Elisabetta Notaro Psicoterapeuta e Sessuologa

Elisabetta Notaro Psicoterapeuta e Sessuologa Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Elisabetta Notaro Psicoterapeuta e Sessuologa, Psicologo, Piazza 185 Reggimento Artiglieria Folgore, 2, Livorno.
(2)

Così, senza saperlo, ereditiamo l'incapacità verso la tragedia...perché nelle nostre case non si accetta la realtà del m...
24/11/2025

Così, senza saperlo, ereditiamo l'incapacità verso la tragedia...perché nelle nostre case non si accetta la realtà del male, e questo rinvia all'infinito qualsiasi sviluppo tragico innescando l'onda lunga di un dramma misurato e permanente – la palude in cui siamo cresciuti. È un habitat assurdo, fatto di dolore represso e quotidiane censure. Ma noi non possiamo accorgerci di quanto sia assurdo perché come rettili di palude conosciamo solo quel mondo, e la palude è per noi la normalità. Per questo siamo in grado di metabolizzare incredibili dosi di infelicità scambiandole per il doveroso corso delle cose: non ci sfiora il sospetto che nascondano ferite da curare, e fratture da ricomporre.

🍎
Alessandro Baricco

La guarigionə emotiva non nasce dal pensiero positivo.Nasce quando qualcuno ti incontra, ti vede, davvero.La sicurezza r...
24/11/2025

La guarigionə emotiva non nasce dal pensiero positivo.
Nasce quando qualcuno ti incontra, ti vede, davvero.
La sicurezza relazionale diventa un ponte tra ciò che eri costretta o costretto a essere e ciò che puoi finalmente diventare.

Le neuroscienze lo chiamano inter-brain synchrony,
due cervelli che si regolano a vicenda, come se dicessero: “Non sei sola o solo. Possiamo attraversare questo insieme”.

È in quel punto che i circuiti si riorganizzano.
Non per magia, ma per contatto umano.
Perché nessuna mente guarisce nel silenzio della solitudine. Guarisci quando qualcuno ti vede senza giudicarti. Quando puoi liberarti senza doverti difendere.
Quando il tuo mondo interno diventa finalmente ascoltabile.

La guarigione emotiva è un processo fisico, psichico e relazionale.
È il momento in cui tu cambi… e il tuo cervello cambia con te.

🍎
Luciana Zillio

Cari uomini, basta con le facce da cemento armato✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle SoglieCari uomini,oggi la sfida più ...
23/11/2025

Cari uomini, basta con le facce da cemento armato

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Cari uomini,
oggi la sfida più grande non è essere forti,
né essere brillanti,
né essere “vincenti”.

La sfida più grande è un’altra:

non essere aggressivi,
non essere corazzati,
non essere impermeabili alla vita.

Abbiamo passato troppo tempo a confondere la durezza con il carattere,
la rigidità con la forza,
la distanza con la virilità.

Oggi serve altro.

Serve recuperare i gesti veri,
quelli autentici,
quelli delicati,
quelli che non vi rendono deboli
ma vi restituiscono un cuore di carne.

Perché, diciamolo chiaramente:

non siete più forti quando siete duri.
Siete più soli.

Non siete più uomini quando alzate la voce.
Siete solo più spaventati.

Non siete più maturi quando non sentite niente.
Siete anestetizzati.

Non siete più virili quando reagite con rabbia.
State solo difendendo una parte fragile che non volete far vedere.

Cari uomini,
il cemento armato non è un carattere:
è una difesa.

E una difesa, alla lunga,
diventa una prigione.

Il mondo — e soprattutto chi vi ama —
non ha bisogno della vostra corazza.
Ha bisogno del vostro volto,
della vostra verità,
delle vostre parole dette senza paura,
dei vostri silenzi che sanno ascoltare,
dei vostri gesti che sanno custodire.

Essere uomini oggi significa:
• dire ciò che si prova senza umiliarsi,
• mostrare tenerezza senza vergognarsi,
• farsi guardare senza fuggire,
• reggere il conflitto senza distruggere,
• chiedere aiuto senza sentirsi piccoli,
• amare senza controllare,
• restare senza scappare.

Non vi sto chiedendo di diventare più “buoni”.
Vi sto invitando a diventare più veri.

