Annarita Arso Psicologa

Annarita Arso Psicologa Qui la psicologia non insegna nulla: sussurra, provoca, punge, spiazza, accarezza. Una pagina per chi cerca la mente nei dettagli e l’anima tra le righe.

Se vi piacciono i pensieri che graffiano e le verità scomode ma ben servite, siete nel posto giusto.

Ci sono messaggi che arrivano da ex pazienti anche a distanza di anni, quasi sempre accompagnati da una fotografia che r...
01/03/2026

Ci sono messaggi che arrivano da ex pazienti anche a distanza di anni, quasi sempre accompagnati da una fotografia che racconta tutto.

Un neonato addormentato sul petto della madre, un anello mostrato con mani emozionate, le chiavi di un’attività appena inaugurata, un biglietto aereo verso una città che un tempo faceva paura anche solo nominare.

Sono immagini che non hanno bisogno di spiegazioni perché rappresentano un meraviglioso spartiacque tra un prima e un dopo.

Qualche giorno fa ne è arrivata un’altra: un ragazzo con la corona d’alloro in testa e la tesi stretta tra le mani, lo sguardo fiero di chi ha appena attraversato qualcosa di importante.

La stranezza in questo caso è che non avevo il suo numero in rubrica ma soprattutto non l’ho riconosciuto, così ho pensato a un invio errato e gliel’ho scritto. Mi risponde dicendomi che invece ci eravamo conosciuti molti anni prima.

Oltre alla clinica, da sempre mi occupo anche di formazione. In questi anni ho incontrato centinaia di allievi, candidati e tirocinanti, ciascuno con la propria storia, i propri dubbi, le proprie ambizioni. Lui era stato uno di loro.

Mi parla di una visita in azienda finalizzata a verificare il raggiungimento dei suoi obiettivi formativi. Svolgeva bene il suo compito, tutto era formalmente corretto, ma sotto quella correttezza, mi scrive, io avevo colto un’ombra. Avevo notato in lui una competenza ordinata, una presenza composta e insieme una velatura nello sguardo. Gli chiesi se ci fossero criticità nel contesto aziendale o nell'affiancamento ricevuto e mi rispose che il percorso era coerente con il piano formativo anche se quella strada rappresentava un ripiego rispetto a ciò che avrebbe davvero voluto fare.

Mi scrive che parlammo a lungo delle sue ambizioni, delle paure, dei limiti economici, delle aspettative degli altri. Allora, a suo dire, gli restituii ciò che vedevo: una dialettica sicura, una capacità di argomentare con lucidità, una motivazione grintosa, un bel modo di porsi all’interlocutore. Gli dissi che qualità così rappresentavano direzioni che meritavano una scelta coerente.

Io quel dialogo non lo ricordavo purtroppo. In tanti anni ho conosciuto moltissimi tirocinanti.
Per lui, invece, è stato un punto di svolta.

Mi ha scritto che, finito il turno, quel giorno stesso si informò sulle procedure di iscrizione all’Università. Dentro di lui aveva una motivazione salda ma aveva solo bisogno che qualcuno gli desse la spinta decisiva per il grande passo.

La fotografia con la corona d’alloro è arrivata come un bellissimo regalo, a distanza di tanto tempo.

Mentre la guardavo ho pensato a quanto sia delicato il nostro passaggio nella vita degli altri e a quante volte non abbiamo idea del peso specifico di una frase detta con convinzione, di uno sguardo capace di intercettare un valore prima ancora del risultato.

Nella fotografia che accompagna il post di questa settimana, quella ragazza con la corona di alloro sul capo sono io. Domani saranno vent’anni esatti da quello scatto rubato e questo piccolo album dalle pagine ingiallite mi restituisce le emozioni di quel momento.

Credo che ogni traguardo cominci molto prima del giorno in cui lo celebriamo. Nasce quando qualcuno ci guarda e, con semplicità, ci restituisce ciò che possiamo diventare.
Forse la bellezza del mio lavoro in fondo, da sempre, è anche questo: riconoscere possibilità quando ancora hanno la voce bassa.

Auguri a quel ragazzo. Che a sua volta possa incontrare qualcuno a cui restituire lo stesso sguardo che un giorno, nel suo piccolo, ha fatto la differenza.

