23/12/2025
IL COSIDDETTO “SOLILOQUIO PATRIARCALE” DI SEMPIO ELEVATO DA ALCUNI MEDIA A TEORIA ANTROPOLOGICA
Volevo pubblicare già da qualche tempo questo post, ma non ne ho avuto il tempo.
Nelle settimane scorse è circolata sui media la trascrizione di un cosiddetto “SOLILOQUIO” di Sempio, contenente riflessioni sparse e prive di struttura teorica, che alcuni commentatori hanno però impropriamente accostato a concetti dell’antropologia, quasi elevandole a una sorta di spiegazione scientifica o addirittura a una TEORIA LEGITTIMA sul comportamento umano.
Senza entrare in alcuna interpretazione psicologica né, tantomeno, in tentativi fuorvianti di costruzione di un movente — operazione già ampiamente riconosciuta come metodologicamente scorretta — ritengo doveroso, da antropologo, smentire con nettezza tali accostamenti: quelle affermazioni NON hanno fondamento antropologico, storico o etnologico e non trovano riscontro nella letteratura scientifica.
La mia critica non è, pertanto, rivolta alle persone coinvolte o alla vicenda giudiziaria in quanto tale, ma esclusivamente a una narrazione mediatica che, per ignoranza disciplinare o per altre finalità, ha attribuito dignità scientifica a discorsi che non appartengono all’antropologia né possono essere utilizzati come chiavi interpretative del comportamento umano.
A voler ben considerare il discorso, credo che l’interpretazione più corretta e minimalista ad un tempo sia quella della dott.ssa Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa, che ha liquidato tali affermazioni nel loro insieme come uno sproloquio costituito da discorsi bizzarri ma inadatti a stilare un profilo criminale.
Entriamo nello specifico:
1- USO IMPROPRIO DELL'ANTROPOLOGIA
Il discorso di Sempio si fonda su una operazione pseudo-scientifica: prendere concetti reali dell’antropologia (come limiti cognitivi, dimensioni dei gruppi, dinamiche evolutive), estrarli dal loro contesto e trasformarli in slogan normativi. L’antropologia, però, è una disciplina descrittiva e comparativa, non prescrittiva. Non esistono “modelli ideali” universali di società umana, né numeri magici che definiscano come dovremmo vivere. Le società umane storiche e preistoriche mostrano una variabilità enorme per dimensioni, struttura familiare, organizzazione sessuale e forme di convivenza. Ridurre questa complessità a una formula fissa significa abbandonare la scienza e scivolare nel racconto ideologico.
2- BIOLOGIA EVOLUZIONISTICA USATA COME MITO GIUSTIFICATIVO
Il passaggio più problematico è la naturalizzazione di rapporti sessuali e di potere presentati come “biologici”. La biologia evoluzionistica non sostiene affatto modelli stabili fondati su squilibri estremi tra i sessi, sulla rotazione sistematica delle donne o sulla competizione permanente come principio sociale. Al contrario, le società umane sono caratterizzate da una forte selezione a favore della cooperazione, della stabilità dei legami e della cura parentale condivisa. Quando la biologia viene usata per legittimare fantasie di dominio o gerarchie sessuali rigide, non siamo più nel campo scientifico, ma in quello della mitologia sociale travestita da “natura”.
3- PROIEZIONE OTTOCENTESCA SUL PALEOLITICO
Il modello di ruoli evocato – uomini cacciatori, donne relegate a cura, pulizia e passività – non descrive le società di cacciatori-raccoglitori documentate dall’etnografia e dall’archeologia. È piuttosto una proiezione del mondo rurale e borghese dell’Ottocento europeo, retrodatata arbitrariamente alla preistoria. Le ricerche mostrano che nelle società foraggiere le donne contribuiscono in modo centrale alla sussistenza, spesso fornendo la quota maggiore delle calorie, e che la divisione dei ruoli è flessibile, negoziata e adattiva. Presentare un modello rigido come “originario” significa confondere storia recente e preistoria profonda.
4- Sessualità come ideologia, non come dato antropologico
L’idea del “ricambio” femminile come garanzia del desiderio maschile non ha alcun fondamento etnografico. Nessuna antropologia seria descrive le donne come risorse intercambiabili funzionali alla stabilità sociale. Al contrario, tutte le società umane mostrano che la coesione dipende da legami durevoli, riconoscimento reciproco e controllo delle pulsioni distruttive. Qui il discorso smette definitivamente di essere scientifico e rientra in una narrazione contemporanea ben riconoscibile, che usa un linguaggio pseudo-evoluzionistico per legittimare visioni maschiliste attuali.
