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Fare Counseling Interventi individuali, di coppia, di gruppo, per le organizzazioni e laboratori esperienziali a tema

Interventi individuali, di coppia, di gruppo e per le organizzazioni. Laboratori esperienziali a tema tra counseing, movimento bioenergetico e teatro. Domenico Treccozzi (counselor a indirizzo pluralistico integrato diplomato ASPIC) e
Francesca Romana Nascé (counselor somatorelazionale a indirizzo bioenergetico diplomata SIMBA, conduttrice di classi di movimento bioenergetico diplomata SIAB e attrice).

Che cosa sono le consulenze relazionali? Due incontri per scoprirlo con Nico Treccozzi.12 e 18 aprile h 18,00 presso la ...
11/04/2025

Che cosa sono le consulenze relazionali?
Due incontri per scoprirlo con Nico Treccozzi.
12 e 18 aprile h 18,00 presso la sala San Giovanni a Giove
In collaborazione con Athena Coop. Sociale.

Dalla quarta di copertina: Un testo insolito in quanto non ripropone le consuete tematizzazioni sul counseling, ma punta...
13/02/2024

Dalla quarta di copertina:

Un testo insolito in quanto non ripropone le consuete tematizzazioni sul counseling, ma punta ad una problematizzazione della stessa formazione didattica, della pratica della professione d’aiuto e del cosiddetto principio di colleganza, in virtù del fatto che se il contratto, le direttrici teoriche e il codice etico e deontologico in quanto postulati di base non sono ottemperati congruentemente, non può allora esservi legittimità del counseling. In questo senso il libro esprime un dissenso rispetto all’ordinario modo di intendere quella cattiva legge della consuetudine che sembra aver sostituito il rispetto della normazione. Così, oltre al costante dialogo con i testi degli autori che sono interpellati in quanto modelli di riferimento, la lettura dei postulati di base punta a dipanare il mercato delle opinioni aleatorie in cui non sembra esservi un orientamento certo.

DANTE, FRANCESCA E L' ASCOLTO EMPATICO .Quando riusciamo ad ascoltare rimanendo a contatto con noi stessi, nello stesso ...
13/10/2023

DANTE, FRANCESCA E L' ASCOLTO EMPATICO .
Quando riusciamo ad ascoltare rimanendo a contatto con noi stessi, nello stesso tempo facendo un passo indietro e interessandoci autenticamente all'altro, sospendendo ogni giudizio in uno stato di accoglienza incondizionata, allora compiamo il “miracolo” dell'ASCOLTO EMPATICO, uno dei pilastri delle buone pratiche di comunicazione.
Il quinto canto de L'inferno ne è un esempio luminoso. La capacità di ascolto di Dante, la sua autentica apertura – senza rinunciare al suo mondo valoriale, Francesca e Paolo sono tra i Lussuriosi – e, allo stesso tempo, la sua sospensione del giudizio, danno la possibilità a Francesca di raccontarsi fino alla fine dunque alleviare il suo dolore e il rapporto che si crea è evidente:
“se fosse amico il re dell'universo,
noi pregheremmo de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso... ..Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.”
E' forse questo l'aspetto più commovente del quinto canto perché ASCOLTARE E' DIFFICILE MA QUANDO SIAMO EMPATICAMENTE CONNESSI ALLORA DAVVERO COMUNICHIAMO.
A Napoli (Centro Hormé Hormé) il 21 Comunicare o non comunicare, questo è il problema. Comunicazione nonviolenta ed efficace
, FRANCESCA E L' ASCOLTO EMPATICO .
Quando riusciamo ad ascoltare rimanendo a contatto con noi stessi, nello stesso tempo facendo un passo indietro e interessandoci autenticamente all'altro, sospendendo ogni giudizio in uno stato di accoglienza incondizionata, allora compiamo il “miracolo” dell'ASCOLTO EMPATICO, uno dei pilastri delle buone pratiche di comunicazione.
Il quinto canto de L'inferno ne è un esempio luminoso. La capacità di ascolto di Dante, la sua autentica apertura – senza rinunciare al suo mondo valoriale, Francesca e Paolo sono tra i Lussuriosi – e, allo stesso tempo, la sua sospensione del giudizio, danno la possibilità a Francesca di raccontarsi fino alla fine dunque alleviare il suo dolore e il rapporto che si crea è evidente:
“se fosse amico il re dell'universo,
noi pregheremmo de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso... ..Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.”
E' forse questo l'aspetto più commovente del quinto canto perché ASCOLTARE E' DIFFICILE MA QUANDO SIAMO EMPATICAMENTE CONNESSI ALLORA DAVVERO COMUNICHIAMO.
A Napoli (Centro Hormé) il 21 ottobre Comunicare o non comunicare, questo è il problema. Comunicazione nonviolenta ed efficace

