembrare sottile, le conseguenze meccaniche interne sono significative e cumulative nel tempo.

Nell'immagine A, la colonna vertebrale è vicina ad un allineamento neutro con lordosi lombare bilanciata e orientamento pelvico livello. In questa posizione, le forze compressive sono distribuite uniformemente tra dischi intervertebrali e piastre vertebrali. Il nucleo pulposus rimane in posizione centrale, permettendo alle forze di dissiparsi simmetricamente in tutte le direzioni. Questo allineamento minimizza lo stress di taglio, riduce lo sforzo dei legamenti e permette ai muscoli spinali di lavorare in modo efficiente con un minimo dispendio energetico.

Nell'immagine B, inclinazione pelvica anteriore e lordosi lombare esagerata spostano l'ambiente biomeccanico. Il bacino ruota in avanti, aumentando l'estensione lombare e modificando l'angolo con cui il peso corporeo agisce sulla colonna vertebra Ciò causa un carico asimmetrico del disco, con aumento dello stress anulare posteriore e alterazioni dei gradienti di pressione all'interno del disco. Invece di una condivisione uniforme del carico, le forze si concentrano in regioni specifiche, aumentando la vulnerabilità alla degenerazione del disco e al dolore.

Dal punto di vista biomeccanico, la postura B aumenta sia le forze compressive che di taglio. La curvatura spinale alterata aumenta le braccia del momento, costringendo gli estensori spinali a lavorare di più per mantenere l'equilibrio. Nel tempo, questo porta a affaticamento muscolare, legamento strisciante e ridotta stabilità segmentale. I dischi intervertebrali sperimentano ripetuti stress direzionali, che possono contribuire a rigonfiamenti o cambiamenti degenerativi anche senza lesioni acute.

L'immagine evidenzia anche il ruolo del bacino come base biomeccanica per la colonna vertebrale. Piccoli cambiamenti nell'inclinazione pelvica creano effetti amplificati sulla colonna vertebrale. Questo spiega perché la seduta prolungata, la scarsa postura in piedi o la debole coordinazione core-anca spesso presentano clinicamente come mal di schiena piuttosto che sintomi isolati dell'anca o del bacino.

Funzionalmente, mantenere un allineamento spinale neutro permette un assorbimento ottimale degli urti e un trasferimento del carico durante le attività quotidiane come sedersi, stare in piedi e camminare. Le deviazioni da questo allineamento costringono la colonna vertebrale a strategie compensative meccanicamente inefficienti e strutturalmente stressanti.

In sintesi, questa immagine rafforza un principio fondamentale della biomeccanica: la postura determina la distribuzione del carico. La salute a lungo termine della colonna vertebrale non dipende dall'evitare il movimento, ma dal mantenimento dell'allineamento che permette di condividere le forze piuttosto che concentrare.

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SPONDILOLISTESI:La spondilolistesi è lo scivolamento di una vertebra su quella sottostante, più frequentemente nella reg...
02/03/2026

SPONDILOLISTESI:
La spondilolistesi è lo scivolamento di una vertebra su quella sottostante, più frequentemente nella regione lombare, specialmente al livello L5-S1. Questo spostamento può essere dovuto a un difetto o a una frattura da stress della pars interarticolaris (forma istmica), a cambiamenti degenerativi del disco e delle articolazioni facciali dovuti all'invecchiamento, a traumi, malformazioni congenite o, meno spesso, a tumori e infezioni. Quando la vertebra si sposta, può generare instabilità meccanica e compressione delle radici nervose.

I sintomi variano a seconda del grado di scivolamento. Molte persone sono asintomatiche e il ritrovamento è incidentale negli studi di immagine. Nei casi sintomatici si manifesta dolore lombare che aumenta con estensione, rigidità, contrattura muscolare e, se c'è impegno neurologico, dolore irradiato agli arti inferiori, formicolio o debolezza. La diagnosi è confermata da radiografie laterali a carico; la risonanza magnetica consente di valutare strutture nervose e tessuti molli. La classificazione Meyerding quantifica la percentuale di spostamento e guida il comportamento terapeutico.

Il trattamento iniziale è spesso conservativo: riposo relativo, fisioterapia per rafforzare la muscolatura lombare e addominale, analgesia e controllo del peso corporeo. La chirurgia è riservata a casi di dolore persistente, deficit neurologico o grave instabilità, e include tecniche di decompressione e artrodesi vertebrale. La prognosi è favorevole quando individuata e gestita tempestivamente.

