Tecnico Ortopedico Giuseppe Schirru

Tecnico Ortopedico Giuseppe Schirru Il Tecnico Ortopedico è il professionista sanitario,abilitato a fornire prestazioni ortoprotesiche

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14/09/2025

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Dopo averlo trucidato, lo lasciarono sulla strada a dissanguare. Ci rimase così tanto a lungo che il comune dovette rifare l'asfalto, perché il sangue l’aveva impregnato.

Alberto Giacomelli, magistrato in pensione, era un uomo riservato, mite, dedito al lavoro. Mai sotto i riflettori. Un padre di famiglia che la scorta la faceva ve**re un poco più avanti rispetto a casa sua, perché uscendo di casa non voleva “creare confusione”. Una persona onesta che faceva il suo dovere. Lo fece anche nel 1984, quando sotto gli occhi gli finì uno dei provvedimenti più rischiosi dell’epoca: quello del sequestro della casa di Gaetano Riina, fratello di Totò Riina, “la Bestia”.

Lo firmò senza pensarci due volte.
La mafia aspettò che andasse in pensione. Ce lo “costrinse” il figlio ad andarci, anche se lui gli diceva “tanto mi ammazzeranno lo stesso”.

E così fu, perché i sicari lo uccisero la mattina del 14 settembre, quando ormai era in quiescenza.

Cercarono di farlo passare per delitto passionale per infangarne il nome. Poi per una rivalsa di un gruppo di ragazzi che avevano avuto a che fare con la droga.

Ci vollero anni prima che si capisse che Giacomelli era stato ammazzato per una firma.

Gli assassini non sono mai stati trovati. Giacomelli pagò anche il suo essere un uomo riservato, con la sua storia ingiustamente dimenticata da una grossa parte dello Stato.

In questo giorno, a lui va allora il ricordo di chi non dimentica i servitori dello Stato e il loro enorme coraggio.

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13/09/2025

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«Non è semplice parlare di Sara. Perché Sara non si racconta: si sente, si vive, si respira. Lei era immensità, e nessuna parola potrà mai essere abbastanza grande da contenerla. Ma provo a scrivere lo stesso, perché il suo messaggio d’amore non vada perduto: l’amore per sé stessa, per gli altri, per la vita.

Il 31 marzo Sara usciva felice dal Policlinico di Messina, la sua “seconda casa”. Quel giorno il professore aveva accettato di farle da relatore di tesi. Era raggiante, il cuore le batteva forte dalla gioia. Mi aveva chiamata subito, ma io non ho risposto: il cellulare era rimasto in macchina. Non saprò mai quali parole esatte avrebbe usato, ma so che la sua voce era piena di futuro.

E invece, in pochi attimi, la gioia si è trasformata in terrore, i sogni in silenzio. La vita di mia figlia è stata spezzata con crudeltà per un “no”. Un “no” detto con coraggio, come sempre. Un “no” che per lei significava libertà, dignità, rispetto.

Il femminicidio di Sara non è come gli altri: a ucciderla non è stato un ex, un compagno, un marito. A ucciderla è stato un collega, un ragazzo con cui condivideva solo gli stessi spazi di studio. Un’ossessione malata, la convinzione assurda che Sara dovesse appartenergli, che se non fosse stata sua, non sarebbe stata di nessuno.

Ma si sbagliava. Mille volte si sbagliava.
Perché oggi Sara non appartiene più a lui: oggi Sara appartiene a tutti. È figlia di ogni madre, sorella di ogni donna, amica di chiunque crede nell’amore e nella libertà. Sara è diventata luce che non può essere spenta, voce che nessun silenzio potrà soffocare.»

Le parole strazianti della mamma della piccola Sara 🙏🏻💔

05/09/2025

Non posso pubblicare foto relative a vacanze al mare perché non ne ho fatte. Però ho tante fotografie dei volti che sono riuscito a ridare un sorriso in un momento di sofferenza in piena estate. Queste foto non posso pubblicarle ma rimangono indelebili nel mio cuore ♥️ Grazie a tutti🙏

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03/09/2025

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Mia sorella è morta quando aveva solo otto anni.
Io ero lì. L’ho vista andare via.
Un guidatore ubriaco passò col rosso mentre attraversavamo la strada.
Io mi salvai per un passo. Lei no.
Da quel momento, in casa nostra calò un silenzio che non se n’è più andato.
Non si trattava solo di parole mancanti, ma di vita spezzata.
I miei genitori smisero di parlarsi, di ridere, di esistere davvero.
La televisione copriva i pasti, le cene erano mute, pesanti come sassi sullo stomaco.
Non eravamo ricchi, ma con mia sorella tutto sembrava più semplice.
Con lei c’era luce, c’era colore.
Quando è morta, è andato via tutto.
Mio padre ha iniziato a bere.
Mia madre si è trasformata in un’ombra: cucinava senza sapore, guardava fuori dalla finestra come se cercasse qualcosa che sapeva di non poter più trovare.
Io avevo dieci anni.
E, anche se il mio cuore batteva ancora, dentro mi sentivo assente. Invisibile.
A tredici ho smesso di mangiare.
Non per vanità.
Semplicemente, dentro ero vuoto. E niente aveva più senso.
Un giorno sono svenuto a scuola. Ho detto che avevo saltato la colazione.
Era più facile così.
A quattordici anni ho cominciato a scrivere lettere che non ho mai spedito:
“Mi manca mia madre com’era prima.”
“Se morissi, forse non cambierebbe molto.”
“Ho paura di guardare la mia vita da lontano e non riconoscermi più.”
A quindici anni, la diagnosi: depressione grave.
Mia madre piangeva. Mio padre non venne nemmeno all'appuntamento.
Mi diedero delle pillole.
Ma nessuno mi diede un abbraccio.
Mi dissero: “Devi sforzarti. A tutti capita di essere tristi.”
Così imparai a fingere.
A sorridere quanto basta. A rispondere “sto bene” per non disturbare.
La notte del 21 luglio fu la peggiore.
Non successe niente di preciso.
Fu il peso accumulato, tutto insieme.
Mi chiusi in bagno. Non per morire. Ma per sparire.
Mi sedetti nella vasca, chiusi gli occhi… e mi addormentai.
Mi svegliai in ospedale.
C’era solo mia madre, seduta accanto a me, con lo sguardo perso.
Le dissi:
“Non volevo morire. Volevo solo che qualcuno si accorgesse che stavo morendo dentro.”
E fu la prima volta che mi ascoltò davvero.
Da lì, è iniziato un cammino.
Terapia familiare. Passeggiate silenziose. Pianti condivisi. Parole nuove.
Non è stata magia. È stato un processo. Lento, imperfetto, vero.
Oggi ho ventidue anni.
E lavoro come psicologo clinico.
Quando un ragazzo mi guarda e dice:
“Non so perché mi sento così solo”,
io penso sempre:
“Lo sai. È solo che nessuno ti ha mai insegnato a dirlo.”
Perché ci sono ferite che non sanguinano.
Ferite che parlano piano.
Finché qualcuno non si ferma ad ascoltarle.
E quando succede… quella voce, finalmente, trova casa.

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