COMUNICARE NON E' UN GIOCO DA RAGAZZI Ritorna a Napoli "Comunicare o non comunicare, questo è il problema"Un laboratorio...
02/10/2023

COMUNICARE NON E' UN GIOCO DA RAGAZZI
Ritorna a Napoli "Comunicare o non comunicare, questo è il problema"
Un laboratorio esperienziale condotto da Francesca Romana Nascè (counselor a mediazione corporea, conduttrice di classi di movimento bioenergetico e attrice) alla ricerca della comunicazione non violenta ed efficace attraverso il counseling, il movimento bioenergetico, il teatro e il gioco.
21 ottobre Hormé NAPOLI

DIPENDENZE AFFETTIVE. La dipendenza affettiva è una relazione pericolosa che non sempre si riesce a leggere per tempo. L...
30/06/2020

DIPENDENZE AFFETTIVE.

La dipendenza affettiva è una relazione pericolosa che non sempre si riesce a leggere per tempo. L'incastro perfetto è tra una parte che sperimenta una specie di possessione d'amore, mentre l'altra è l'idolo di una fascinazione, come dire che da una parte c'è un vuoto (il dipendente affettivo) e dall'altra un pieno (il narcisista). La dinamica del desiderio degli attori coinvolti si caratterizza per via di una serie di ambivalenze, la cui nota dominante è un'altalena tra il detto e il non detto delle emozioni. Infatti, più il modello che si desidera è sfuggente, più il dipendente affettivo si vota a funzionare come oggetto delle sue manipolazioni. Il dipendente affettivo è sedotto da una specie di incantesimo da cui è risucchiato fino a svuotare il proprio tempo, il proprio senso e i propri sentimenti, ragion per cui definiremo questo tipo di narcisista anche usurpatore. Il gioco in cui sono presi i partner è quello dell'inganno e dell'autoinganno. Il partner che ha più potere approfitta della sua autonomia, mentre la parte che vive le pene d'amore si consuma per riavere proprio quello che le sfugge.
Il dipendente affettivo custodisce in verità un'illusione onnipotente e per questa si strugge in una miriade di prove d'amore. Si potrebbe anche dire che, rivolgendosi al narcisista, la sua comunicazione estrema, suona come una ricattatoria dichiarazione d'amore: "Guardami, ecco che cosa hai fatto di me! Ecco che cosa sono disposto/a a fare per te!". La domanda che infatti bisogna sondare è questa: Come mai il desiderio del dipendente affettivo si aggancia proprio a ciò che sfugge? La risposta è che se nella dipendenza affettiva ci si porta al limite della sopportazione è perché la conquista che si ha in mente di fare è ben più grande delle pene d'amore che ci si vota a sopportare, in quanto attiene ad una dimensione illusionale di cui il dipendente va a caccia come una sostanza in grado di far sentire onnipotenti — anche se in questo gioco pericoloso non si gioca per vincere ma, come nel caso del giocatore d'azzardo, per perdere. Infatti, la tragedia di questa passione è che l'amore che il dipendente affettivo dedicherà all'usurpatore è funzionale a riscuotere non la sua presenza ma la sua assenza, che si può leggere nella persistenza della rivincita del narcisista grazie a cui riconquistare una dignità per stare al mondo. Eppure, sebbene l'illusione del dipendente affettivo nasca da una mancanza, la fantasia di possesso dell'altro luccica nei suoi occhi come il tempo finalmente ritrovato del suo riempimento. Il non detto della vittima corrisponde ad un desiderio di controllo al fine di ottenere un potere che l'altro non è mai disposto ad elargire. Sicché, il desiderio nutrito dal dipendente affettivo si rivela come tensione a possedere tutto, votandosi proprio per questo ad una schiavitù d'amore come forma di possessione a cui non si vuole rinunciare per non perdere il rapporto con l'illusione (da qui la tossicità della relazione).
Nei casi di tossicomania affettiva si confonde infatti l'amore con l'arrendevolezza e l'abbandono totale all'altro, il quale approfitta a proprio vantaggio del rapporto sbilanciato. La dipendenza, la regressione e la destrutturazione di ciò che nelle relazioni a reciprocità positiva si dice uno scambio congruente (si tratta del piano "mi ami-ti amo") si presenta come il non pensabile per il dipendente affettivo. La compromissione della facoltà di pensare lucidamente è a questo punto eclatante (dissonanza cognitiva), in quanto si tende a fare ciò che in altre condizioni non si tollererebbe neanche — si pensi ad esempio al masochismo morale che sintetizzano nella formula mors mea-vita tua —, mentre si fa fatica a riconoscersi come l'oggetto del desiderio dell'altro, grazie a cui potersi amare a propria volta e quindi stimare.
Tuttavia, il quadro cambia nel momento in cui il dipendente affettivo decide d'impossessarsi della propria vita sequestrata, ritirando l'investimento vuoto a perdere che incautamente ha fatto sull'altro. In un primo tempo, la rivisitazione del rapporto con illusione restituirà al dipendente affettivo un senso di svalorizzazione, perché lontano dall'autoinganno non troverà altro che desolazione. Ed è a questo punto del percorso che il problema si presenta non più come soltanto esteriore — riferito cioè alla relazione con l'altro in quanto manipolatore — ma personale e relativo ai propri buchi interiori, di cui il soggetto sofferente non è pienamente consapevole. Ma perché il dipendente affettivo formuli una domanda di aiuto bisogna che ascolti le sue corde dell'affettività, altrimenti non vi potrà essere alcun desiderio di sapere, sia sui propri misconoscimenti, sia sullo sfuggente elemento struggente.
Soltanto una volta superato l'ostacolo, dato dal rifiuto di pensarsi come vittima, il dipendente affettivo può finalmente iniziare un percorso basato su quella che possiamo dire una misurata logica d'impresa, in cui ciò che si valorizza sono i costi e i benefici del rapporto con l'altro. Infine, chi è stato preso nella morsa della dipendenza affettiva imparerà ad accantonare i giochi a cui si è prestato in quanto oggetto usurpato, cioè usato come un giocattolo, sedotto e abbandonato.

