15/02/2026
Questa sera ho visto un film che sento di consigliare. Raramente capita di assistere a un film così bello. Delicato ma struggente. Parla di relazioni, di rapporti familiari, di non detti che complicano le relazioni stesse, e lo fa in modo meraviglioso.
Sentimental Value di Joachim Trier è un dramma intimo che mette in scena non solo un conflitto familiare, ma una vera e propria genealogia del dolore.
La storia segue due sorelle che, dopo la morte della madre, si confrontano con il ritorno del padre: un regista affermato, emotivamente distante, che propone alla figlia attrice di interpretare il ruolo principale del suo nuovo film. Questa richiesta non è solo artistica: è un tentativo ambiguo di riscrivere il passato, di mettere in scena — e forse controllare — la memoria familiare.
Letto in chiave di psicoanalisi multifamiliare, il film diventa uno spazio gruppale dove le soggettività si intrecciano e si rispecchiano. Ogni personaggio porta non solo il proprio vissuto, ma anche frammenti non elaborati della generazione precedente. Il padre, incapace di un’autentica funzione contenitiva, sembra riprodurre una distanza appresa; le figlie oscillano tra bisogno di riconoscimento e rifiuto, in una dinamica che richiama la trasmissione transgenerazionale del trauma.
Il dolore non è mai solo individuale: è un’eredità silenziosa che attraversa le generazioni sotto forma di mancanze, silenzi, narcisismi feriti. La richiesta del padre — “recita per me” — suona come una domanda inconscia: “ripara per me ciò che non ho saputo vivere”. Ma l’arte, qui, non guarisce automaticamente; può diventare sia spazio di elaborazione sia ripetizione coatta.
Il “valore sentimentale” non riguarda dunque solo gli oggetti o i ricordi, ma il peso psichico che si trasmette dentro la costellazione familiare: ciò che non è stato detto, ciò che non è stato riconosciuto, ciò che continua a chiedere rappresentazione.
In questo senso, il film non racconta soltanto una riconciliazione possibile, ma mette in scena il conflitto tra memoria e libertà: fino a che punto possiamo sottrarci al copione che la nostra famiglia ha scritto per noi?