21/11/2025
Essere forte non significa non sentire niente, significa sentire tutto e andare avanti lo stesso.
Ma è altrettanto vero che non sei tenutə a farlo ogni giorno: va bene anche quando ti fermi e ti concedi di non essere forte.
C’è un equivoco silenzioso che si insinua nella nostra lingua e nelle nostre relazioni: l’idea che la forza sia una condizione stabile, una specie di identità che, una volta cucita addosso, non puoi più toglierti. “Tu sei forte” diventa un’etichetta, ma anche una gabbia. Perché se “sei forte”, per definizione, non ti è concesso crollare, avere paura, dire “oggi no”.
La verità è che la forza non è una statua di marmo: è un movimento. È il modo in cui attraversi quello che senti, non la cancellazione di ciò che provi. Essere forte non è non piangere: è a volte piangere e poi asciugarsi il viso. Non è non cadere mai: è rialzarsi, ma anche sapersi inginocchiare quando il corpo e l’anima chiedono tregua. È sentire tutto – il peso, la stanchezza, la confusione – e non per questo smettere di essere degnə d’amore, di rispetto, di cura.
Il problema nasce quando questo movimento vivo diventa un ruolo fisso. Quante volte, davanti a una tua fatica, ti sei sentita dire:
«Vabbè ma tu sei forte.»
Detta così, sembra un complimento. In realtà, spesso è una chiusura. È come se l’altro stesse dicendo: “Tu non hai il diritto di stare così male. Io, forse, sì. Tu no, tu devi reggere”. In quella frase c’è una carezza a metà: riconosce la tua resistenza, ma ti toglie il diritto alla fragilità.
Quando qualcuno ti dice “tu sei forte”, mentre stai raccontando un dolore, quello che arriva al corpo è spesso un altro messaggio: “Ridimensiona. Non esagerare. Non è da te stare così”. E allora ti correggi da sola, ti sminuisci, fai una battuta, aggiungi: “No ma tranquillo, passerà”. La tua tristezza si mette in ordine, si allinea, si fa piccola, per non disturbare — per non deludere l’immagine che gli altri hanno di te.
Ma tu non sei nata per rassicurare nessuno sulla tua capacità di sopportare.
C’è un punto, nella vita emotiva, in cui la vera maturità non è “tenere botta” a ogni costo, ma riconoscere quando sei arrivata al limite. La forza, lì, cambia volto: smette di essere prestazione e diventa sincerità. È forza dire: “Sono stanca”. È forza dire: “Questa cosa mi ha ferita più di quanto pensassi”. È forza sedersi sul bordo del letto e ammettere che oggi non hai la spinta per salvare nessuno, nemmeno te stessa, e che ti serve tempo.
La retorica della forza ininterrotta è una forma elegante di disumanizzazione. Trasforma le persone “forti” in pilastri: tutti si appoggiano, nessuno si chiede se quel pilastro abbia crepe. Ti vedono come roccia e dimenticano che anche le rocce si sgretolano, millimetro dopo millimetro, sotto il vento e la pioggia. La crepa non è un difetto di fabbrica: è traccia di ciò che hai attraversato.
Lasciarsi vedere fragili non cancella la tua storia di resistenza: la completa. Non sei meno forte perché un giorno non ce la fai. Non tradisci nessuno se, dopo aver retto per mesi, ti prendi una sera per non parlare con nessuno, per piangere in silenzio, per stare nell’unica cosa che ti è rimasta sincera: il tuo corpo stanco. È lì che la tua umanità respira, quando togli la corazza che tutti danno per scontata.
Allora forse la frase andrebbe riscritta così:
Non dire più solo “tu sei forte”.
Di’: “Sei forte, sì, ma hai anche il diritto di non esserlo sempre. Ti voglio bene anche quando ti spezzi, anche quando non sorridi, anche quando non ti riconosci.”
Perché la forza vera non è quella che ti rende invincibile, ma quella che ti permette di non doverlo essere. È lo spazio interno in cui puoi appoggiarti, rallentare, tremare un po’ senza sentirti sbagliata. È la voce che, dentro di te, sussurra: “Oggi non vado avanti lo stesso. Oggi mi fermo. E questo non mi rende meno degna, meno luminosa, meno me”.
Essere forte non significa non sentire niente.
Significa sentire tutto.
E, qualche volta, avere il coraggio di non andare avanti, ma di restare lì, insieme a ciò che senti, finché smette di farti vergognare.
Psicologia Narrativa