Alla Giornata della Psicologia, la professoressa Maria Rita Parsi, recentemente scomparsa, ha pronunciato parole che sem...
28/02/2026

Alla Giornata della Psicologia, la professoressa Maria Rita Parsi, recentemente scomparsa, ha pronunciato parole che sembrano essere oggi un prezioso monito lasciatoci in dono: “Il più bel regalo che possiamo fare ai bambini è dare loro la sicurezza che ci sono degli adulti che, anche sbagliando, sono sempre pronti a discutere, ad accogliere, ad ascoltare”.

In questa affermazione si condensa un’intera visione dell’infanzia e della responsabilità adulta. I bambini crescono quando sentono di potersi appoggiare a una presenza stabile. La fiducia prende forma attraverso adulti che rappresentano un’àncora nelle tempeste emotive, un porto sicuro in cui rientrare dopo ogni mare agitato, una colonna che sostiene senza vacillare.

La sicurezza affettiva si costruisce nella qualità della risposta. Un adulto che sa fermarsi, ascoltare, rientrare in relazione dopo un errore offre un insegnamento potente: il legame ha fondamenta solide. Ogni momento di dialogo diventa un mattone che rafforza quella struttura invisibile che il bambino porterà dentro di sé per tutta la vita.

Nel tempo, questa esperienza si trasforma in fiducia interna. Diventa la convinzione profonda di avere valore, di meritare ascolto, di poter attraversare conflitti e incomprensioni restando in connessione. È così che si forma la base sicura da cui esplorare il mondo e a cui tornare per ritrovare equilibrio.

Essere adulti significativi significa incarnare quella stabilità. Significa rappresentare un faro che orienta, una radice che tiene salda la terra sotto i piedi, un pilastro su cui poggia la costruzione dell’identità.

Quando un bambino sa di potersi contare su questa solidità, cresce con la sensazione che il mondo abbia un centro stabile. E da da quella certezza interiore nasce la capacità di diventare, a propria volta, una presenza sicura per gli altri.

Dott.ssa Annarita Arso

A volte restiamo aggrappati a ciò che è stato perché salutare quel tempo significa dismettere per sempre i panni di quel...
26/02/2026

A volte restiamo aggrappati a ciò che è stato perché salutare quel tempo significa dismettere per sempre i panni di quella vecchia versione di noi.
Una versione che aveva altre abitudini, altri sogni, altri limiti, altre illusioni a cui ci siamo affezionati perché ci gratificava o perché ci ha fatto scoprire lati inattesi o ancora perché, semplicemente, è stata profondamente amata.
Lasciar andare quel capitolo chiede un gesto più faticoso che il semplice voltare pagina: chiede di riconoscere che quello che eravamo ha fatto il suo percorso e ha concluso il suo compito.

Se non accade, si resta sospesi, pericolosamente in bilico.
Un piede affonda nel passato, l’altro cerca appoggio nel presente.
In mezzo c’è uno spartiacque instabile, una linea sottile che sembra tenere in equilibrio e invece espone a continue cadute interiori.
Si vive a metà, trattenendo ciò che ha già dato tutto e rimandando ciò che potrebbe nascere.

Le catene che tengono lì raramente sono visibili.
Sono fatte di identità sedimentate, di ruoli interiori che hanno garantito appartenenza, di storie raccontate così a lungo da sembrare verità definitive.
Catene gentili, spesso.
Catene che parlano di fedeltà a ciò che si è stati, di paura di tradire quella versione che ha resistito, lottato, amato come ha potuto.

Eppure ogni crescita richiede un atto di separazione, un saluto consapevole, un ringraziamento silenzioso a ciò che è stato utile e ora può essere deposto.

Tagliare quelle catene significa restituire dignità al passato senza permettergli di occupare il presente.
Significa riconoscere che l’identità vive di trasformazioni, non di permanenze forzate.
E che onorare chi eravamo allora apre lo spazio per diventare chi siamo adesso.

Solo così il passo si fa pieno.
Solo così il cammino smette di oscillare.
Solo così il presente diventa finalmente un posto interessante da abitare.

Dott.ssa Annarita Arso

Accade che alcune persone, attraversate da un senso profondo di vuoto, cerchino nel dolore una forma di contatto con sé ...
23/02/2026

Accade che alcune persone, attraversate da un senso profondo di vuoto, cerchino nel dolore una forma di contatto con sé stesse.

Quando un’angoscia resta senza parole, quando un vissuto interno non trova uno spazio in cui essere pensato e accolto, l’esperienza emotiva può trasformarsi in impulso. In quei momenti il corpo diventa il luogo in cui si esprime ciò che dentro non riesce ad essere simbolizzato in modo più evoluto.

Il farsi male, in alcune sue manifestazioni, rappresenta un tentativo di riempire un’assenza. Tagli, restrizioni o eccessi alimentari, preoccupazioni ossessive per l’immagine corporea possono assumere il significato di un gesto che “risveglia”, che produce una sensazione intensa capace di coprire per un attimo l’anestesia emotiva. Il dolore fisico appare concreto, definito, circoscritto. Offre una percezione tangibile laddove il dolore psichico si presenta come indefinito e disperso.

L’attacco al corpo diventa così un ricorso a un linguaggio primitivo, un modo disfunzionale per dare forma a qualcosa che ancora non possiede parole. Quando manca un alfabeto emotivo capace di nominare e rappresentare il proprio sentire, il corpo scrive ciò che la mente non riesce a tradurre.

Tutti questi comportamenti o queste manifestazioni sintomatiche parlano dello stesso bisogno: ridurre la voragine interiore, tradurre un’angoscia in qualcosa di più tollerabile, circoscrivere un dolore senza confini in un’esperienza delimitata.

Rintracciare forme più evolute di espressione e regolazione emotiva significa costruire parole dove prima c’erano solo sensazioni travolgenti, imparando a sostare nell’esperienza interna, per riconoscerla e darle significato.

Ogni volta che qualcosa dentro trova un nome e una sua collocazione, il corpo fuori può finalmente smettere di fare da doloroso portavoce, pagando una tassa aggiuntiva alla sofferenza originaria.

Dott.ssa Annarita Arso

Ogni volta che incontro una nuova coppia mi colpisce una cosa precisa: raramente due persone entrano nel mio studio perc...
22/02/2026

Ogni volta che incontro una nuova coppia mi colpisce una cosa precisa: raramente due persone entrano nel mio studio perché l’amore è finito. Di solito arrivano perché hanno smesso di comprendersi e l'incomprensione si è trasformata lentamente in distanza siderale.

Varcano la soglia come se stessero entrando in tribunale, si siedono composte, pronte a esporre la propria versione. Portano prove, citano episodi, ricostruiscono date e circostanze in modo accurato. Ognuno porta la propria verità e la espone con dovizia di particolari sperando che un terzo, neutrale e competente, stabilisca finalmente chi dei due ha ragione.

Si parla per convincere, si ascolta (poco e male) solo per replicare, si attende un verdetto. All’inizio l’atmosfera somiglia davvero a quella di un tribunale. Io sono lì, seduta di fronte a loro e mi sento guardata come fossi un giudice, in attesa di una sentenza che ristabilisca equilibrio. Mentre invece il mio lavoro in quei primi minuti è reggere quello spazio carico di elettricità e trasformarlo. Rallentare il ritmo delle accuse, tradurre ciò che si è trasformato in difesa, restituire alle parole il loro significato originario, quando servivano a cercarsi e non a ferirsi.

Quando si accorgono che non indosso la toga, dapprima appare una sottile delusione poi le arringhe si trasformano in emozioni nominabili e da sotto la rabbia emerge la paura di non essere più scelti, dietro l’accusa affiora il bisogno di sentirsi ancora importanti.

E quando accade che uno dei due trovi finalmente la forza di dire “In realtà mi sono sentito messo da parte”, l’atmosfera cambia improvvisamente. Non più “tu fai sempre”, ma “quando succede mi sento…”.

Il mio lavoro è accompagnare con pazienza questo passaggio. Rallentare quando la tensione accelera. Riportare le parole alla loro radice emotiva. Aiutare ciascuno a vedere ciò che, nel conflitto, ha perso di vista.

Ed è straordinario essere al centro di quella trasformazione silenziosa che si dipana nel tempo. Custodire lo spazio in cui due persone, pian piano, giorno dopo giorno, tornano a guardarsi senza armature, riconoscendo che sotto le incomprensioni vive ancora il desiderio tenace di sentirsi dalla stessa parte.

A chi entra nello studio, a chi entra in questo spazio virtuale e a chi mi scrive che, tra un caffè e una pausa pranzo, trova qui uno spazio in cui riconoscersi, va il mio grazie più pieno.
La stima che mi donate è energia che torna.

