studio di psicologia e psicoterapia Dott. Giuseppe Gagliardi

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studio di psicologia e psicoterapia Dott. Giuseppe Gagliardi psicoterapia ad orientamento analitico

Questa sera ho visto un film che sento di consigliare. Raramente capita di assistere a un film così bello. Delicato ma s...
15/02/2026

Questa sera ho visto un film che sento di consigliare. Raramente capita di assistere a un film così bello. Delicato ma struggente. Parla di relazioni, di rapporti familiari, di non detti che complicano le relazioni stesse, e lo fa in modo meraviglioso.
Sentimental Value di Joachim Trier è un dramma intimo che mette in scena non solo un conflitto familiare, ma una vera e propria genealogia del dolore.

La storia segue due sorelle che, dopo la morte della madre, si confrontano con il ritorno del padre: un regista affermato, emotivamente distante, che propone alla figlia attrice di interpretare il ruolo principale del suo nuovo film. Questa richiesta non è solo artistica: è un tentativo ambiguo di riscrivere il passato, di mettere in scena — e forse controllare — la memoria familiare.

Letto in chiave di psicoanalisi multifamiliare, il film diventa uno spazio gruppale dove le soggettività si intrecciano e si rispecchiano. Ogni personaggio porta non solo il proprio vissuto, ma anche frammenti non elaborati della generazione precedente. Il padre, incapace di un’autentica funzione contenitiva, sembra riprodurre una distanza appresa; le figlie oscillano tra bisogno di riconoscimento e rifiuto, in una dinamica che richiama la trasmissione transgenerazionale del trauma.

Il dolore non è mai solo individuale: è un’eredità silenziosa che attraversa le generazioni sotto forma di mancanze, silenzi, narcisismi feriti. La richiesta del padre — “recita per me” — suona come una domanda inconscia: “ripara per me ciò che non ho saputo vivere”. Ma l’arte, qui, non guarisce automaticamente; può diventare sia spazio di elaborazione sia ripetizione coatta.

Il “valore sentimentale” non riguarda dunque solo gli oggetti o i ricordi, ma il peso psichico che si trasmette dentro la costellazione familiare: ciò che non è stato detto, ciò che non è stato riconosciuto, ciò che continua a chiedere rappresentazione.

In questo senso, il film non racconta soltanto una riconciliazione possibile, ma mette in scena il conflitto tra memoria e libertà: fino a che punto possiamo sottrarci al copione che la nostra famiglia ha scritto per noi?

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non era...
23/01/2026

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato f***e, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale.Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non...
22/06/2025

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale.
Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non riceve il trattamento di cui avrebbe bisogno.

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale. Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non riceve il trattamento di cui avrebbe bisogno. (ANSA)

Seconda giornata di visiting tra tre comunità terapeutiche di Perugia.Il progetto Visiting DTC nasce in Inghilterra nei ...
06/06/2025

Seconda giornata di visiting tra tre comunità terapeutiche di Perugia.
Il progetto Visiting DTC nasce in Inghilterra nei primi anni del 2000 ed è stato formalmente introdotto in Italia nel 2010. L’obiettivo che sta dietro questa scelta è di permettere alle Comunità Terapeutiche che sono presenti sui territori di acquisire consapevolezza sui propri punti di forza e sulle eventuali debolezze, in modo da intervenire sulle criticità attraverso il confronto con tutte le altre comunità che hanno deciso di aderire al progetto. Il progetto Visiting, di fatto, costituisce un’opportunità preziosa per mettere in circolo esperienze e riflessioni tra chi si occupa, quotidianamente, di salute mentale in ottica inclusiva, nella consapevolezza che soltanto attraverso il coinvolgimento del territorio, gli utenti potranno raggiungere una guarigione o perlomeno migliorare la qualità delle loro vite.

25/05/2025

Iniziare un percorso di psicoterapia: un investimento su di sé.

Spesso si pensa che la terapia sia solo per chi "sta molto male". In realtà, molti iniziano perché sentono che qualcosa dentro non torna: un malessere diffuso, relazioni che si ripetono con gli stessi problemi, difficoltà a prendere decisioni o a gestire emozioni intense.
La psicoterapia offre uno spazio protetto, dove sentirsi ascoltati e accolti senza giudizio. Attraverso la relazione terapeutica, il paziente può riconoscere e dare senso a vissuti spesso inconsci, favorendo una crescita personale autentica.
Intraprendere un percorso di psicoterapia può rappresentare un’occasione preziosa per conoscersi meglio e affrontare con maggiore consapevolezza il proprio mondo interno.
Nel mio studio a Roma, in zona Piazza Bologna, lavoro con un approccio psicodinamico: questo significa che, insieme, esploriamo non solo il sintomo o il disagio attuale, ma anche la storia emotiva che lo sostiene. L'obiettivo non è solo "stare meglio", ma comprendere come si sono costruiti alcuni modi di pensare, sentire e relazionarsi, per aprire la strada a nuove possibilità.

Indirizzo

Via S. Orsola, (zona Piazza Bologna)
Rome
00195

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