5. LA SOCIETÀ "PERFETTA"
Il riferimento al numero “150” e al presunto rapporto “1 maschio : 4 femmine” costituisce un doppio fraintendimento scientifico. Il cosiddetto numero di Dunbar indica una stima cognitiva del numero medio di relazioni sociali stabili che un individuo può mantenere, sulla base di correlazioni tra neocorteccia e dimensione dei gruppi nei primati. Non descrive la dimensione “ideale” delle società umane, non è un parametro normativo e non implica alcuna specifica organizzazione demografica, sessuale o riproduttiva. Le società storiche e preistoriche documentate mostrano infatti un’enorme variabilità. Le evidenze archeologiche ed etnografiche mostrano una forte variabilità nelle dimensioni delle unità sociali umane: bande di poche decine di individui nel Paleolitico, villaggi neolitici composti da centinaia di persone e, in età storica, città con migliaia o decine di migliaia di abitanti. Tali configurazioni non contraddicono i limiti cognitivi individuali, poiché le società umane operano attraverso strutture multilivello, reti di relazione indirette e istituzioni sociali, senza aderire ad alcun numero fisso o “ottimale” di dimensione demografica.
Ancora più infondato è il richiamo a un rapporto strutturale di “1:4” tra maschi e femmine. Dal punto di vista biologico ed evolutivo, le popolazioni umane tendono universalmente a un rapporto sessuale prossimo all’1:1, con una lieve prevalenza maschile alla nascita (circa 105–107 maschi per 100 femmine), compensata da una maggiore mortalità maschile nel corso della vita. Questo equilibrio è documentato sia nelle popolazioni moderne sia nei dati storici e archeodemografici antichi. Le fonti censuarie romane, le ricostruzioni demografiche del mondo greco e romano e gli studi comparativi sulle società preindustriali mostrano oscillazioni limitate, non squilibri estremi: eventuali deviazioni locali erano dovute a fattori contingenti (guerre, migrazioni, carestie), non a modelli sociali intenzionali. Le società poliginiche storicamente documentate non presentano mai un rapporto demografico complessivo di 1:4: la poliginia riguarda una minoranza di maschi ad alto status, mentre la popolazione generale mantiene rapporti prossimi alla parità. In termini antropologici, un simile squilibrio strutturale produrrebbe competizione maschile, instabilità e aumento della violenza, risultando incompatibile con la coesione sociale di lungo periodo.
6. INCESTO E MONDO RURALE: UNA FALSIFICAZIONE STORICA
L’affermazione secondo cui “i nostri bisnonni in cascina” vivrebbero in un contesto di tolleranza dell’incesto è semplicemente falsa. L’INCESTO è uno degli universali culturali umani, ed era un tabù assoluto nelle società rurali lombarde tra Otto e Novecento, profondamente cattoliche e sottoposte a un controllo sociale e religioso molto più rigido di quello odierno. La confusione nasce dal mescolare ENDOGAMIA locale, matrimoni tra cugini con dispensa canonica e rarissimi casi criminali. Ma nessuna fonte storica, giuridica o antropologica sostiene una normalizzazione dell’incesto. Studi classici sulla famiglia e sulla cultura popolare mostrano l’esatto contrario: controllo ferreo della sessualità e stigmatizzazione radicale delle trasgressioni.
In conclusione il soliloquio di Sempio non è antropologia, né storia, né biologia evoluzionistica. È un verosimile collage di numeri decontestualizzati, stereotipi ottocenteschi, fantasie contemporanee e una lettura profondamente distorta del mondo rurale e del passato umano.
L’antropologia non conferma queste narrazioni: le smonta, pertanto solo scettico che le idee del soliloquio possano derivare da testi antropologici seri, ma non escludo che alcune nozioni scientifiche vere, lette o udite possano essere state travisate.
E proprio per questo, quel discorso non può essere elevato a teoria scientifica seria, ma va riconosciuto per ciò che è: un rappresentazione mitico-ideolologic che male usava il linguaggio della scienza.
Pertanto:
- è FUORVIANTE asserire che Sempio auspicasse un ritorno ad un passato patriarcale, perché quel passato - almeno come da lui ipotizzato - non è una realtà storica e biologica;
- tutt’al più si può parlare di un MONDO MITICO patriarcal-poliginico immaginato;
- la FONTE di tale “discorso” è difficile ad inviduarsi;
- usare tale discorso come base della COSTRUZIONE DI UN MOVENTE mi pare pura fantasia.
Riferimenti bibliografici:
Soliloquio di Sempio: https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/garlasco-cos-funziona-margine-ungueale-sempio-sulle-donne-2546612.html
Dunbar, R. I. M. (1992). Neocortex size as a constraint on group size in primates. Journal of Human Evolution, 22(6), 469–493.
https://doi.org/10.1016/0047-2484(92)90081-J
Fisher, R. A. (1930). The genetical theory of natural selection. Oxford, UK: Clarendon Press.
Fox, R. (1967). Kinship and marriage: An anthropological perspective. Cambridge, UK: Cambridge University Press.