Perché il mondo di cui abbiamo bisogno
non si costruisce con uomini di cemento,
ma con uomini vivi.

Con uomini che non temono la delicatezza.
Con uomini che sanno vedere.
Con uomini che sanno restare.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

La grazia che ricostruisce nel silenzio..A volte I anima non si ricostruisce nel tuono, ma in sussurri che solo la pace ...
23/11/2025

La grazia che ricostruisce nel silenzio..

A volte I anima non si ricostruisce nel tuono, ma in sussurri che solo la pace può sentire.

Dopo ogni tempesta, c'è un momento in cui l'anima smette di opporsi alla pioggia e sceglie di lasciarla cadere. Non scappa dal dolore, abbraccia l'accettazione silenziosa, riconoscendo che contribuisce anche alla crescita.

Una volta pensavi che il potere significasse salire rapidamente e dimostrare resistenza attraverso la velocità. Tuttavia, ora ti rendi conto che il vero potere comporta una pausa per lasciare che la tenerezza permei le rovine.

Non si tratta di riavere il tuo vecchio sé dopo che sei crollato, si tratta di ascoltare le lezioni causate dallo schianto.

Alcune parti di te possono essere raggiunte solo attraverso il silenzio. Ferite che non sono state guarite con la ragione, ma attraverso la riverenza. Hai smesso di chiederti perché e hai iniziato a sussurrare grazie - non perché apprezzi il dolore, ma perché hai riconosciuto come ha coltivato il terreno per far emergere nuove verità. La grazia era presente lì, non come ricompensa, ma come una presenza gentile.

La guarigione non arriva sempre in piena luce. A volte, inizia nell'oscurità - nel respiro attraverso le lacrime, nello spazio silenzioso in cui il perdono sembra inaccessibile, ma lentamente inizia a crescere. Ci vuole pazienza per rimanere con ciò che rimane irrisolto, confidando che sia il tempo che l'amore continuino il loro lavoro in profondità sotto la superficie.

Ti sei reso conto che la libertà non richiede carenza di paura. Invece, puoi affrontare le tue paure delicatamente, abbracciandole come parte di te piuttosto che barriere. I muri che hai costruito una volta per tenere a bada la tristezza sono arrivati a limitare anche la tua felicità. Ora, permetti a entrambi di andare e ve**re liberamente, lasciando che ti insegnino l'armonia.

La gentilezza possiede una forza sacra che non cerca attenzione. Persiste nella quiete e nell'umiltà, trasformando il dolore in saggezza, la perdita in consapevolezza e le fini in nuovi inizi.

Quasi ogni cicatrice ora emette un bagliore dolce, tranquillo e costante - come una lanterna che ti guida a casa. Continui a camminare, non per dimostrare che sei sopravvissuto, ma per incarnare ciò che hai imparato: la pace non è la mancanza di conflitto, ma la fiducia che dopo ogni frattura, l'anima può ricostruire se stessa con grazia, pazienza e amore.

"Alcune stagioni sembrano quiete, dove la vera vittoria significa optare per la pace piuttosto che lottare. Ricostruire in silenzio non è scomparire; è ascoltare il linguaggio sacro del rinnovamento.

Anche quando passa inosservato, l'anima impara a risorgere - non dal rumore o dal fuoco, ma da una luce che le tempeste non possono spegnere. È così che si muove la grazia: in silenzio, completamente, senza dover annunciare il suo ritorno".

🌹
Salvatrice D’amico

Ci sono persone che si nutrono della nostra disponibilità come fosse acqua necessaria alla loro sopravvivenza emotiva. S...
23/11/2025

Ci sono persone che si nutrono della nostra disponibilità come fosse acqua necessaria alla loro sopravvivenza emotiva. Spesso non se ne accorgono, altre volte sì, ma continuano finché trovano una fonte che concede senza chiedersi quanto costi. Imparare a riconoscere queste dinamiche è un atto di amore verso se stessi: significa proteggere l’equilibrio che abbiamo costruito e non barattarlo con un ruolo salvifico che non ci appartiene. Quando ci riprendiamo il nostro tempo, l’altro è obbligato a cercare nuove strade, forse più sane, forse più sue. Ed è in quel momento che iniziamo davvero a respirare.

