18/01/2026
Il mio Articolo sull'omicidio nella Scuola di La Spezia
" Quando la rabbia diventa lama: il cortocircuito emotivo che uccide tra giovani "
C’è un silenzio particolare che segue la violenza.
Non è solo quello delle sirene che si allontanano o delle aule svuotate in fretta. È il silenzio che resta dentro, quando ci si accorge che un ragazzo ha ucciso un altro ragazzo. A scuola. Tra banchi che dovrebbero contenere futuro, non morte.
L'altro giorno un diciannovenne ha tolto la vita a un diciottenne, un suo pari. Non un “mostro”, non un estraneo: un ragazzo come tanti, con un volto giovane, una storia ancora incompiuta. E davanti a lui un altro ragazzo, altrettanto giovane, che in pochi secondi ha attraversato un confine da cui non si torna indietro.
Quando l’emozione diventa troppo
Ci sono emozioni che i giovani non sanno ancora portare.
Non perché siano deboli, ma perché sono enormi. La rabbia, la gelosia, l’umiliazione, il sentirsi messi da parte o ridicolizzati possono diventare un peso insostenibile. In quel momento non si pensa: si brucia.
Il cervello non regge, il pensiero si spegne. È questo il cortocircuito emotivo:
l’emozione prende il comando e il pensiero si arrende.
Non esiste più il “dopo”, non esistono le conseguenze, non esiste la morte.
Esiste solo il bisogno disperato di far smettere quel dolore interno, subito, adesso.
L’altro smette di essere una persona
Il passaggio più spaventoso avviene qui.
L’altro – il compagno di classe, l’amico, il rivale – smette di essere umano.
Non è più qualcuno con una madre, una voce, dei sogni. Diventa un bersaglio. Un simbolo. Un ostacolo.
In quell’istante non si colpisce una persona:
si colpisce la vergogna, l’impotenza, il senso di non valere nulla.
Ma il corpo che cade è reale. Il sangue è reale. La morte è reale.
Ragazzi senza parole
Molti giovani violenti non sono pieni di odio.
Sono vuoti di parole.
Non sanno dire: “Sto male”.
Non sanno dire: “Mi sento umiliato”.
Non sanno dire: “Ho paura di perdere”.
E allora il corpo parla per loro.
Parla con la violenza. Parla con l’atto irreparabile.
La scuola, la famiglia, la società spesso vedono il gesto, ma non il silenzio che lo ha preceduto per mesi o anni.
Dopo, resta il nulla
Dopo non c’è trionfo.
Dopo c’è il gelo.
Chi ha colpito spesso non capisce subito cosa ha fatto. È come se la mente si staccasse dal corpo. Shock. Dissociazione. Vuoto.
E intanto una famiglia è distrutta per sempre. Un banco resta vuoto. Un futuro non esiste più.
Non è solo cronaca: è una ferita collettiva
Ogni volta che un giovane uccide un altro giovane, falliamo tutti un po’.
Falliamo quando ridicolizziamo le emozioni.
Quando diciamo “sono ragazzi”.
Quando insegniamo a essere forti ma non a essere fragili.
Quando non ascoltiamo finché non è troppo tardi.
La violenza giovanile non nasce all’improvviso.
Cresce nel silenzio, nell’isolamento emotivo, nella solitudine affettiva.
Dare parole prima che arrivi il sangue
La vera prevenzione non è solo telecamere o controlli.
È insegnare a sentire senza distruggere, a nominare il dolore, a chiedere aiuto senza vergogna.
Perché un’emozione che trova parole non diventa lama.
Un ragazzo che viene visto non ha bisogno di annientare l’altro per esistere.
E perché nessuna aula dovrebbe mai più diventare il luogo dove un giovane impara, troppo tardi, cos’è la morte.
Dott.Stefania Croci, Psicologa