Centro Psicologia Integrata Lecco

Centro Psicologia Integrata Lecco Il Centro di Psicologia Integrata è un punto di riferimento nella città di Lecco per la diagnosi e la cura del disagio psicologico nelle sue diverse forme

Grazie all’integrazione tra diverse competenze e figure professionali, il Centro offre una pluralità di interventi orientati alle specifiche esigenze di ciascun individuo e per ogni fascia di età. Le attività di diagnosi, supporto e psicoterapia (individuale, familiare, di coppia o di gruppo) sono volte alla presa in carico di differenti aree di difficoltà: Disturbi d'ansia, problematiche legate all'alimentazione, Depressione e disturbi dell'umore, genitorialità e disturbi dell'età evolutiva, terapia di coppia e disfunzioni sessuali, disturbi legati all'abuso di alcol o dipendenza da sostanze stupefacenti, Dipendenza da gioco.

This is us. Con molte novità in arrivo!
15/11/2021

This is us. Con molte novità in arrivo!

Shooting day oggi in studio, grosse novità in arrivo! Stay tuned!
09/11/2021

Shooting day oggi in studio, grosse novità in arrivo! Stay tuned!

14/10/2021

PERCHE’ CREDIAMO ALLE FAKE NEWS?

L’interessante ed avvincente mostra sulle fake news allestita da Lecconotizie.com in piazza Cermenati ci offre l’occasione per affrontare alcuni aspetti psicologici centrali in questo tipo di fenomeno. Potremmo sintetizzare il tema di questo nostro intervento con una domanda molto diretta: perché crediamo alle fake news? Si tratta, ovviamente, di un tema molto dibattuto oggi. Attorno alla correttezza delle informazioni che circolano su tutti gli strumenti mediatici (internet in testa) si giocano infatti importanti battaglie culturali, economiche ed anche politiche. Avere il controllo dell’informazione (e poterla manipolare a proprio uso) è, oggi più che mai, sinonimo di potere.

Storicamente il fenomeno fake news, in ambito psicologico, è sempre stato rubricato come effetto dei cosiddetti bias cognitivi, ossia errori strutturali del ragionamento umano. Il presupposto è che tutti noi ci creiamo opinioni sulla base di percezioni deformate e talvolta erronee della realtà anziché su principi logici e probabilistici.
Citiamo i più importanti di questi “errori” fornendo qualche esempio. Il più potente di tutti è il Bias di conferma, ossia la tendenza quasi automatica di ritenere più corrette quelle informazioni che confermano ciò che già sappiamo (o in cui crediamo). Legati ad esso sono il Bias della frequenza e il Bias di gruppo. Il primo ci porta a sovrastimare la frequenza delle esperienze e delle circostanze di cui noi stessi siamo protagonisti. Una donna incinta, per fare un esempio, noterà molte più carrozzine di quanto non accadesse prima di trovarsi in quella condizione, e quindi sovrastimerà la presenza di tutti quegli oggetti che hanno a che fare con la sua condizione di mamma. Il Bias di gruppo risponde allo stesso principio, ma esteso a una dimensione collettiva anziché individuale: si tendono a ritenere più fondate, e quindi più autorevoli, le informazioni “condivise”. È il principio di funzionamento dei “like”: una notizia, un post o qualsiasi contenuto mediatico che sia contrassegnato da più “pollici in su” è implicitamente ritenuto più autorevole di uno che ne ha meno.

La tradizione psicologica, soprattutto di matrice cognitivista, ha esteso indefinitamente questo tipo di indagini relative agli “errori di ragionamento” andando a scovare infinite “scorciatoie del pensiero”. Citiamo le più note, oltre a quelle già nominate sopra: il bias di ancoraggio (tale per cui rimaniamo “ancorati” alle nostre convinzioni a prescindere dalle “falsificazioni”), il bias dello status quo e il bias della negatività (strategie finalizzate a fare in modo che tutto rimanga come è perché le novità ci destabilizzano), la Fallacia di Gabler (per cui rileggiamo gli eventi che accadono a partire dalla nostra storia e dal nostro passato), il bias dello sguardo selettivo e la negligenza di probabilità (per cui “vediamo le cose che vogliamo vedere” e sovrastimiamo la loro frequenza contro qualsiasi legge logica o probabilistica), e via dicendo.