❤️🪽
L’angolo della cultura

Osho indicava 2 vie verso la realizzazione del sé:La via del meditatore che presuppone un viaggio in solitaria.E la via ...
22/11/2025

Osho indicava 2 vie verso la realizzazione del sé:
La via del meditatore che presuppone un viaggio in solitaria.
E la via dell'Amore che presuppone un viaggio in coppia.

Per la MIA ESPERIENZA il viaggio coppia, pur essendo il più ambito e desiderato, é in realtà il più arduo a compiersi, perché presuppone un livello di Presenza 7/7 e h24.
Non è per tutti, anzi per la verità è un viaggio per pochi.
NON È semplicemente essere in relazione, è EVOLVERE/ELEVARSI attraverso la relazione, e fare questo é opera assai provante.
E se non vi è una BASE SOLIDISSIMA DI AMORE che sottintende la relazione, è quasi impossibile a compiersi.

Sulla coppia sono state gettate troppe idealizzazioni.
Ci ha rovinato più il "vissero per sempre felici e contenti" che la bomba atomica di Hiroshima.
Siamo cresciuti con dei miti nella testa ed oggi siamo incapaci di affrontare le dinamiche che si verificano quando siamo in relazione.
È per questo che dico che è un lavoro arduo a compiersi perché ci sono un sacco di idee disfunzionali che minano alla base la possibilità di incontrarsi veramente.
Stare BENE (nel senso alto del termine) da soli è un arte,
stare BENE insieme ad un altra persona é un capolavoro.

La coppia si costruisce, ed è frutto del "lavoro" di entrambe i partner.
Un lavoro duro perché ciò che viene disfatto è l'ego,
ma anche bellissimo perché ciò che spinge a farlo è L'AMORE .

🍎
Yatu Giorgio Nano

Cara mamma,è finito il tuo compito karmico, è finito il tuo ruolo coatto.Ho compreso…Ho compreso i tuoi limiti, le tue p...
22/11/2025

Cara mamma,
è finito il tuo compito karmico,
è finito il tuo ruolo coatto.
Ho compreso…
Ho compreso i tuoi limiti, le tue paure, i tuoi divieti,
tutto preso su di me…
Ho compreso le tue battaglie, i tuoi sacrifici, le abnegazioni,
tutto in obbedienza alle forze oscure…
Che non senso della vita hai dovuto sostenere,
quanto distante dalla vera luce…
E io per te mi ci sono tuffata dentro,
io per te ho assunto tutto il male
di cui eri permeata, tu inconsapevole.
Cara mamma,
lascio andare il tuo doppio ruolo,
di madre e di portatrice di karma,
lascio andare il mio,
di figlia e di succube,
lascio che si annullino fra loro
nell’espansione di coscienza che accolgo.
Non ho più bisogno di essere figlia.
Non ho più bisogno del tuo mondo
di paura e sofferenza.
Ci siamo incontrate,
ci siamo contaminate,
ci siamo logorate.
Taglio questo cordone,
spezzo questi legami,
rompo questo patto
e interrompo questa catena.
Ti lascio andare.
Mi lascio andare.
Annullo i debiti, gli obblighi, gli impegni
che mi bloccano con te,
sono solo alimento per gli oscuri.
Io sono, senza vincoli.
Io sono l’Universo che si manifesta attraverso di me
nella sua armonia, abbondanza, gioia, pace.
Vai cara anima verso la tua evoluzione,
ti libero dal ruolo di mamma,
vado verso la mia emancipazione.
Che il divino ci aiuti ad affrancarci definitivamente
da questa iniqua simbiosi energetica,
in modo che la nostra anima
ritrovi la strada della luce e della pace.
Sono arrivata come anima
e anima ritorno ad essere,
ripristinando il cerchio di luce
che era mio compito chiudere ad un livello più alto.

Lucia Goldoni su Essere Indaco

Basta: non è tutto narcisismo. Non tutto è manipolazione. A volte è solo umanità ferita.✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce del...
22/11/2025

Basta: non è tutto narcisismo. Non tutto è manipolazione. A volte è solo umanità ferita.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Viviamo in un’epoca in cui ogni relazione difficile viene subito trasformata in diagnosi.
Non ci amiamo più: ci etichettiamo.