CONTRODIPENDENZE AFFETTIVE. Si parla più spesso di dipendenza e meno di controdipendenza, misconoscendo che al fondo del...
30/06/2020

CONTRODIPENDENZE AFFETTIVE.

Si parla più spesso di dipendenza e meno di controdipendenza, misconoscendo che al fondo del dipendente affettivo si trova puntualmente un controdipendente; e che al fondo del controdipendente affettivo si trova un dipendente. Non solo. Nel caso della dipendenza affettiva sembra esservi più compassione e identificazione, mentre nel caso della figura del narcisista (che è un controdipendente) vi è stigmatizzazione sociale. In entrambi i casi si trascura che la persona che connotiamo come tirannica e usurpatrice (il narcisista) è in realtà anch'egli una vittima, mentre quella che crediamo essere una vittima (il dipendente) gioca in fondo la parte onnipotente di chi aspira ad avere un controllo assoluto sulla relazione. Il narcisista, se solo lo si osserva con attenzione, è drogato di se stesso, narcotizzato dall'illusione di essere un tutto compiuto e bastante a se stesso. Così, se una prima facciata è quella della compensazione di un atteggiamento autoidealizzante, la seconda è quella respingente e tiranneggiante, atta a provocare un amore che non sarà mai abbastanza e attorno a cui il dipendente affettivo non finisce di orbitare.
Il controdipendente adotta un'impalcatura di difesa, cioè il narcisismo, appunto per non entrare a contatto con una dimensione di debolezza e di sudditanza nei confronti dell'altra parte, mentre il dipendente affettivo dà prova della sua passione d'amore e si lascia quindi strapazzare, trascurare, umiliare e violentare allo scopo di dimostrare quanto il suo amore sia autentico, smisurato, assoluto e auto-sacrificale (vita tua-mors mea, vero delirio narcisistico che fa delle proprie sofferenze un atto magico di massima intraprendenza).
In questo quadro, entrambi i soggetti sono assoggettati all'altro: il dipendente affettivo in maniera fissa, mentre il narcisista in maniera più variabile, in quanto, per non essere sentimentalmente ricattabile, ha bisogno di riscuotere l'adorazione non soltanto da una parte, ma da più parti. Questo al fine di non imbattersi in quei vincoli emotivi che diminuirebbero l'immagine e la percezione che ha di sé. Il controdipendente ha infatti difficoltà ad abbandonare la dimensione dell'illusione per paura di precipitare nella vulnerabilità degli esseri comuni e perdere l'aura degli esseri d'eccezione. L'illusione permanente del contro-dipendente è quella di potersi nutrire dello svuotamento dell'altra parte, rapito dagli struggimenti della vittima dipendente, in quanto il suo corpo non è altro che un supporto su cui si gioca una rivincita connessa ad un amore originario e insufficiente nei confronti del quale agisce la sua vendetta permanente. Dipendente e controdipendente sono dunque maledettamente completamentari, in quanto nella loro relazione asimmetrica vi è lo scandaloso patto emotivo che prevede l'affermazione di sé e la negazione dell'altra parte — che sintetizzano nella formula mors tua-vita mea.
Il nucleo problematico di fondo è il rapporto con il vuoto, ma questo è un tema a cui è meglio dedicare uno spazio a parte.