La ricerca contemporanea, dopo il più marcato interesse verso il mondo emotivo che si è verificato soprattutto a partite dagli Anni Novanta, offre un’altra chiave di lettura, che si sovrappone a quella cognitivista. La sintetizziamo in questi termini: tutti gli “errori di ragionamento” di cui siamo involontari protagonisti hanno una matrice emotiva più che cognitiva. Si manifestano nell’ambito del ragionamento, ma ciò che li muove ha a che fare con l’emotività.

L’esigenza imprescindibile di ogni essere umano è anzitutto quella di essere visto, riconosciuto e amato; in seconda battuta di essere rassicurato rispetto ai pericoli che corre per il semplice fatto di essere al mondo. Sono percezioni indispensabili per ciascuno di noi anche il sentirsi adeguato in rapporto ai compiti che ci aspettano, apprezzato dai propri simili per le proprie capacità, e infine legittimato rispetto al proprio mondo emotivo e a ciò che prova.
Siamo esseri emotivi, presi nel vortice della vita (ognuno nella propria), più che esseri razionali. E le “deformazioni” e gli “errori” di cui siamo artefici nella percezione del mondo e di noi stessi sono semplicemente legati al fatto che osserviamo il mondo da un particolare punto di vista (il nostro) e ci aggrappiamo tenacemente a quelle piccole grandi certezze che ci rassicurano confermandoci in ciò che siamo e confinando il mondo per come ce lo rappresentiamo.

È per questo motivo che, in ambito clinico, nessuno riuscirà mai a cambiare il comportamento di un giocatore d’azzardo patologico “persuadendolo” del fatto che la sua condotta lo porterà alla rovina; né si riuscirà mai a “convincere” un fobico del fatto che la sua paura (qualsiasi essa sia) è infondata: non è in gioco la persuasione, bensì qualcosa di molto più profondo, che neanche il diretto interessato, spesso, comprende. Qualcosa che ha a che fare con il suo mondo emotivo, con la sua storia di vita, e con quei bisogni imprescindibili che tutti ci accomunano, in qualità di esseri umani.

10/09/2021

DISAGI PSICOLOGICI DA COVID: I PIU’ COLPITI SONO I GIOVANI

Dopo una lunga pausa (dovuta anche ad un aumento considerevole delle persone che si trovano in difficoltà psicologica per il Covid e che dunque chiedono una psicoterapia o un intervento di sostegno psicologico) riprendiamo il nostro percorso.

Nell’ultimo intervento ci siamo concentrati su un dato epidemiologico: in tutto il mondo coinvolto dalla pandemia da Coronavirus si registra un aumento esponenziale di forme di disagio psicologico assegnabili soprattutto alle classiche categorie di ansia, depressione e disturbi relazionali. Le agenzie sociali deputate a monitorare la salute pubblica locale, così come qualsiasi psicoterapeuta lecchese, non possono che confermare questo drammatico dato mondiale.

Ma ciò che i dati statistici ci dicono in modo ancor più chiaro è anche che non tutte le fasce di età sono ugualmente esposte a queste forme di disagio che il prolungato periodo di deprivazione forzata dei contatti sociali ha generato. I più colpiti sono i giovani e i giovanissimi. Di loro si parla poco (nella misura in cui “non hanno voce” negli spazi del dibattito pubblico e delle decisioni politiche) ma a loro va destinata la maggior attenzione da parte delle istituzioni, delle categorie socio-sanitarie, della scuola e di ciascuno di noi (che sia padre, zio, nonno o, semplicemente, cittadino).

L’uomo è, anzitutto, relazione, socialità, condivisione delle attività – abbiamo osservato nello scorso intervento - Senza questa possibilità di espressione di sé si sottrae, a ciascuno di noi, la parte più vitale. Ma se per un adulto perdere due anni di vita relazionale è “semplicemente” frustrante, doloroso, limitante, claustrofobico, logorante (ed ognuno ci metta il termine che meglio descrive il proprio stato d’animo), per un adolescente è castrante e per un bambino rappresenta un rallentamento dello sviluppo relazionale (fortunatamente parziale e transitorio).