Se uno sparisce → narcisista.
Se uno è emotivo → borderline.
Se uno è riservato → evitante.
Se uno sbaglia → manipolatore.
Se uno non risponde → ghosting patologico.
Non se ne può più.
Abbiamo costruito un mondo dove è più facile accusare che comprendere, più facile pronunciare una diagnosi che ascoltare una ferita. Ma la verità è un’altra, molto più semplice e molto più dolorosa:
molti non sono cattivi. Sono immaturi.
Molti non sono manipolatori. Sono spaventati. Molti non sono narcisisti. Sono confusi.

E soprattutto:
molto del dolore che proviamo non viene da loro… ma da ciò che si riattiva in noi.
Ghosting: non è una categoria clinica. È una fuga.

Oggi lo chiamano ghosting, ma è una parola elegante per dire: “Non reggo il confronto. Non so gestire le mie emozioni. Non so dirti la verità. Quindi scappo.” Esiste il ghosting overt: sparizione totale. Esiste il ghosting covert: presenza intermittente, ambigua, a fasi. Nessuno dei due è una diagnosi. Sono strategie di sopravvivenza emotiva di chi non riesce a sostenere una relazione adulta. Fa male, certo. Ferisce nel profondo. Ma non è sempre malizia. Quasi sempre è immaturità.
Il vero punto: i bisogni infantili che scambiamo per amore. Quello che ci distrugge non è la fuga dell’altro, ma ciò che risveglia in noi: la paura dell’abbandono, la nostalgia di un amore mai avuto, la ferita del “non valgo abbastanza”, il bisogno disperato di essere scelti, la fame affettiva rimasta bambina. È qui che tutto diventa insopportabile. Non perché l’altro ci fa male, ma perché tocca una ferita antica. E allora lo chiamiamo narcisista, manipolatore, tossico. Perché è più facile patologizzare che riconoscere la nostra vulnerabilità.
Siamo stanchi: non di amare, ma di amare con la ferita aperta La verità è che molte storie d’amore sono crollate non per mancanza di sentimento, ma perché erano appoggiate su bisogni infantili irrisolti: bisogno di essere salvati, bisogno di essere visti, bisogno di essere confermati, bisogno di non restare soli. E quando l’altro si ritira, anneghiamo non nel presente, ma nel passato. Non serve più un colpevole. Serve una consapevolezza. Non tutte le storie finiscono per colpa di un narcisista. Molte finiscono perché: uno scappa, l’altro rincorre, nessuno cresce. Il mondo non è pieno di persone tossiche. È pieno di persone ferite. E allora smettiamo di usare la psicologia per accusare. Usiamola per capire. Non tutto quello che ci confonde è manipolazione. Non tutto quello che perdiamo è amore. A volte è semplicemente un incontro tra due solitudini che non sanno ancora parlarsi. E la guarigione non arriva accusando l’altro, ma facendo pace con quella parte di noi che chiede all’amore di curare ciò che solo noi possiamo guarire.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

21/11/2025

IL FIGLIO NON PENSATO: LA FERITA INVISIBILE CHE MODELLA UN DESTINO

Quando un genitore narcisista non pensa il figlio come un soggetto distinto da sé, accade qualcosa di profondamente traumatico:
il figlio non riesce a pensarsi nel mondo.

Gli viene preclusa la possibilità di percepire una vita sua, personale, autentica.
Il genitore narcisista non è in grado di vedere il figlio come qualcuno che pensa, vuole, desidera, ma solo come un’estensione del proprio sistema psichico.

Il figlio non pensato, allora, non sa pensarsi.
Non riceve il nutrimento psichico necessario per muovere i primi passi nella costruzione di un Sé, di un mondo che gli assomigli.
Non sa farlo perché non sa chi è.
E, ancor prima, non sa essere.

Vive all’ombra del genitore:
come un seme che non muore, ma non germoglia mai.
Ha riparo, ha custodia, ma non ha la libertà di esistere come se stesso.

Nelle situazioni più gravi, il figlio non solo non è stato pensato,
ma viene addirittura deprivato della propria energia psichica, perché questa serve a sostenere un sistema familiare depresso e collassato.
Sono le famiglie dove lutti improvvisi e traumi antichi non sono mai stati elaborati.

Qui compare il paziente designato:
colui che si fa carico di manifestare l’angoscia di morte della famiglia, mentre tutti gli altri fingono una vita normale, conservano una facciata integra, e continuano a negare ciò che realmente li attraversa: una pulsione profonda, costante, silenziosa… di morte.

In entrambi i casi, una relazione terapeutica diventa fondamentale.
Serve a costruire, per la prima volta, un’immagine interna integra, viva, legittimata.
Serve a imparare che esistere è un diritto.
E che si può diventare finalmente ciò che non si è mai stati autorizzati a essere.

𝓒𝓵𝓪𝓾𝓭𝓲𝓪 𝓒𝓻𝓲𝓼𝓹𝓸𝓵𝓽𝓲

Essere forte non significa non sentire niente, significa sentire tutto e andare avanti lo stesso.Ma è altrettanto vero c...
21/11/2025

Essere forte non significa non sentire niente, significa sentire tutto e andare avanti lo stesso.
Ma è altrettanto vero che non sei tenutə a farlo ogni giorno: va bene anche quando ti fermi e ti concedi di non essere forte.

C’è un equivoco silenzioso che si insinua nella nostra lingua e nelle nostre relazioni: l’idea che la forza sia una condizione stabile, una specie di identità che, una volta cucita addosso, non puoi più toglierti. “Tu sei forte” diventa un’etichetta, ma anche una gabbia. Perché se “sei forte”, per definizione, non ti è concesso crollare, avere paura, dire “oggi no”.

La verità è che la forza non è una statua di marmo: è un movimento. È il modo in cui attraversi quello che senti, non la cancellazione di ciò che provi. Essere forte non è non piangere: è a volte piangere e poi asciugarsi il viso. Non è non cadere mai: è rialzarsi, ma anche sapersi inginocchiare quando il corpo e l’anima chiedono tregua. È sentire tutto – il peso, la stanchezza, la confusione – e non per questo smettere di essere degnə d’amore, di rispetto, di cura.

Il problema nasce quando questo movimento vivo diventa un ruolo fisso. Quante volte, davanti a una tua fatica, ti sei sentita dire:
«Vabbè ma tu sei forte.»
Detta così, sembra un complimento. In realtà, spesso è una chiusura. È come se l’altro stesse dicendo: “Tu non hai il diritto di stare così male. Io, forse, sì. Tu no, tu devi reggere”. In quella frase c’è una carezza a metà: riconosce la tua resistenza, ma ti toglie il diritto alla fragilità.

Quando qualcuno ti dice “tu sei forte”, mentre stai raccontando un dolore, quello che arriva al corpo è spesso un altro messaggio: “Ridimensiona. Non esagerare. Non è da te stare così”. E allora ti correggi da sola, ti sminuisci, fai una battuta, aggiungi: “No ma tranquillo, passerà”. La tua tristezza si mette in ordine, si allinea, si fa piccola, per non disturbare — per non deludere l’immagine che gli altri hanno di te.

Ma tu non sei nata per rassicurare nessuno sulla tua capacità di sopportare.

C’è un punto, nella vita emotiva, in cui la vera maturità non è “tenere botta” a ogni costo, ma riconoscere quando sei arrivata al limite. La forza, lì, cambia volto: smette di essere prestazione e diventa sincerità. È forza dire: “Sono stanca”. È forza dire: “Questa cosa mi ha ferita più di quanto pensassi”. È forza sedersi sul bordo del letto e ammettere che oggi non hai la spinta per salvare nessuno, nemmeno te stessa, e che ti serve tempo.

La retorica della forza ininterrotta è una forma elegante di disumanizzazione. Trasforma le persone “forti” in pilastri: tutti si appoggiano, nessuno si chiede se quel pilastro abbia crepe. Ti vedono come roccia e dimenticano che anche le rocce si sgretolano, millimetro dopo millimetro, sotto il vento e la pioggia. La crepa non è un difetto di fabbrica: è traccia di ciò che hai attraversato.

Lasciarsi vedere fragili non cancella la tua storia di resistenza: la completa. Non sei meno forte perché un giorno non ce la fai. Non tradisci nessuno se, dopo aver retto per mesi, ti prendi una sera per non parlare con nessuno, per piangere in silenzio, per stare nell’unica cosa che ti è rimasta sincera: il tuo corpo stanco. È lì che la tua umanità respira, quando togli la corazza che tutti danno per scontata.

Allora forse la frase andrebbe riscritta così:
Non dire più solo “tu sei forte”.
Di’: “Sei forte, sì, ma hai anche il diritto di non esserlo sempre. Ti voglio bene anche quando ti spezzi, anche quando non sorridi, anche quando non ti riconosci.”

Perché la forza vera non è quella che ti rende invincibile, ma quella che ti permette di non doverlo essere. È lo spazio interno in cui puoi appoggiarti, rallentare, tremare un po’ senza sentirti sbagliata. È la voce che, dentro di te, sussurra: “Oggi non vado avanti lo stesso. Oggi mi fermo. E questo non mi rende meno degna, meno luminosa, meno me”.

Essere forte non significa non sentire niente.
Significa sentire tutto.
E, qualche volta, avere il coraggio di non andare avanti, ma di restare lì, insieme a ciò che senti, finché smette di farti vergognare.

Psicologia Narrativa

Nel 1889, suo marito morì e le lasciò un’azienda in fallimento.La banca disse di vendere. La sua famiglia disse di vende...
21/11/2025

Nel 1889, suo marito morì e le lasciò un’azienda in fallimento.
La banca disse di vendere. La sua famiglia disse di vendere.
Lei disse: “Guardatemi mentre costruisco un impero.”
Marzo 1889, Grand Rapids, Michigan.
Anna Bissell guardò suo marito morire di polmonite nella loro camera da letto.
Lui aveva 45 anni. Lei 42.
Melville le lasciò cinque figli da crescere da sola, una fabbrica di spazzoloni per tappeti sull’orlo della bancarotta e una scelta che nessuna donna, fino a quel momento, aveva mai dovuto affrontare.
Tutti — famiglia, amici, colleghi, le banche — le dissero la stessa cosa:
Vendi l’azienda. Prendi quello che puoi. Ritirati nella tua vedovanza, come una signora perbene.
Era il 1889. Le donne non potevano votare nella maggior parte degli stati.
Non potevano far parte delle giurie. In molti luoghi non potevano nemmeno controllare i propri soldi o la propria proprietà.
Una donna a capo di un’azienda era qualcosa di praticamente mitologico.
Le sale riunioni erano chiuse. Le banche diffidenti. La società ostile.
Ad Anna Bissell non importava.
Entrò in quella sala riunioni e prese il comando.
Non come figura temporanea.
Non come facciata mentre gli uomini prendevano le decisioni vere.
Avrebbe guidato lei quell’azienda.
E l’avrebbe resa leggendaria.
Ma ecco la verità: aveva già salvato l’azienda una volta.
Torniamo al 1883.
Anna Sutherland era nata in Nuova Scozia nel 1846.
Intelligente, ambiziosa, insegnava già a 16 anni mentre la maggior parte delle coetanee sperava solo in un buon matrimonio.
A 19 anni sposò Melville Bissell e si trasferì a Grand Rapids.
Insieme aprirono un negozio di ceramiche.
Gli affari andavano bene… finché non notarono un problema.
Le casse di legno usate per le spedizioni lasciavano segatura ovunque.
Si incastrava nei tappeti del negozio ed era impossibile da pulire.
Le scope la spostavano soltanto.
Così Melville inventò qualcosa di rivoluzionario:
una spazzola meccanica per tappeti con rulli rotanti che raccoglieva davvero lo sporco invece di spargerlo.
Un’invenzione brillante.
Ma Melville era un inventore, non un venditore.
Anna, invece? Anna poteva vendere qualsiasi cosa.
Partì con dei prototipi. Porta a porta. Città dopo città.
Entrava nei negozi, dimostrava il prodotto con una passione tale che anche i commercianti più scettici non resistevano.
Convincere John Wanamaker — l’uomo che inventò il concetto di grande magazzino moderno — a mettere le spazzole Bissell sugli scaffali fu decisivo.
Quel contratto cambiò tutto.
Anna divenne la migliore venditrice dell’azienda.
Poi, nel 1884, arrivò il disastro: un incendio distrusse l’intera fabbrica.
Qualsiasi altra azienda sarebbe crollata.
L’assicurazione coprì appena una minima parte delle perdite.
Anna entrò in tutte le banche di Grand Rapids.
Usò la sua reputazione, i suoi rapporti, ogni connessione che aveva.
Riuscì a ottenere i finanziamenti necessari.
In tre settimane erano di nuovo operativi.
Melville ricevette il merito.
Ma fu Anna a salvarli.
Cinque anni dopo, alla morte di Melville, non si limitò a salvare l’azienda — la trasformò.
Anna capì ciò che la maggior parte dei leader dell’epoca ignorava:
un grande prodotto ha bisogno di un grande brand.
Protesse con determinazione brevetti e marchi.
Creò un’identità di marca coerente e riconoscibile.
Si espanse a livello internazionale: Europa, America Latina, Asia.
Ottenne un endorsement epocale:
la regina Vittoria pretese che Buckingham Palace fosse “Bissellato” ogni settimana.
Nel 1899, dieci anni dopo aver preso il controllo, Bissell era la più grande azienda di spazzole per tappeti al mondo.
Ma il profitto non era la sua unica misura del successo.
In un’epoca in cui i lavoratori erano trattati come macchine usa e getta, con turni di 12 ore e condizioni pericolose, Anna introdusse qualcosa di radicale:
– uno dei primi piani pensionistici d’America
– indennizzi per gli infortuni, decenni prima che la legge lo imponesse
– ferie retribuite
Conosceva ogni dipendente per nome.
Chiedeva delle loro famiglie. Partecipava a matrimoni e funerali.
Durante la depressione del 1893, mentre le aziende licenziavano ovunque, Anna si rifiutò di licenziare anche una sola persona.
Ridusse gli orari, riassegnò ruoli, trovò soluzioni.
I suoi lavoratori non solo la rispettavano.
La amavano.
La Bissell non ha mai avuto uno sciopero in oltre 140 anni di storia. Mai.
Questa è l’eredità di Anna, incisa nella lealtà.
Ma il suo impegno andava oltre la fabbrica.
Fondò la Bissell House, un centro comunitario che offriva attività e formazione per donne e bambini immigrati.
Fece parte dei consigli direttivi di case per bambini e ospedali.
Fu la prima donna trustee della Chiesa Metodista Episcopale.
Per anni, l’unica donna nella National Hardware Men’s Association.
Uno dei suoi figli scrisse:
“La sua gioia più grande era trovare case per i bambini abbandonati. Ne ha sistemati almeno quattrocento.”
Quattrocento bambini trovarono una famiglia grazie a lei.
Anna guidò la Bissell come CEO dal 1889 al 1919 — trent’anni.
Poi rimase presidente del consiglio fino alla morte nel 1934, a 87 anni.
Crebbe cinque figli da sola.
Trasformò una fabbrica in difficoltà in un marchio internazionale.
Anticipò pratiche sul lavoro che sarebbero diventate standard decenni dopo.
Dimostrò che compassione e capitalismo possono coesistere.
Oggi Bissell è ancora un’azienda familiare, con sede a Grand Rapids.
Detiene circa il 20% del mercato nordamericano della cura dei pavimenti e vale circa 1 miliardo di dollari.
Nel 2016 una statua in bronzo alta oltre due metri è stata dedicata ad Anna Bissell nel centro di Grand Rapids.
Ma il suo vero monumento non è il bronzo.
È ogni piano pensionistico.
Ogni polizza per gli infortuni.
Ogni donna CEO che ha seguito il suo cammino.
Nel 1889 il mondo disse ad Anna Bissell che una donna non poteva guidare un’azienda.
Lei si fece avanti comunque.
E spazzò via ogni argomento contro di lei.
Non essendo spietata.
Non imitando gli uomini che la volevano fuori.
Essendo semplicemente ciò che era: brillante, compassionevole, inarrestabile.
Il mondo diceva che le donne non potevano costruire imperi.
Anna Bissell lo costruì comunque — e lo costruì sollevando anche gli altri.
Anna Bissell (1846–1934)
Insegnante. Venditrice. CEO. Pioniera.
La prima donna CEO di una grande azienda manifatturiera negli Stati Uniti.
Non si limitò a infrangere il soffitto di cristallo. Lo spazzò via.

🍎
Fonte: Tempesta

Indirizzo

Piazza 185 Reggimento Artiglieria Folgore, 2
Livorno
57128

Telefono

+393921229291

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Elisabetta Notaro Psicoterapeuta e Sessuologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Elisabetta Notaro Psicoterapeuta e Sessuologa:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare