28/01/2026
ASCESSO SPLENICO : evoluzione del trauma splenico di Iii Grado
Il trauma splenico di III grado, secondo la classificazione dell’AAST (American Association for the Surgery of Trauma), è caratterizzato dalla presenza di lacerazioni parenchimali profonde (>3 cm) e/o ematomi sottocapsulari estesi, talora associati a sanguinamento intraparenchimale contenuto. Sebbene nella maggior parte dei casi il trattamento conservativo sia oggi possibile e sicuro, in una minoranza di pazienti il decorso può complicarsi con l’evoluzione settica della lesione traumatica, fino alla formazione di ascesso splenico.
In seguito al trauma, il parenchima splenico lesionato va incontro a ischemia focale, necrosi e organizzazione emorragica. L’ematoma intraparenchimale, soprattutto se voluminoso o scarsamente drenato, rappresenta un substrato ideale per la colonizzazione batterica, in particolare in presenza di: batteriemia transitoria o persistente; immunodepressione relativa post-traumatica; traslocazione batterica intestinale; procedure invasive (cateteri venosi centrali, drenaggi, embolizzazione). La contaminazione batterica dell’ematoma determina un processo infiammatorio progressivo, con liquefazione del tessuto necrotico, formazione di cavità purulenta e sviluppo di una capsula fibrosa reattiva, configurando l’ascesso splenico vero e proprio.
Macroscopicamente, l’ascesso splenico si presenta come una o più cavità intraparenchimali contenenti materiale purulento, spesso localizzate in sede corrispondente alla pregressa lacerazione traumatica. Le pareti risultano ispessite, irregolari, talora aderenti alla capsula splenica o agli organi contigui (stomaco, colon, diaframma).
Microscopicamente si osservano: necrosi coagulativa ed emorragica del parenchima; infiltrato infiammatorio acuto e cronico; proliferazione fibroblastica periferica; eventuali microtrombi nei seni venosi splenici.
Il quadro clinico è spesso subdolo e progressivo, con comparsa di sintomi a distanza di giorni o settimane dal trauma: febbre persistente o remittente non altrimenti spiegata; dolore in ipocondrio sinistro, talora irradiato alla spalla (segno di Kehr); leucocitosi con neutrofilia; incremento degli indici di flogosi (PCR, VES); talora segni di sepsi nei casi avanzati. Nei pazienti politraumatizzati o già ospedalizzati, la diagnosi può risultare ritardata, poiché i segni clinici sono mascherati da altre condizioni concomitanti.
La TC addome con mezzo di contrasto rappresenta l’esame di scelta. I reperti tipici includono: area ipodensa intraparenchimale a margini irregolari; eventuale presenza di livelli idroaerei; enhancement periferico dopo contrasto; segni di reazione infiammatoria perisplenica. L’ecografia può essere utile nel follow-up, ma risulta meno sensibile e operatore-dipendente.
Se non trattato, l’ascesso splenico può evolvere verso: rottura splenica secondaria con peritonite purulenta; estensione dell’infezione agli organi contigui; sepsi sistemica e shock settico; fistole spleno-gastriche o spleno-coliche (rare).
Il trattamento dipende dalle dimensioni dell’ascesso, dalle condizioni generali del paziente e dalla risposta alla terapia antibiotica:
• antibioticoterapia mirata nei casi iniziali o di piccole dimensioni;
• drenaggio percutaneo TC-guidato nei pazienti selezionati e stabili;
• splenectomia nei casi di ascesso voluminoso, multiplo, complicato o refrattario al trattamento conservativo.