La vita di un adolescente è fatta del contatto, fisico ed affettivo, con gli amici: le serate in compagnia, i compiti da fare insieme, lo sport, le uscite in bicicletta, in scooter, in auto. E poi baci, abbracci, corteggiamenti. E poi ancora rivalità, conflitti, competizione (che diventano spesso sfottò e piccole scaramucce fisiche) dove si fa “palestra” in vista di quella che sarà la vita adulta. Mettiamoci pure qualche superamento dei limiti di ciò che è consentito o legittimo fare.
Ecco, tutto questo da un anno e mezzo non è più possibile. Tutte queste esperienze, vitali per un adolescente ed essenziali per la sua crescita, è come se si fossero congelate.

A maggior ragione la vita di un bambino si costruisce attorno alla complicità e alla vicinanza autentica con le proprie figure di riferimento, fatta di attenzioni, sguardi, condivisione di attività, giochi fatti insieme. Questo complesso e articolato movimento relazionale costruisce il mondo affettivo del bambino e la base delle sue competenze sociali. Le figure di riferimento, in questo processo, sono i genitori, ovviamente, ma anche nonni, zii, cugini, i primi amichetti dell’asilo o di scuola e tutti coloro che entrano in contato con il bambino.
Anche in questo caso il Covid, e la segregazione alla quale ci ha costretto, ha obbligato molte famiglie a isolarsi in difesa della propria ed altrui salute. La conseguenza è che questo processo naturale che mette in relazione il bambino con il mondo, alla base della costruzione di un individuo, è stato rallentato e si è limitato a poche figure di riferimento.

Ecco dunque che, in questa fase di lenta ricostruzione della nostra socialità, resa possibile dall’efficacia di vaccini e terapie che la medicina ci ha messo a disposizione, la maggior attenzione deve andare ai bambini e ai ragazzi: dar loro la possibilità di stare insieme (per quanto possibile in rapporto all’andamento della pandemia e alla sicurezza dell’intera comunità) e fare tutto ciò che fino a due anni fa era scontato, ed oggi sembra quasi un privilegio.

Le conseguenze del Covid
01/02/2021

Le conseguenze del Covid

Che cosa ci ha sottratto e ci sta sottraendo il Covid? Che impatto psicologico ha, su tutti noi, questa condizione di forzato distanziamento protratto per un periodo così lungo e di cui è difficile vedere la fine?

Ricordiamo Giovanni Liotti, uno dei nostri maestri, che ci ha lasciati due anni fa.
18/11/2020

Ricordiamo Giovanni Liotti, uno dei nostri maestri, che ci ha lasciati due anni fa.

Nasce nel 1945 a Tripoli, dove rimane fino al compimento dei sedici anni.
È Giovanni Liotti, padre del cognitivismo italiano.

Cresce in un luogo dove la cultura ebrea, quella araba e la sua, quella siciliana e veneta, si fondano in un groviglio umano unico che ha sicuramente ispirato la sua ricerca professionale e umana.
Costretti a separarci da lui nel 2018, ha lasciato in eredità numerosi contributi rispetto alla teoria del trauma, della dissociazione.

Fonda nel 1978 la Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva.
Quarant’anni più tardi la SITCC conta quattromila iscritti ed è la società terapeutica italiana con più iscritti.

Due anni fa ci lascia, dopo che un ictus l’aveva costretto a separarsi dal suo amore per l’attività clinica.
Ma il suo ricordo rimane vivo attraverso chi studia e approfondisce i suoi tanti contributi.
Alcuni di noi, non se ne vanno mai via veramente.
-
La community che supporta professionisti psicologi e psicoterapeuti è arrivata, accedi qui:
https://www.minderscommunity.com/community/

14/10/2020

QUAL E’ LA PSICOTERAPIA PIU’ EFFICACE?

Ci siamo lasciati, nello scorso intervento (“Ma la psicoterapia è veramente efficace?”), con la certezza che la psicoterapia è il miglior strumento a nostra disposizione per produrre un maggior grado di benessere per i pazienti. Tutte le ricerche empiriche condotte negli ultimi trent’anni confermano questo dato. Ora si apre però un altro tema altrettanto interessante e spinoso: quale degli infiniti tipi di psicoterapia è più efficace? E sulla base di che cosa è opportuno scegliere?