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LA FASCITE PLANTARELa fascite plantare è una condizione di sovraccarico biomeccanico che colpisce la banda spesso del te...
23/02/2026

LA FASCITE PLANTARE
La fascite plantare è una condizione di sovraccarico biomeccanico che colpisce la banda spesso del tessuto connettivo nota come fascia plantare, che va dal calcagno (osso del tallone) alle dita dei piedi. Questa struttura svolge un ruolo vitale nel mantenimento dell'arco longitudinale mediale e nel supporto di un efficiente trasferimento della forza durante la piedi, la camminata e la corsa.

Biomeccanicamente, la fascia plantare funziona come una tensostruttura che immagazzina e rilascia energia elastica durante l'andatura. Quando il piede contatta il suolo, l'arco si appiattisce leggermente per assorbire lo shock, allungando la fascia plantare. Mentre il tallone si solleva e le dita dei piedi si allungano, il meccanismo del vento stringe la fascia, sollevando l'arco e trasformando il piede in una leva rigida per la propulsione.

Si verifica una tensione eccessiva quando un carico ripetitivo supera la capacità di recupero del tessuto. Fattori come sovrapronazione, riduzione della dorsiflessione della caviglia, prolungamento della posizione, improvvisi aumenti di attività o calzature inadeguate possono aumentare lo stress di trazione all'origine della fascia sul calcagno. Si sviluppano microlacriminazioni e cambiamenti degenerativi, producendo dolore al tallone mediale, specialmente durante i primi passi del mattino.

Mobilità limitata della caviglia e muscoli stretti del polpaccio aumentano ulteriormente lo stress sulla fascia plantare forzando la pronazione compensativa e aumentando le forze di trazione durante l'andatura I deboli muscoli intrinseci del piede possono anche ridurre il supporto dell'arco, spostando un maggior carico su strutture passive come la fascia.

Una gestione efficace si concentra sul ripristino della distribuzione ottimale del carico. Migliorare la flessibilità del polpaccio, potenziare la forza intrinseca del piede, sostenere l'arco e correggere la meccanica dell'andatura possono ridurre lo stress e favorire il recupero dei tessuti. Carico graduale e calzature adeguate aiutano a ripristinare una biomeccanica efficiente del piede.

Un arco resistente sostiene ogni passo: ripristina l'equilibrio e il piede ritrova forza, stabilità e movimento senza dolore.

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IL PICCOLO PETTORALEIl muscolo *Piccolo Pettorale* è un muscolo sottile triangolare della parete toracica anteriore che ...
16/02/2026

IL PICCOLO PETTORALE

Il muscolo *Piccolo Pettorale* è un muscolo sottile triangolare della parete toracica anteriore che si trova in profondità al pettorale maggiore. Anche se di dimensioni più piccole, svolge un ruolo importante nel controllo scapolare, nella stabilità della cintura delle spalle e nella meccanica respiratoria. Poiché collega le costole direttamente alla scapola, agisce come un importante ponte biomeccanico tra tronco e arto superiore.

Anatomicamente, il pectoralis minor deriva tipicamente dalla superficie anteriore delle costole da 3 a 5 vicino alle loro cartilagini costali. Le sue fibre corrono verso l'alto e lateralmente, convergendo in un tendine forte che si inserisce sul bordo mediale e sulla superficie superiore del processo coracoideo della scapola. Questo orientamento costola-coracoide conferisce al muscolo una diagonale che influenza fortemente la posizione scapolare a riposo e durante il movimento del braccio.

Dal punto di vista biomeccanico, il pettorale minore tira la scapola anteriore, inferiore e leggermente medialmente contro la parete toracica. Le sue azioni primarie includono protrazione scapolare, rotazione verso il basso e inclinazione anteriore. Quando la scapola è fissata, può aiutare anche a sollevare le costole, rendendola un muscolo accessorio di ispirazione, specialmente durante la respirazione profonda o travagliata.

Funzionalmente, questo muscolo è altamente attivo nella spinta, nel raggiungimento e nelle posture avanzate della spalla. Nelle persone con un lavoro prolungato alla scrivania, un sovraallenamento in palestra dei muscoli toracici o una postura arrotondata della spalla, il pettoralis minore diventa spesso stretto adattativamente. Questa strettezza altera la cinematica scapolare, riduce lo spazio subacromiale e può contribuire a impingement alla spalla e dolore anteriore alla spalla.

Clinicamente, un pettorale minore abbreviato o ipertonico è anche associato alla compressione neurovascolare sotto la regione coracoide, talvolta contribuendo a sintomi di tipo di uscita toracica. La valutazione dell'inclinazione scapolare, della tenerezza dell'attaccamento alle costole e della stretta regione coracoide è importante nella riabilitazione della spalla. Stretching, correzione posturale e rinforzo dello stabilizzatore scapolare sono strategie chiave per ripristinare la meccanica bilanciata della spalla.

