19/01/2026
Cosa significa praticare la professione psicologica e psicoterapeutica in situazioni di crisi e di trauma collettivo?
Le riflessioni racchiuse in questo post nascono dal lavoro di tesi di una delle nostre psicoterapeute, la dott.ssa Elisabetta Fenizia, che hanno risuonato in noi come gruppo di psicoterapeute e psicologhe cliniche.
In un momento storico in cui assistiamo a violenze disumane e a gravi violazioni dei diritti umani di ognun di noi da parte di poteri totalitari – nascosti da portatori di civiltà e valori democratici –, il nostro lavoro ci insegna a ricercare e costruire – faticosamente, ma insieme – significati inediti e generativi, anche intorno a ciò che apparentemente è indicibile e impensabile.
Il senso di impotenza che sentiamo e che ci viene narrato in alcune occasioni da nostrx pazientx può sfociare nella tentazione di arrendersi o di scivolare in risposte automatiche, contribuendo ad una dispersione di senso e di significato.
Sostando nell'impotenza, invece, possiamo comprendere che qualsiasi azione trasformativa in un contesto come quello che proviamo a descrivere - caratterizzato da matrici coloniali - deve interrogare in prima istanza noi stessx, il tessuto sociale e familiare in cui siamo cresciutx e viviamo, lasciandoci alle spalle idee salvifiche, colpevolizzanti o polarizzate, che andrebbero a riprodurre proprio le matrici da cui dovremmo provare a differenziarci.
Combattiamo l'impotenza riconoscendo che “terapeutico” non è solo ciò che avviene nella stanza delle parole, impegnandoci nel garantire che “terapeutici” siano spazi di pensiero condiviso, di dialogo e di ascolto gruppale, dove poter provare a disidentificarsi da logiche disumanizzanti e da “ruoli” che colonialismo, guerra, genocidio assegnano a ciascun di noi.
Terapeutica è la solidarietà, la giustizia, la resistenza e l'autoderminazione dei popoli.
Terapeutica è la disidentificazione da matrici coloniali che permeano la nostra relazione con ciò che è narrato come “altro”.