Per rispondere a questa domanda facciamo ancora una volta riferimento al volume “La competenza a curare. Il contributo della ricerca empirica”, edito nel 2016 per i tipi di Mimesis, dello psichiatra e psicoterapeuta Emilio Fava e del Gruppo Zoe.
Un paradosso noto in psicoterapia già dal secolo scorso è la constatazione del fatto che la possibilità di successo clinico di un percorso terapeutico prescinde dall’orientamento teorico del terapeuta che ne è artefice (insieme al suo paziente). È ciò che nella letteratura psicologica viene comunemente definito il “Verdetto di dodo”, termine utilizzato nel 1936 dallo psicologo statunitense Saul Rosenzweig (1907 – 2004) per indicare l’evidenza secondo cui tutti i tipi di psicoterapia hanno approssimativamente la stessa probabilità di successo.
Significa semplicemente dire che tutte le tradizioni psicologiche, sotto il profilo dell’efficacia (e quindi, indirettamente, della legittimità teoretica e della “verità” di ciò che esprimono), si equivalgono. Nelle loro irresolubili, inconciliabili, irriducibili, abissali – e spesso conflittuali – differenze sono identiche: producono gli stessi effetti.

Ma che cosa significa? Evidentemente qualcosa di fondamentale, che non riguarda le singole “scuole di pensiero” psicoterapeutiche ci sfugge. Proviamo a sintetizzarlo in questo modo: l’efficacia dell’intervento del terapeuta sui singoli pazienti sembra essere legata a qualcosa che non riguarda la specificità del tipo di intervento (con tutto l’apparato tecnico e teorico di cui si compone), ma che ha a che fare con un elemento preliminare, trans-disciplinare e, in qualche misura, comune. In caso contrario non si spiegherebbe il paradosso per cui, in termini di efficacia, i diversi tipi di psicoterapia sono tra loro equivalenti.
Che cos’è, dunque, questo potentissimo fattore sottotraccia responsabile dell’esito di una psicoterapia?

Facendoci carico del percorso di sintesi compiuto da Fava di tutte le ricerche sull’efficacia clinica, lo possiamo sintetizzare in questi termini: il fattore psicoterapeutico di gran lunga più potente ed efficace è la relazione.
“L’impressione generale - scrive Fava - è che gli studi mostrino l’importanza di un atteggiamento di attento ascolto orientato al permettere l’espressione più vera di ciò che il paziente prova, piuttosto che interventi intesi a “spiegare” il significato dei comportamenti, dei sogni e delle fantasie” (p. 168). Ascoltare ed osservare, dunque, cercando di creare le condizioni per un’apertura relazionale, la più ampia possibile, utilizzando una postura autenticamente accogliente, sia negli aspetti espliciti che in quelli impliciti: ciò che si dice e il modo in cui lo si dice.
Tutto ciò che crea distanza relazionale tra paziente e terapeuta - potremmo sintetizzare – è, al contrario, un potente fattore di inefficacia terapeutica: il giudizio, la mancanza di ascolto e di condivisione empatica, la squalifica, la disattenzione e l’assenza di cura. Ma anche l’indicazione esplicita di ciò che il paziente dovrebbe fare o di come dovrebbe comportarsi secondo la prospettiva del terapeuta; così come, su un altro versante, il dogmatismo disciplinare, la rigidità e inflessibilità rispetto a ciò che prevede la teoria, il protocollo, la tecnica.

Nella relazione terapeutica, affinché si verifichi un cambiamento che possa produrre effetti nella vita di un paziente, è dunque necessario, oltre che scontato, che entrino in gioco tutte quelle componenti che rendono faticosa e dolorosa la vita di un individuo. Quindi emozioni, tematiche di vita, fragilità e sensibilità, modulazioni della distanza, meccanismi di difesa, pensieri, comportamenti. Insomma, tutto l’universo più intimo e profondo che il modo d’essere di una persona custodisce ed esprime.

Se questa apertura si verifica, grazie all’accogliente solidità del terapeuta, il cambiamento sarà possibile. E si verificherà a prescindere dal tipo di psicoterapia in campo. Come scrive Fava: “Non è importante solo definire un tipo di psicoterapia, ma considerare “come” viene fatta”.

Le domande, quelle interessanti!
03/09/2020

Le domande, quelle interessanti!

MA LA PSICOTERAPIA E’ VERAMENTE EFFICACE?

La domande che più frequentemente uno psicoterapeuta si sente rivolgere è la seguente: “Ma la psicoterapia è veramente efficace?”. Si tratta di una domanda legittima, nella misura in cui chi si appresta a compiere un percorso psicologico (e a farsi carico di un certo impegno emotivo, esistenziale ed anche economico) deve sapere se lo strumento attraverso il quale cerca un maggior grado di benessere è affidabile.