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15/02/2026
STILL FONDATORE dell'osteopatia PARLAVA DI NEUROPLASTICITA' IN MANIERA CHIARA E DETTAGLIATAIl pensiero porta all'azione ...
13/02/2026

STILL FONDATORE dell'osteopatia PARLAVA DI NEUROPLASTICITA' IN MANIERA CHIARA E DETTAGLIATA

Il pensiero porta all'azione ,
liquido cerebro spinale
midollo spinale .

In queste pagine still parla di concetti oggi assimilabili alla neuroplasticita' e alla funzione del liquor cerebro spinale.

Queste pagine di fine Ottocento descrivono un organismo attraversato da forze, pressioni, flussi e “rivoluzioni” mentali. Il linguaggio è arcaico ma potente, a tratti drammatico ma grossolano , dietro la metafora si intravede un’intuizione sorprendentemente attuale: la salute dipende dall’equilibrio dinamico tra attività nervosa, circolazione dei fluidi e capacità di adattamento dell’intero sistema.

Quando Still parla di mente che “si logora sotto la forza della resistenza” o di “ruote mentali” che girano vorticosamente fino a saturare una fonte di impulsi nervosi, oggi possiamo riconoscere il concetto di sovraccarico neurofunzionale.

L’attività cerebrale prolungata e stressogena attiva in modo persistente i circuiti cortico-limbici e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con incremento di catecolamine e cortisolo. Se questo stato diventa cronico, altera il tono vascolare, la regolazione pressoria, la qualità del sonno, il metabolismo energetico cerebrale. Non è un’esplosione improvvisa dovuta a “ruote che girano troppo”, ma una perdita progressiva di regolazione, un’alterazione dell’omeostasi che può predisporre a eventi vascolari o a disfunzioni neurologiche.

Oggi il concetto e' stato studiato dalla neurologia moderna .

La plasticità si manifesta su più livelli.
Il primo livello è sinaptico. Le sinapsi – i punti di contatto tra neuroni – possono diventare più efficaci o meno efficaci nel trasmettere un segnale. Questi meccanismi sono alla base dell’apprendimento e della memoria. Ogni volta che ripetiamo un gesto, studiamo un concetto o consolidiamo un’abitudine, stiamo modificando l’efficacia di reti sinaptiche specifiche, still lo diceva 150 anni fa .

Un secondo livello è strutturale. Non si modifica solo la forza della connessione, ma anche la sua forma. Le spine dendritiche possono aumentare o diminuire, gli assoni possono rimodellarsi, la densità sinaptica può cambiare. L’esperienza lascia una traccia fisica nel tessuto nervoso.

Un terzo livello riguarda la riorganizzazione corticale. Se una parte del cervello viene lesionata – ad esempio dopo un ictus – altre aree possono assumere parte della funzione perduta. Lo stesso accade dopo un’amputazione o con un allenamento intensivo: le mappe corticali si rimodellano in base all’uso. L’area cerebrale dedicata a una funzione non è fissa, ma dipende dall’esperienza e dalla necessità funzionale.
Infine, esiste una forma più sorprendente di plasticità: la neurogenesi. Nell’adulto è limitata, ma documentata soprattutto nell’ippocampo, struttura fondamentale per memoria e regolazione emotiva. Gli studi attuali. hanno dimostrato che anche il cervello adulto può generare nuovi neuroni in specifiche condizioni.
Dal punto di vista clinico, la neuroplasticità non è un concetto teorico: è la base biologica della riabilitazione. Dopo un ictus, il recupero motorio dipende dalla capacità delle reti residue di riorganizzarsi. Nel dolore cronico, la cosiddetta sensibilizzazione centrale rappresenta una forma di plasticità maladattativa: circuiti del dolore diventano iperattivi e si consolidano. Nei disturbi dell’apprendimento o nei percorsi psicoterapeutici, la modifica dei circuiti limbici e prefrontali è un processo plastico. Anche pratiche come mindfulness, esercizio fisico e training cognitivo agiscono modulando reti neurali e sistemi autonomici.
In sintesi, la neuroplasticità è la capacità del sistema nervoso di modificare la propria organizzazione funzionale e strutturale per adattarsi all’esperienza. È il meccanismo biologico che rende possibile apprendere, recuperare, cambiare abitudini, ma anche sviluppare schemi disfunzionali se gli stimoli sono ripetitivi e negativi.

Cotinuando con Still ;
L’emiplegia, descritta con concetti meccanichi, viene oggi compresa come conseguenza di lesioni focali del sistema nervoso centrale: ischemie, emorragie, masse espansive. Tuttavia l’intuizione di fondo di Still resta valida: quando un distretto cerebrale perde il suo apporto ematico o la sua integrità strutturale, il movimento e la sensibilità si spengono. Il corpo non è una somma di parti, ma una rete integrata; se un nodo critico viene compromesso, l’intero sistema ne risente.
Nel capitolo dedicato al midollo spinale emerge un altro passaggio centrale: il midollo come asse della vita, come struttura visibile, palpabile, da cui si diramano fasci nervosi che portano “impulsi e fluidi” alle estremità. Oggi sappiamo che il midollo è un centro di integrazione riflessa, un canale di comunicazione tra encefalo e periferia, una struttura immersa nel liquido cerebrospinale, protetta da meningi e colonna vertebrale. La “forza sconosciuta” evocata dall’autore può essere letta come attività elettrochimica neuronale, come trasmissione sinaptica, come modulazione afferente ed efferente continua. Il midollo non è solo un cavo di trasmissione: è un sistema dinamico, plastico, capace di adattamento e riorganizzazione.

Sembra incredibile ma a fine 800 still sta parlando di Neuroplasticita'.
Quando il testo insiste sul liquido cerebrospinale come “grande fiume vitale” che deve scorrere e irrigare il campo, l’immagine poetica anticipa concetti oggi studiati con rigore: la dinamica del liquor, il sistema linfatico, il ruolo del flusso cerebrospinale nella rimozione dei metaboliti e nel mantenimento dell’ambiente extracellulare cerebrale. Non è un fluido mistico, ma una componente essenziale della fisiologia neurovascolare. Se la sua produzione, circolazione o riassorbimento si alterano, l’intero sistema nervoso ne risente.
Molto suggestiva è anche la parte in cui si ipotizza che uno spostamento delle ossa del collo possa alterare la circolazione al di sopra del collo, generando cefalea, vertigini, disturbi visivi e uditivi. Oggi non parliamo in termini così diretti di “ostacolo meccanico” universale, ma riconosciamo che le disfunzioni cervicali possono influenzare il sistema neurovegetativo, la propriocezione, il tono muscolare, la dinamica venosa e linfatica cranio-cervicale. La regione suboccipitale è ricca di meccanocettori e connessioni con i nuclei vestibolari; tensioni persistenti possono modulare l’elaborazione sensoriale e contribuire a quadri cefalalgici o vertiginosi. L’idea di fondo resta: la struttura influenza la funzione, e la funzione retroagisce sulla struttura.

Il capitolo “Il pensiero comporta l’azione” è forse il più moderno nella sua visione sistemica. Le “rivoluzioni mentali al minuto” sono una metafora efficace del carico cognitivo. Oggi parliamo di risorse attentive limitate, di consumo energetico cerebrale, di metabolismo glucidico neuronale. Il cervello rappresenta circa il 2% del peso corporeo ma consuma fino al 20% dell’energia totale a riposo.

L’attività mentale intensa, soprattutto se accompagnata da stress emotivo, modifica l’equilibrio neuroendocrino e autonomico. Non esistono numeri reali di “giri al minuto”, ma esiste un costo biologico dell’elaborazione cognitiva prolungata.

Still attribuisce molte patologie a un’“impedita circolazione dei fluidi”. In chiave moderna, possiamo tradurre questa espressione con alterazioni della microcircolazione, congestione venosa, stasi linfatica, squilibri pressori, disregolazione autonomica. Il concetto non è più generico: oggi è misurabile attraverso indagini emodinamiche, imaging, studi sul microcircolo e sulla funzione endoteliale. Tuttavia l’idea centrale rimane straordinariamente attuale: la salute è un fenomeno dinamico, basato su flussi – di sangue, di linfa, di liquor, di informazioni nervose – che devono restare armonici.
Ciò che colpisce, rileggendo queste pagine, è la tensione etica che le attraversa. Il medico viene descritto come un ingegnere responsabile del “motore della vita”. Oggi parleremmo di clinico chiamato a comprendere la complessità dei sistemi biologici, a rispettarne l’autoregolazione, a intervenire con precisione e misura. Non si tratta di dominare la Natura, ma di collaborare con i meccanismi di adattamento dell’organismo.

In definitiva, dietro il linguaggio ottocentesco, talvolta enfatico, emerge una visione profondamente sistemica: mente e corpo non sono separati; il sistema nervoso è il grande integratore; i fluidi corporei sono vettori di vita; l’eccesso di stress può logorare l’equilibrio; la struttura e la funzione sono inseparabili.
Rilette con gli strumenti della neurofisiologia, della biologia dei sistemi e della medicina contemporanea, queste pagine non appaiono come reliquie del passato, ma come il tentativo – ancora valido – di descrivere l’organismo come un’unità dinamica, in cui ogni parte parla con le altre attraverso flussi, segnali e adattamenti continui.

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