05/02/2026
Si dice spesso, e a gran voce, che l’esperienza genitoriale negli ultimi decenni sia sempre più contraddistinta dalla solitudine. Questo vale sia in relazione all’approccio con l’esterno (villaggi esili o inesistenti, supporto scarso o a caro prezzo, molto poca cooperazione), sia in relazione agli equilibri interni al nucleo familiare.
Ci si aspetta che una donna sappia sostenere una nuova vita e un post-parto in completa autonomia per almeno 8 ore al giorno; ci si aspetta che un papà appena rientrato da lavoro, con una mano risponda alle mail, con l’altra culli il neonato e con l’altra ancora coccoli e supporti la mamma.
Ci si aspetta che i bambini siano indipendenti, emotivamente regolati, che seguano con entusiasmo i ritmi degli adulti prima e tre corsi pomeridiani la settimana poi.
Tutta questa fretta, che copre come nebbia densa l’esistenza di tutti/e, non risparmia neanche il sonno. Siamo sempre più convinti che i bambini debbano imparare quanto più velocemente possibile a dormire tutta la notte, ma soprattutto a dormire da soli.
Dormire 8 ore consecutive non è una competenza innata. È una competenza che si apprende: non è come imparare a camminare (quello qualsiasi bambino sano lo farà), è come imparare ad andare in bicicletta. Lo impari in relazione.
Ma l’ansia della separazione e del buio, il bisogno di contatto fisico, di contenimento, di percezione, di protezione accompagna inevitabilmente i risvegli notturni e se non si soddisfa quella parte difficile imparare l’altra.
Purtroppo, per tutta una serie di cause storiche, sociali e industriali, questo bisogno innato nei cuccioli di essere umano è diventato inaccettabile per i genitori di oggi.
Ci hanno letteralmente convinti che i bambini siano gli unici esseri umani che hanno diritto solo a bisogni fisici: mangiare, essere puliti, dormire. Da soli.
Ma chi l’ha detto?
Ma da quanto?
Ma perché? Che poi, chi di noi è contento di dormire lontano dalla persona amata? Come adulti abbiamo il diritto di non desiderare nostro figlio neonato in camera: ma abbiamo il dovere di riconoscere che gli stiamo chiedendo qualcosa per cui la biologia non lo ha preparato.
(continua nel primo commento)