Per tutto il Novecento nell’ambito della Psicologia sono fiorite molte “scuole”, ognuna con la propria visione dell’uomo, della psicopatologia e dei principi attraverso cui l’uomo cambia e modifica il proprio modo d’essere. Ma il tema dell’efficacia della psicoterapia non è quasi mai stato affrontato in modo sistematico e scientifico. Si è sempre fatto affidamento sull’analisi del singolo caso e su indagini approssimative dei racconti personali sul grado di benessere raggiunto dopo una psicoterapia. Sia la ricerca di base che la clinica (nei diversi saperi disciplinari che hanno espresso, dal Comportamentismo alla Fenomenologia, dal Cognitivismo alla Psicologia Dinamica nelle sue infinite articolazioni) si sono concentrate sull’elaborazione dei propri modelli teorici più che sull’indagine circa l’efficacia dei propri approcci.

Dall’ultimo decennio del secolo scorso la comunità scientifica si è invece interessata in modo sistematico all’efficacia della psicoterapia, soprattutto attraverso indagini statistiche longitudinali su larga scala. Ciò che è emerso in modo inequivocabile da queste ricerche è che la psicoterapia è efficace, al di là di qualsiasi dubbio. La conclusione a cui pervengono ad esempio Lambert & Ogles (che si sono occupati in modo sistematico di questo tema) in “The efficacy and effectiveness of psychotherapy” (New York, 2004), è la seguente: “Sebbene i metodi delle prime ricerche e delle meta-analisi siano da migliorare, l’insieme delle ricerche considerate dimostra che la psicoterapia è efficace. Questa scoperta ottenuta attraverso l’analisi di migliaia di ricerche e centinaia di meta-analisi è un fatto incontestabile”.

L’enorme mole di lavori compiuti negli ultimi trent’anni nell’ambito dell’efficacia della psicoterapia è recentemente stata riassunta e analizzata dallo psichiatra e psicoterapeuta Emilio Fava e dal Gruppo Zoe “per lo studio e la formazione sulla qualità e l’efficacia delle cure psichiche”, di cui è presidente. Ci riferiamo in particolare al volume “La competenza a curare. Il contributo della ricerca empirica”, edito nel 2016 per i tipi di Mimesis nell’ambito della collana “Frontiere della Psiche”. Si tratta di un aggiornatissimo e molto puntuale lavoro di sintesi ed interpretazione di tutte le ricerche compiute nell’ambito dell’efficacia delle psicoterapie condotto vagliando migliaia di studi e centinaia di interpretazioni prodotte dalla ricerca empirica.

Fava, riassumendo i risultati della sua approfondita ricerca, si esprime in questi termini: “Possiamo asserire che, oggi, è sicuramente falso sostenere una modesta o scarsa efficacia delle psicoterapie nel trattamento dei principali disturbi mentali di livello lieve e moderato e nei disturbi di personalità anche gravi” (p. 25). Non solo: “La terapia basata sui farmaci (magari a rilascio prolungato) può sembrare più economica dal punto di vista della riduzione dei costi della salute pubblica se confrontiamo la durata e la frequenza dei controlli farmacologici con la durata e la frequenza delle sedute di psicoterapia. L’approccio psicoterapeutico da molti è considerato poco efficace e/o troppo costoso per le strutture pubbliche. Queste e altre credenze sono state esplorate e in gran parte confutate dalla ricerca empirica”. (pp. 192-193).

Possiamo dunque dire con certezza, sulla scorta di una ricerca empirica scientifica, oggettiva, rigorosa e non-ideologica, che la psicoterapia è assolutamente efficace nel produrre un maggior grado di benessere per i pazienti. Ora si apre però un altro tema altrettanto interessante e spinoso: quale degli infiniti tipi di psicoterapia è più efficace? E sulla base di che cosa è opportuno scegliere?
E di questo ci occuperemo nel prossimo intervento.

Condividiamo una riflessione del nostro dott. Bassani sulle ultime questioni di cronaca.
09/07/2020

Condividiamo una riflessione del nostro dott. Bassani sulle ultime questioni di cronaca.

I GEMELLI UCCISI DAL PADRE. PERCHÉ?

Ora che la tragedia consumatasi la scorsa settimana in Valsassina ha avuto il suo epilogo finale (il funerale di Elena e Diego, uccisi dal loro padre, Mario Bressi, che poco dopo si è tolto la vita) è possibile abbozzare qualche interpretazione.

La domanda che più sconvolge le coscienze è la seguente: che cosa può spingere un genitore ad uccidere i propri figli? Una domanda di tale natura, ovviamente, non ha una sola risposta. O forse, in senso ancor più radicale, non ha risposta. Iniziamo a fare una distinzione, che può aiutarci a riflettere su un dramma così profondo. Se il nostro intento è dare una valutazione etica, morale, o anche solo emotiva, di ciò che è successo (ossia esprimere un giudizio) siamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, abissale, un buco nero in cui implode qualsiasi categoria di senso e di giudizio.

La scelta del signor Mario Bressi è semplicemente in-umana o dis-umana: non c’è parola che possa commentarla.
E, forse, non è neppure opportuno farlo.

Se invece il nostro intento è cercare di comprendere ciò che è successo possiamo appellarci a tutto quello che che la psicologia ha imparato su come si costruisce il mondo emotivo di un individuo e su che cosa può portarlo alla totale implosione.
Iniziamo con il dire che è impossibile entrare nella mente di una persona. Questo aspetto è sempre opportuno ricordarlo per non cedere a facili semplificazioni. Possiamo però fare delle ipotesi generali, cercando di cogliere qualche spunto.
Una delle frasi che più mi ha colpito di quelle indirizzate dal signor Bressi alla moglie è la seguente: “Hai rovinato la nostra famiglia”. È come se l’intenzione della moglie di separarsi avesse spezzato un sogno, rotto l’incantesimo di una vita felice (magari idealizzata). E allora possiamo immaginare il dolore, la rabbia, il senso di smarrimento, la paura, l’impotenza, l’angoscia dell’abbandono. Una miscela esplosiva che evidentemente si è innestata su una fragilità personale molto profonda. E, forse, su una solitudine esistenziale che non ha permesso al signor Bressi di stemperare, almeno in parte, la potenza di emozioni così dirompenti e di articolare possibili spiegazioni di quello che stava accadendo e di come avrebbe potuto affrontarlo.

Non c’è mai una sola causa di eventi così terribilmente drammatici. C’è un intreccio di vissuti angoscianti che si alimentano l’un l’altro e si amplificano esponenzialmente senza tregua, senza respiro, dando luogo ad una spirale che si avvita su se stessa in modo sempre più stringente, fino a non lasciare nessuno spiraglio di luce, di aria, di vita. Un buco nero da cui nulla può uscire.
La rabbia acceca, così come il dolore e la paura. Il mondo emotivo si pietrifica sotto il peso di istanze così potenti e ingovernabili. Tutto prende una nuova luce, tetra, funerea, tenebrosa. Possiamo immaginare che il signor Bressi ad un certo punto abbia visto la propria morte come unica via d’uscita ad un dolore insopportabile e ad una rabbia esplosiva. Ma l’aspetto sicuramente più sconvolgente è la scelta di dare la morte a chi si ama, i propri figli, e non ha alcuna colpa. Soprattutto quando riguarda l’innocenza dei bambini. Qui deve aver avuto un ruolo determinante la rabbia. Rabbia per colei che, nello sguardo deformato e deformante del signor Bressi, è stata responsabile della fine del sogno e dell’inizio dell’incubo. Una rabbia che non permette di vedere altro se non il proprio oggetto: chi ha la colpa della rottura dell’incantesimo.

Ecco allora che il mondo si rimpicciolisce, fino a diventare puntiforme: esiste solo il dolore per sé e la rabbia verso colei che l’ha provocato. Tutto si concentra su quell’unico elemento, a cui si attribuisce una responsabilità assoluta ed esclusiva. Prende così corpo la fine, la morte, per sé, e una condanna ancor più terribile per colei che - nella sua mente - ha la colpa di tutto questo. Una vendetta quasi impossibile da concepire. Come ha scritto Mario Bressi: “Non li rivedrai mai più”.