IL VUOTO (A PERDERE).La sensazione di vuoto è trasversale all'età e alle classi sociali. Il senso di vuoto può essere un...
30/06/2020

IL VUOTO (A PERDERE).

La sensazione di vuoto è trasversale all'età e alle classi sociali. Il senso di vuoto può essere una vaga e indistinta percezione che si insinua nella vita individuale e che ci fa sentire separati dagli altri o gli altri distanti da noi, oppure può subentrare all'improvviso, in seguito ad un evento come ad esempio una separazione, la perdita del lavoro, un lutto. La sensazione di vuoto può prendere forma dalla continua disapprovazione degli altri. Se infatti è sul piano sociale che si collezionano una serie di esperienze negative e relazionali in genere (sessuali, lavorative, amicali e familiari), il vuoto si annuncia come un campanello d'allarme, un segnale che sembra voler avvertire che qualcosa, da qualche parte, non sta funzionando. Ad esempio, potrebbe non andare bene il fatto di sostare in un contesto che non si sente come proprio o in cui si subiscono atteggiamenti squalificanti o al limite l'indifferenza degli altri.
È dunque importante prestare attenzione a quello che si sente in relazione a ciò che può favorire una migliore percezione del benessere al fine di perseguire e realizzare il cambiamento, il quale va pensato in termini relativi e non assoluti, in quanto a volte è sufficiente cambiare il proprio sguardo — perché questo è meno frustrante che fissarsi sulla pretesa di poter cambiare gli altri o la situazione. Pertanto, consapevolizzare che il contesto in cui ci si trova inseriti non costituisce un nutrimento ed una possibilità di crescita ma che, al contrario, è privativo e sminuente, è importante in relazione all'assunzione di responsabilità come primo passo per realizzare il cambiamento. Questo può valere per il posto in cui si vive, per la famiglia che non si è potuta scegliere, per gli amici che si frequentano, per la persona che si crede di amare e per il lavoro grazie a cui si è autonomi.
Al fine di accedere a se stessi come persone che hanno a cuore il proprio valore bisogna imparare ad accettarsi e ad amare, passando attraverso l'esperienza molto reale di essere ciò che si vuole. Se questa spinta vitale è frustrata, è allora del tutto naturale che la sensazione di vuoto sopraggiunga come un segnale teso a richiamare la nostra attenzione. Tuttavia, più spesso si verifica un tipo di "cura" in stile "fai da te", adottando sistemi artificiali che non restituiscono altro che una temporanea euforia, al termine della quale fa il suo eterno ritorno lo spettro di un senso d'incertezza che ripiomba nella rinuncia e nello sconforto.
Sostare nel vuoto in attesa che divenga fertile è il solo modi di coltivare il desiderio anziché riempire il buco che ci scava con qualcosa che soffoca il desiderio più autentico e sconosciuto della persona (un desiderio di essere, di cambiamento). A partire da qui è importante imparare a convivere intanto con se stessi (il che significa con la condizione della solitudine e del silenzio), anche se il senso di smarrimento che ne consegue può farci precipitare nell'angoscia da cui non siamo sicuri di riuscire a venirne fuori. Quest'ultimo pensiero è infatti quello che può indurre a riprendere il vecchio stile di riempimento del vuoto, fatto di sostanze euforizzanti, alcool, dipendenze affettive, confusione, alto volume, cibo, shopping ecc. Insomma, tutto quanto può riempire la vita, il tempo, il corpo, gli occhi, i timpani o la pelle può andar bene, purché si riesca a stornare la percezione del vuoto. Una sensazione che si richiama a quella prima angoscia di morte che sopraggiunge con la sensazione di perdita del nostro oggetto d'amore (la madre).
In conclusione, sebbene nella vita possano anche esservi momenti di disarmonia, il funzionamento dell'organismo prevede pur sempre il perseguimento della sopravvivenza e dell'autorealizzazione. Tutto sta a rintracciare le risorse che ognuno si porta dentro come bagaglio della propria biografia e a canalizzare l'energia in direzione di precisi obiettivi.

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