Annarita Arso

Esiste una differenza decisiva tra essere vittima e abitare il vittimismo.La vittima è tale per una condizione oggettiva...
21/02/2026

Esiste una differenza decisiva tra essere vittima e abitare il vittimismo.

La vittima è tale per una condizione oggettiva.
Ha subito un torto, un abuso, un’ingiustizia.
C’è un fatto, un evento, una responsabilità chiara che la colloca in quella posizione.

Nel vittimismo, invece, si cavalca una potenziale dimensione vittimizzata.
Non si elabora una ferita reale ma si indossa un ruolo.
Una postura relazionale che si attiva quando serve, quando conviene, quando permette di orientare l’altro. Così ogni divergenza diventa attacco, ogni limite posto dall’altro si trasforma in colpa da espiare, ogni reazione viene letta come prova di un torto.

Il vittimista non cerca comprensione ma pretende illeggittimamente la riparazione
di un danno che, non di rado, egli stesso contribuisce a creare.
E se un dolore autentico esiste, viene invece amplificato, esibito, posto al centro della scena come leva relazionale.

Chi sta accanto scivola lentamente in una posizione di debito e suo malgrado compensa, rassicura, cede.
Il senso di colpa diventa lo strumento di governo del legame.
Si cammina con cautela, si misurano parole e scelte, si vive nella costante sensazione di essere in difetto.

Quando una relazione ruota attorno a questa dinamica, l’equilibrio si altera: uno accusa implicitamente, l’altro tenta di espiare.
Il potere passa attraverso la colpa e la sedicente fragilità ostentata si trasforma in una pericolosa e subdola forma di controllo emotivo.

La vera vittima desidera uscire dalla sofferenza e ritrovare forza e grinta.
Il vittimista, invece, trova identità e vantaggio nel restare in quella posizione.

Riconoscere la differenza significa tutelare il dolore autentico.
E significa anche imparare a proteggersi da chi utilizza la posizione vittimistica per mantenere il potere all'interno della relazione.

Dott.ssa Annarita Arso

L’innamoramento è come un paesaggio disegnato con il desiderio.Vediamo ciò che vogliamo vedere, ascoltiamo ciò che ci pi...
20/02/2026

L’innamoramento è come un paesaggio disegnato con il desiderio.
Vediamo ciò che vogliamo vedere, ascoltiamo ciò che ci piace sentire, scegliamo di illuminare solo i dettagli che appagano la nostra fantasia.
Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio dell'altro, sembrano avere la forma perfetta che abbiamo immaginato.

Poi con il tempo sopraggiunge puntuale la disillusione.
Arriva come una luce che cambia angolazione: mostra le ombre, amplifica le sfumature e ciò che era apparentemente nitido e perfetto si allinea alla realtà.
Le crepe, le imperfezioni, i difetti, i limiti diventano progressivamente evidenti.
Ed è proprio lì, in quella luce che rende tutto più nitido, che può emergere un sentimento più solido.

L’amore non nasce nell’illusione, ma risiede nella decisione di restare quando le ombre si schiariscono. È la scelta di accettare l’altro con tutti i suoi giorni no, le sue contraddizioni, le sue fragilità. È accogliere la realtà del partner senza rinunciare alla propria. È continuare a costruire insieme anche quando lo specchio dei sogni non restituisce più un riflesso perfetto da postare su Instagram.

L’innamoramento mostra possibilità.
L’amore decide di abitarle.

Dott.ssa Annarita Arso

Alcuni adulti portano abiti impeccabili fuori e ferite infantili ancora aperte dentro.Hanno imparato a parlare bene, a l...
19/02/2026

Alcuni adulti portano abiti impeccabili fuori e ferite infantili ancora aperte dentro.
Hanno imparato a parlare bene, a lavorare bene, a funzionare bene.
Eppure, dentro, qualcosa resta bloccato a un tempo antico.
Un punto preciso in cui un trauma ha messo i tentacoli, un'emozione spaventosa è rimasta senza contenimento, una richiesta di aiuto si è dissolta nell’aria.

Quel bambino con il tempo diventa un adulto compiacente, iper-performante, seduttivo, aggressivo o distante. Ovvero, impara a sopravvivere nel solo modo che conosce.

Alcuni disturbi raccontano proprio questo, di adulti governati da emozioni che hanno radici molto antiche. Reazioni sproporzionate, relazioni instabili, rabbie improvvise, paure di abbandono che travolgono come tsunami sono il riflesso di memorie emotive che chiedono ancora di essere prese sul serio.

Quando un bambino cresce senza essere riconosciuto nel suo dolore, costruisce un’identità intorno alla ferita.
E quella ferita, se resta senza parole, continua a parlare attraverso i sintomi.

Aiutare un adulto significa spesso raggiungere quel bambino.
Significa offrirgli finalmente uno sguardo che regge, una presenza che contiene, una narrazione diversa da quella che si è costruito per spiegarsi il mondo.

Perché dentro molte fragilità adulte c’è un’infanzia che aspetta ancora di essere illuminata e finché quel bambino resta solo, guida la vita da dietro le quinte.

La guarigione comincia quando quel passato smette di essere un fantasma e diventa storia.
Quando il pianto antico trova voce.
E l’adulto, finalmente, può scegliere chi essere, invece di continuare a reagire a ciò che è stato.

Dott.ssa Annarita Arso

Durante la gravidanza, il corpo della donna si riorganizza con un’intelligenza silenziosa. Gli organi si spostano, si co...
18/02/2026

Durante la gravidanza, il corpo della donna si riorganizza con un’intelligenza silenziosa. Gli organi si spostano, si comprimono, arretrano con eleganza per fare spazio a chi sta arrivando. Nulla viene tolto ma tutto viene ridisposto.
È un’architettura viva che lavora giorno dopo giorno per accogliere una nuova presenza.

La stessa ristrutturazione avviene nell'universo emotivo.
Mentre il ventre cresce, anche il mondo interno cambia geografia.
Pensieri, priorità e desideri si muovono, si riordinano, cambiano direzione.
Alcune parti finiscono sullo sfondo, altre emergono con una forza inattesa.
Si crea spazio mentale, emotivo, simbolico.

In questo straordinario periodo di cambiamento la donna inizia a costruire l’immagine di chi verrà. Lo immagina, lo sente, lo sogna. Allena il cuore a una nuova ampiezza.
Si esercita, spesso senza accorgersene, nel ruolo che sta prendendo forma.

Il corpo insegna alla mente come fare.
Mostra che accogliere significa adattarsi senza sacrificarsi.
Che fare spazio equivale a trasformarsi, non a svuotarsi.
Che ogni cambiamento porta con sé una competenza nuova.

La gravidanza è questo dialogo continuo tra carne, pensiero ed emozione.
Un lavoro congiunto, profondo e meravigliosamente creativo.
Un processo in cui una donna diventa casa, passaggio, contenimento.
E mentre prepara il posto per qualcuno che sta per nascere, scopre spazi nuovi anche per sé.

È una magia discreta, quotidiana, potentissima.
Una danza di cellule ed emozioni che insegna, giorno dopo giorno, cosa significa accogliere la vita.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono persone che diventano camaleonti relazionali.Cambiano tono, postura, opinioni, gusti a seconda di chi hanno dava...
17/02/2026

Ci sono persone che diventano camaleonti relazionali.
Cambiano tono, postura, opinioni, gusti a seconda di chi hanno davanti.
Smussano gli angoli, accentuano qualità gradite, mettono tra parentesi parti di sé.

Ogni contesto richiede una versione diversa.
Ogni relazione sembra avere un copione da rispettare.

All’inizio questa capacità viene scambiata per adattabilità, sensibilità, intelligenza sociale. E in parte effettivamente lo è.
Saper leggere l’ambiente è una competenza preziosa.

La frattura inizia quando l’identità smette di avere un centro stabile e si trasforma in una collezione di maschere.
Quando la domanda silenziosa che guida ogni scambio diventa: "cosa devo essere per meritare questo legame?"

Se dentro si radica l’idea che l’amore dipenda dalla performance, l’identità diventa un abito da modellare di volta in volta.
Ci si convince che l’accettazione sia condizionata e il filo conduttore diventa la paura di deludere.

L’origine di questo scenario è antica e ricalca l'idea che "l’affetto arriva quando rispondo alle aspettative, quando sono utile, quando non disturbo, quando faccio il bravo, quando interpreto bene il copione".
Così il trasformarsi di volta in volta in ciò che l'altro desidera si consolida nel tempo come strategia di sopravvivenza affettiva.

Il risultato è una frammentazione silenziosa.
Ogni relazione custodisce una versione diversa di sé.
E più le versioni aumentano, più il centro si assottiglia.

Il paradosso è forte: nel tentativo di preservare i legami, si sacrifica la propria coerenza interna.
E senza coerenza l’intimità resta superficiale, perché il ruolo prende il posto della persona., diventando di fatto una prigione.

Sapersi interfacciare ad ogni possibile interlocutore è una buona capacità di adattamento.
Diventare irriconoscibili a se stessi rappresenta invece un segnale potente di qualcosa che meriterebbe attenzione.

Perché la relazione più importante da proteggere resta sempre quella con la propria integrità.
Chi riesce a restare fedele a se stesso scopre che la perdita più rischiosa non è l’eventuale allontanamento di qualcuno, ma barattare la propria autenticità con l’approvazione esterna.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono relazioni in cui accade qualcosa di molto pericoloso.Una persona sente di non essere vista. Cerca attenzione, pr...
16/02/2026

Ci sono relazioni in cui accade qualcosa di molto pericoloso.

Una persona sente di non essere vista. Cerca attenzione, presenza, ascolto.
Fa una domanda, chiede uno spazio, prova a portare un bisogno e invece di ricevere una risposta, raccoglie silenzio, distanza, disapprovazione.
Allora inizia a fare i conti con una costante sensazione di vuoto.

A quel punto la domanda cambia direzione.
Non è più "Perché l’altro non mi vede?" ma diventa "Cosa ho sbagliato io?"

Si comincia a rivedere ogni gesto, si abbassa il tono delle richieste, si rinuncia a chiedere per evitare fastidio, si impara a stare al proprio posto.

Questo passaggio è un campanello di allarme.
Perché il bisogno di essere visti non è una richiesta stravagante: è alla base di una relazione affettiva.
Quando una coppia funziona, il desiderio di attenzione genera dialogo, condivisione e complicità.
Quando qualcosa si inceppa, lo stesso desiderio genera invece senso di colpa in chi lo manifesta.
E allora la persona smette di sentirsi partner e inizia a sentirsi ospite. Presente, ma fuori fuoco. Coinvolta, ma invisibile.

In questi casi la questione non riguarda il valore personale, ma la qualità del legame.
Riguarda una dinamica in cui uno smette di guardare e l’altro impara a sparire.

Una relazione sana allarga lo spazio.
Una relazione che fa dubitare del diritto di essere visti, lo restringe.

Dott.ssa Annarita Arso

Non capita spesso che in pochi giorni si concentrino così tanti meravigliosi annunci.Nell'ultima settimana, ho ascoltato...
15/02/2026

Non capita spesso che in pochi giorni si concentrino così tanti meravigliosi annunci.

Nell'ultima settimana, ho ascoltato decisioni prese dopo mesi di esitazione.
Ho visto il sollievo arrivare dopo esiti medici temuti.
Ho raccolto parole che segnano uno spartiacque tra un prima e un dopo.
Ho assistito a traguardi raggiunti quando la fatica aveva quasi convinto a rinunciare.
Frasi pronunciate con le mani che tremavano leggermente, occhi lucidi e quella miscela precisa di sollievo e incredulità che solo la vita sa suscitare.
Sono quei momenti in cui la vita cambia il passo.

Perché molte di queste voci, in quella stessa stanza, avevano raccontato notti insonni, paure che stringevano lo stomaco, tracce traumatiche che continuavano a segnare il presente. Avevano messo sul tavolo il dubbio di non farcela, la sensazione di essere bloccati, la fatica di restare in piedi in mezzo all’ultimo uragano.

Questo è ciò che continua a farmi amare il mio lavoro: mi chiede di restare accanto alle persone mentre attraversano l’instabilità e mi concede il posto d'onore per assistere al momento in cui la vita riprende il suo movimento, sotterraneo ma potente.
Perché la vita lavora sotto traccia. Mentre si parla, mentre si analizza, mentre si dubita, qualcosa si riorganizza.
Essere testimone di questi passaggi è per me un privilegio.

Come ripeto spesso ai miei pazienti, la vita non procede in linea retta. Non è prevedibile, non è perfetta. Ma è ostinata.

E quando insiste, insegna che il dolore può attraversarci senza definirci per sempre.

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