C’è un punto oltre il quale la razionalità non si può inoltrare perché la foresta diventa buia e impenetrabile. Le tematiche esistenziali ed emotive, ossia le forze più potenti della vita (sia in senso drammatico che vitalistico) possono essere avvicinate, evocate, rappresentante simbolicamente, narrate e, in qualche misura, com-prese, ossia “prese insieme”. Ma non “spiegate”, ossia ridotte solo ad una spiegazione razionale, soprattutto di fronte a tragedie, come questa del signor Bressi e della sua famiglia, che lasciano senza parole. E senza respiro.

Come usciamo da questo lockdown? Alcune riflessioni del nostro dott. Enrico Bassani
09/06/2020

Come usciamo da questo lockdown? Alcune riflessioni del nostro dott. Enrico Bassani

GLI EFFETTI DEL LOCKDOWN SU TUTTI NOI

Che effetti ha avuto il lockdown su tutti noi? Che cosa ha comportato nel nostro equilibrio un periodo così lungo di deprivazione dai contatti sociali?
Sono le domande che ha senso farsi, una volta usciti dalla fase più drammatica e delicata dell’Emergenza Covid-19.
Sicuramente questo isolamento forzato – anche se indispensabile - ci ha reso più fragili, impauriti, disorientati. E forse anche più irascibili e insofferenti.

Ciò che ci rende “umani”, ciò che fa di tutti noi persone capaci di provare emozioni, metterci nei panni degli altri, condividere stati d’animo, articolare i nostri stessi vissuti è, anzitutto, l’essere parte di una comunità ed esercitare un confronto continuo con chi ci sta attorno. Stare insieme, parlare con gli altri, condividere le esperienze è – letteralmente – “vitale” per ciascuno di noi. Per ognuno a suo modo, ovviamente, in rapporto alla propria propensione al contatto sociale e alla propria storia di vita. L’isolamento è una condizione non solo costrittiva, per l’uomo, ma addirittura “innaturale”, proprio nella misura in cui l’uomo nasce nella socialità, nell’espressione di sé tra i propri simili, nel confronto (talora solidale, talaltra conflittuale) con gli altri. Il lockdown – resosi indispensabile in rapporto ad esigenze sanitarie drammatiche – ci ha sicuramente cambiati da molti punti di vista.

Di sicuro possiamo dunque dire che, in senso generale, questa forma di costrizione, ha generato vissuti di paura, disorientamento e rabbia, ma anche di impotenza, solitudine, quindi perdita delle energie vitali e della capacità di progettare e progettarsi.
Non dobbiamo inoltre dimenticare il motivo rispetto al quale il lockdown si è reso necessario: un virus molto contagioso e tenace, invisibile (per definizione), capace di nascondersi in ogni contatto. Tutti fattori che generano angoscia, la paura di un nemico invisibile, imprevedibile e molto pericoloso.
È per questo che in una fase così delicata è indispensabile rimanere in contatto con noi stessi e condividere i nostri stati d’animo con le persone che sentiamo più vicine. Quest’ultima, paradossalmente, è proprio quell’apertura solidale con gli altri che il nemico da fronteggiare, il Covid-19, ci impedisce di realizzare in rapporto alla sua stessa modalità di trasmissione e diffusione. Per questo è un nemico particolarmente subdolo e angosciante.
Nessun uomo può morire da solo. Eppure il Covid ci ha costretto anche a questo.

Poi c’è la paura del futuro. In questa fase si sta registrando un aumento esponenziale di pazienti impauriti da scenari apocalittici, soprattutto relativamente alla condizione economica e sociale che ci aspetta. Non si tratta, purtroppo, di timori infondati, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione.
Qui ciò che è determinante è la forza della comunità, della condivisione, dello stare insieme, e –indirettamente – della politica. Si dice, a ragione, che il livello di civiltà di ogni società si misura da come vengono trattati i suoi membri più vulnerabili. Mai come ora dobbiamo tenerne conto e dare senso a quell’avverbio, “insieme”, che in questi mesi di paura ci ha accompagnato nelle infinite manifestazioni di solidarietà tra noi stessi: ”Insieme ce la possiamo fare”. Esortazione che dà forza a chi è destinatario di un aiuto, ma anche a chi lo esercita. Dà forza a tutti noi. E in questa fase è ciò di cui abbiamo più bisogno.

Indirizzo

Via Leonardo Da Vinci 15
Malgrate
23900

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Centro Psicologia Integrata Lecco pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Centro Psicologia Integrata Lecco:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare