Studio Medico - Dott. Frank E. Madruga

Studio Medico - Dott. Frank E. Madruga Trattamento del dolore acuto e cronico. Osteopatia & Agopuntura.

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25/12/2024

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18/07/2024

Buongiorno. Informo che lo studio resterà chiuso per ferie fino al 5 agosto. Colgo l'occasione per invitarla a visitare il mio sito https://www.frankmadruga.com
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Frank Madruga

23/04/2024

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27/02/2024

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23/12/2023

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03/11/2023

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09/09/2023

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Evoluzione del ago filiforme. Dal india alla Cina, dalla Corea al Giappone.

L’inizio del utilizzo di aghi filiformi in metallo, in sostituzione di altri materiali, è strettamente legato a la invenzione della trafilatura del metallo.
La trafilatura del metallo è un processo industriale che viene utilizzato per la produzione di fili, aghi, tubi, barre e altri prodotti metallici di forma allungata. La storia della trafilatura del metallo inizia con l'invenzione del telaio da trafilare. La procedura consiste nel ottenere filo da una v***a di metallo rovente che colpita continuamente da un maglio idraulico, fa uscire il metallo da i fori di una piastra o cilindro di metallo più duro detto “trafila”, attraverso questi fori vengono tirati a forza segmenti di filo metallico di spessore diverso. Questa macchina permetteva di ottenere prodotti metallici con una sezione trasversale uniforme e di dimensioni più sottili rispetto a quelle ottenibili con altri metodi di lavorazione.
La trafilatura del metallo avviene solitamente in tre fasi principali: la preparazione del materiale, la trafilatura stessa e il rifinitura dei prodotti finiti. Durante la trafilatura, il metallo viene fatto passare attraverso la suddetta piastra metallica forata chiamata “matrice di trafilatura”, che determina la forma e le dimensioni del prodotto finito. Questo processo può essere ripetuto più volte, a seconda dell'esigenza di ottenere fili metallici di dimensioni sempre più sottili.
La storia della trafilatura del metallo nei paesi asiatici è ricca di sviluppi e contributi significativi. La procedura a livello artigianale è stata praticata fin dalla prima metà del primo millennio d.C. in antichi paesi come l'India, la Cina, il Giappone e il Medio Oriente, a differenza dei paesi europei, dove ha avuto inizio più tardivamente nel XIV secolo, grazie al genio di Leonardo da Vinci.
In India, la trafilatura del metallo ha radici antiche. Si ritiene che sia stata praticata per la prima volta nel nord dell'India, a Mathura, durante il periodo dei Kushana (I-II secolo d.C.). Questa tecnica ha trovato applicazione nella produzione di fili d'oro e d'argento utilizzati per la creazione di aghi, gioielli e ornamenti. L'arte della trafilatura del metallo è stata ulteriormente sviluppata durante l'Impero Gupta (IV-VI secolo d.C.), soprattutto nella produzione di fili d'argento finissimi noti come "tanga".
Sebbene in Cina l’età del ferro sia iniziata tardi rispetto ad altri civiltà (sette secoli dopo gli Ittiti in Asia minore), acquisirono la capacità di fondere questo metallo quasi immediatamente dopo esserne venuti a conoscenza. In Cina, la trafilatura del metallo è stata praticata fin dal IV secolo d.C. Subito dopo aver acquisito la padronanza della tecnica della co-fusione per ottenere l’acciaio (kang). Prima di questo, gli aghi, come tutti gli altri oggetti fabbricati in metallo, dovevano ancora venir lavorati al maglio. La tecnica di trafilare il filo metallico in Cina, fu una invenzione tardo medioevale, come prova la sua prima citazione nel Thien Kung Khai Wu (Sfruttamento dei prodotti della natura) compilato da Sung Ying Hsing (1637). Durante la dinastia Han, i metalli venivano trafilati per produrre fili d'oro e d'argento, che venivano successivamente utilizzati per la creazione di tessuti, aghi, gioielli e monete. La tecnica della trafilatura del metallo era così avanzata in Cina che alcuni fili potevano essere prodotti talmente sottili da poter essere impiegati nella creazione di tessuti per abbigliamento.
Il Giappone ha sviluppato la trafilatura del metallo durante il periodo Edo (XVII-XIX secolo). La trafilatura del metallo era considerata una delle "Arti di Tokugawa" e veniva praticata ad alto livello artigianale. I fabbri giapponesi utilizzavano questa tecnica per produrre fili d'oro, d'argento e di rame che venivano successivamente utilizzati nella creazione di aghi, gioielli, opere d'arte e oggetti di culto buddisti e shintoisti.
Negli ultimi decenni, la trafilatura del metallo in Asia si è evoluta grazie all'adozione di tecnologie avanzate e all'automazione dei processi industriali. Oggi, i paesi asiatici sono leader nella produzione di prodotti trafilati. In sintesi, la trafilatura del metallo nei paesi asiatici ha una lunga storia e una vasta gamma di applicazioni. Questa tecnica artigianale ha contribuito allo sviluppo di una varietà di manufatti, dall'arte ornamentale alla produzione di gioielli, tessuti, monete, e ovviamente anche gli aghi di agopuntura. Oggi, l'industria della trafilatura del metallo in Asia è una delle più avanzate al mondo.
Gli aghi filiformi di agopuntura: indiani, cinesi, coreani e giapponesi, sono lo strumento più frequentemente utilizzato nelle rispettive pratiche tradizionali di agopuntura. Ogni cultura ha sviluppato il proprio stile unico per creare aghi che si adattano alle loro tradizioni e alle esigenze individuali dei pazienti. In generale, condividono alcune caratteristiche comuni, ma ci sono anche delle sottili differenze nella loro forma, che è comunque progettata per facilitare l'inserimento e minimizzare il disagio del paziente durante il trattamento.
Il termine usato per riferirsi al ago, in agopuntura ayurvedica e ‘suchi’, che deriva dalla parola ‘suc’ e significa ‘mostrare o indicare’. Lo spessore e la lunghezza può variare a seconda dell’area da trattare. Mentre gli aghi da sutura necessitavano di un piccolo foro per l’inserimento del filo e di una leggera curvature per facilitare l’operazione, l’ago utilizzato per l’agopuntura non ne aveva bisogno. Il modello di ago tradizionale che è stato tramandato ai giorni nostri è proprio un ago lungo, sottile e tubolare. Generalmente spesso 0,30 mm. Originariamente fatti d’oro o d’argento, a causa del loro valore, non venivano eliminati ma continuamente sterilizzati e riutilizzati.
La lama del ago ayurvedico, è fatta di metallo sottile e termina in una punta arrotondata che a differenza del ago ipodermico, è meno lesiva per i muscoli. Tra la lama e l’impugnature si trova spesso un fermadito a forma di pallina sferica metallica con la funzione di impedire alle dita di scivolare dal ma**co e, in caso di inserzione profonda, costituisce un sicuro punto di arresto. Segue l’impugnatura, di diametro superiore al ago stesso, quasi sempre zigrinata, con la doppia funzione di non far scivolare le dita e di stimolo del ago attraverso lo strofinamento con l’unghia. Alcuni modelli d’ago non hanno una terminazione. Altri, invece, sono dotati di un capo o testa, a forma di pallina metallica simile al fermadito sull’estremità dell’impugnatura. La sua funzione è quella di fermare le dita nell’atto di ritirare l’ago. Un altro modello di ago ha la estremità del capo a forma appuntita per consentire l’inserimento di erbe pressate che accese consentono di trasmettere calore attraverso l’ago dentro il tessuto muscolare.
Gli aghi di agopuntura cinesi hanno una lunga storia che risale a migliaia di anni. Nell’antichità sono stati fabbricati in diversi materiali come pietra, osso, bambù, ferro, bronzo, oro e argento. In tempi moderni, la lama di questo tipo di ago è realizzata in acciaio inossidabile, con un ma**co a spirale in metallo morbido generalmente rame o alluminio che termina in una tipica testa crunata, e sono disponibili in diversi diametri: 0,22-0,25-0,30-0,35-0,40 mm. Sono abbastanza sottili, flessibili e appuntiti, il che li rende adatti per essere inseriti nei punti di agopuntura specifici. L'ago cinese è progettato per avere una punta affilata, che permette di penetrare facilmente la pelle senza causare dolore significativo, sono disponibili in diverse lunghezze, a seconda della profondità da raggiungere. Questi aghi sono spesso utilizzati per il trattamento di una vasta gamma di disturbi, sia fisici che emotivi.
Gli aghi di agopuntura coreani, dal canto loro, presentano alcune differenze rispetto agli aghi cinesi. Sono interamente realizzati in lega di acciaio inossidabile di alta qualità. Più sottili e lunghi rispetto agli aghi cinesi, questo li rende ideali sia per l'utilizzo nei punti di agopuntura delicati e sensibili, sia per raggiungere tessuti profondi. Gli aghi coreani possono avere una punta piena o una punta affilata, a seconda delle preferenze del praticante. Possiedono anche loro un ma**co a spirale, ma senza la tipica testa crunata del ago cinese, il che consente di applicare sull’estremità del loro ma**co specifici dispositivi per la moxibustione. E’ caratteristica dell’agopuntura coreana l’uso di aghi corti e sottilissimi nel trattamento del sistema riflesso della mano, che vengono inseriti con l’aiuto di un iniettore. Inoltre, l’ago di tipo coreano e quello utilizzato attualmente nella pratica del Dry Needling.
Gli aghi di agopuntura giapponesi, invece, sono noti per la loro estrema sottigliezza. Noti come "denti di gru" o "denti di pesce", sono i più sottili tra i quattro. La lama è interamente realizzata in acciaio inossidabile di alta qualità e la loro punta è molto affilata. Il ma**co può essere in plastica, in acciaio oppure in alluminio. Può essere liscio e cilindrico o zigrinato. Anche in questo caso, la cruna tipica del ago cinese è assente. Questi aghi sono delicati e si inseriscono con estrema precisione nella pelle con l’uso del tubo guida, causando un'esperienza relativamente indolore. Gli aghi giapponesi tradizionali con impugnatura o ma**co in acciaio, per la loro qualità, sono i più adatti al uso per la tecnica di moxibustione indiretta sul ma**co, in cui viene applicato calore ad alte temperature. Questa pratica può aiutare a stimolare la circolazione sanguigna e a rilassare i muscoli. Sono fatti in acciaio di altissima qualità e hanno un'impugnatura leggermente più lunga rispetto agli altri tipi di aghi. Si distinguono per i diametri sottilissimi che possono arrivare fino a 0,12 - 0,14 - 0,16 mm di diametro, sviluppati appositamente per zone ad alta concentrazione di recettori cutanei come mani, palmi e viso. Aghi cosi sottili consentono di ridurre ulteriormente l'inconveniente e minimizzare la sensazione di dolore.
In conclusione, gli aghi di agopuntura indiani, cinesi, coreani e giapponesi differiscono per dimensioni, materiali e stili. Ognuno di essi è progettato per soddisfare le specifiche esigenze dei pazienti e i metodi di trattamento tradizionali delle rispettive culture. La scelta di quale tipo di ago utilizzare dipenderà spesso dalle preferenze del praticante e dalle esigenze del paziente. Indipendentemente dalla provenienza, gli aghi di agopuntura sono strumenti potenti per il trattamento di una gran varietà di disturbi fisici ed emotivi.

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24/08/2023

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Punti ahshi, punti attivi, o punti trigger?: punti dolorosi

Frank Eduardo Madruga, Enrico Dall'Anese

I praticanti dell’agopuntura TMC spesso non si curano di studiare in modo approfondito i sistemi terapeutici moderni che prevedono l’uso di aghi e che si basano sulla ricerca dei punti sensibili dolorosi, come ad esempio il Dry Needling, quello più diffuso. Essi obiettano che in medicina tradizionale cinese esiste l’agopuntura dei punti Ah-Shih, e che le sindromi dolorose vengono studiate con il nome di Sindromi BI (da ostruzione al passaggio del Qi e del sangue). Hanno ragione nel dire che non serve studiare 4 anni di medicina cinese, conoscere il decorso dei meridiani, i diversi collegamenti tra di loro e la funzione dei singoli agopunti, per poi limitarsi a inserire un ago sul punto del dolore. Ma, se le cose stanno in questo modo, quali vantaggi potrebbero avere gli agopuntori tradizionalisti dallo studio del Dry Needling e sistemi terapeutici affini?

Il Dry Needling non consiste affatto solo nel trattamento del punto doloroso indicato dal paziente, anche se talvolta può capitare di farlo. Possiede, invece, vari punti di forza che all’agopuntura MTC mancano. Innanzitutto, a) la diagnosi palpatoria dei punti, carente nella maggior parte degli stili di agopuntura tradizionali, tranne che per l’agopuntura giapponese. In secondo luogo, b) la descrizione precisa delle caratteristiche del tessuto palpato, confrontandolo col suo stato di normalità. Per ultimo, c) la precisa conoscenza della localizzazione anatomica reale dei punti, che insieme alla identificazione del dolore riferito, corrispondente ad ogni muscolo, consente la identificazione del dolore primario. Ai detrattori vorrei far notare che, nonostante gli stili basati sull’utilizzo dei punti dolorosi siano sostanzialmente diversi da ciò che viene regolarmente proposto come agopuntura dei punti Ah-Shih, le obiezioni al Dry Needling e metodi simili potrebbero avere un senso solo se questo tipo di agopuntura venisse approfondito.

In occidente, di norma, si dice agli studenti che i punti Ah-Shih sono quelli indicati dal paziente (il termine stesso significa: “è proprio li”, in cinese) e si ritiene siano diversi dai punti di agopuntura, per poi entrare in contraddizione con la frase “ogni punto doloroso è un punto di agopuntura”. In agopuntura TMC, il dolore viene classificato tra le Sindromi Bi e al loro insegnamento vengono dedicate poche ore teoriche, che come di consueto, in TMC, si svolgono fornendo “ricette” fisse di punti da utilizzare per i diversi tipi di sindromi Bi (vento, freddo, umidità e calore), senza menzionare in quale struttura anatomica si trovino. Il tutto senza offrire strategie di trattamento nè nozioni di come debba essere fatta la palpazione, cosa si debba sentire/avvertire sotto le dita quando si palpa, quale sia la localizzazione anatomica reale di questi punti, di quale tipo di dolore si tratti, o quale sia la clinica del dolore riferito che sono in grado di evocare. In agopuntura TMC, si dà molta importanza all’uso dei microsistemi riflessi e dei punti distali, che nonostante funzionino in modo spettacolare nel dolore acuto, nel dolore cronico ottengono risultati ugualmente immediati, ma di minor entità e breve durata. Insomma, come sentito recentemente da un collega, molte scuole di agopuntura tradizionali sono "poco sul pezzo" per quanto riguarda il dolore, malgrado molte statistiche segnalino che sia proprio il dolore, soprattutto quello persistente o cronico, il sintomo per il quale ci si rivolge più frequentemente al medico. Nonostante tutto questo, soprattutto le correnti del Dry Needling vengono di solito accusate ingiustamente di essere uno “scimmiottamento” dell’agopuntura dei punti Ah-Shih, il che dimostra mancanza di consapevolezza di cosa stiano realmente parlando.

Le metodiche del Dry Needling si caratterizzano per la ricerca palpatoria e l’uso terapeutico delle diverse tipologie di punti sensibili dolorosi, tra questi i cosiddetti “punti trigger miofasciali”. Tra le scuole di agopuntura TMC, non esiste un consenso unanime sul fatto che i punti Ah-Shih siano solo punti indicati dal paziente, oppure qualsiasi punto doloroso trovato. Da una attenta analisi, risulta evidente che punti trigger e punti Ah-Shih non sono affatto la medesima cosa, malgrado spesso molti autori asiatici abbiano fatto dei tentativi per accorparli come vedremo più avanti: ed è questo che si insegna nei corsi di agopuntura TMC.

Vari decenni fa, è stata dimostrata, da Melzack e collaboratori, la corrispondenza esistente tra trigger e punti di agopuntura, per cui i cosiddetti “trigger” sembra non siano altro che gli stessi punti di agopuntura quando diventano dolorosi. Questa idea non viene accettata volentieri dagli agopuntori tradizionali e merita un’ulteriore analisi. I punti dolorosi, nel Dry Needling, vengono definiti “punti attivi”, termine usato anche nell’agopuntura giapponese come “ikita tsubo”, che tradotto in lingue occidentali ha lo stesso significato. Nei testi di agopuntura TMC, si ribadisce che i punti Ah-Shih sono punti dolorosi diversi dai punti classici e si diffida dal trattare solo quelli, in quanto potrebbero non costituire l’origine o causa primaria del disturbo, invitando a ricercare e trattare la radice del problema, spesso senza offrire però ulteriori chiarimenti nè indicazioni pratiche. La stessa osservazione è presente anche nelle correnti del Dry Needling, ma spiegata in modo diverso: i punti dolorosi indicati dal paziente, soprattutto se in assenza di segni flogistici, potrebbero costituire la proiezione di un dolore che ha origine in un’altra struttura anatomica (dolore riferito miofasciale), proveniente da zone iperirritabili all’interno di muscoli distanti. Gli “agopunti” o trigger attivi si formano in prossimità delle giunzioni neuromuscolari, in posizioni approssimativamente fisse; la loro esistenza è stata dimostrata sia sperimentalmente sia per via ecografica e devono il loro nome al fatto che quando vengono stimolati adeguatamente producono una risposta di spasmo locale caratteristica ed in seguito la riproduzione del dolore riferito a distanza.

Queste reazioni fisiologiche, che la TMC definisce “Zhen Gan” (fremito) e “De Qi” (arrivo dell’energia) e che corrispondono rispettivamente alla risposta di spasmo locale del muscolo e all’evocazione del dolore riferito a distanza, furono descritte nella teoria dei trigger points postulata da Travell. Entrambe sono riportate nei libri di agopuntura in modo alquanto poetico e confuso, paragonando l’intero fenomeno alla pesca: “che l’ago sia teso come la lenza quando abbocca il pesce” (tensione – risposta di spasmo muscolare) e va tolto solo quando arriva il Qi e l’ago esce delicatamente come “fosse estratto dal burro”(evocazione del dolore riferito a distanza, seguito da rilassamento muscolare). Entrambi questi fenomeni vengono considerati sia dall’agopuntura TMC, sia dal Dry Needling, come indispensabili per la buona riuscita del trattamento.

Come detto prima, è dimostrato che i trigger sono sovrapponibili ai punti di agopuntura classici, ma nella didattica esiste una profonda differenza tra agopuntura TMC e Dry Needling. Nell’insegnamento della TMC viene fornita una localizzazione assolutamente fissa dei punti scaglionati su linee chiamate meridiani, separati tra loro da unità di misura (cun) che servono alla loro localizzazione senza dover toccare il paziente, anche con l’aiuto di dettagli anatomici come fossette tra tendini o sporgenze ossee. Vengono diagnosticate sindromi che spesso sono sovrapponibili a diverse patologie della medicina occidentale. Le diagnosi tengono conto dell’anamnesi, la palpazione del polso e l’osservazione della lingua, per cui ad ogni diagnosi corrispondono liste o “ricette” di punti già prestabiliti ai quali vengono attribuite funzioni specifiche, punti spesso utilizzati nel trattamento, anche quando non sono dolorosi affatto.

Nel Dry Needling, i punti trigger attivi vengono considerati responsabili dell’auto mantenimento del dolore, ma anche di altri sintomi dis-autonomici diversi, a seconda della zona del corpo dove si trovano. Ogni punto trigger (primario, secondario o satellite) viene localizzato mediante la palpazione, mettendolo in relazione col muscolo dove realmente si trova. I trigger hanno caratteristiche ben precise che consentono di differenziarli al tatto dal tessuto circostante, hanno aspetto nodulare, sono di consistenza fibroelastica all’interno di una banda tesa di tessuto muscolare. Si riconosce l’esistenza di altri tipi di punti dolorosi non miofasciali che si formano secondariamente ai trigger miofasciali, localizzati in situ, in altri tipi di tessuto connettivo, le inserzioni tendinee ed il derma. Sono chiamati da alcuni Autori “trigger non miofasciali”, termine da considerarsi improprio visto che il loro trattamento non provoca reazione di spasmo locale (Zhen Gan), anche se è possibile il verificarsi di una reazione dolorosa riferita a distanza (De Qi). Si ritiene che i trigger miofasciali di secondo, terzo ordine, satelliti, tendinei e dermalgici, siano subordinati al trigger primario, in quanto spesso scompaiono dopo il trattamento di questi, fenomeno che si verifica nel dolore acuto e che fa eco ad alcuni testi di agopuntura giapponese dove si riporta la risoluzione della sintomatologia con l’utilizzo di un solo ago. Nel dolore persistente o cronico, invece, per via della sensibilizzazione dei nocicettori locali, spesso non basta più il trattamento a distanza per ridurre il dolore e sintomi associati, poiché frequentemente si rende necessario il trattamento di tutti i punti dolorosi presenti, ormai diventati autonomi ed indipendenti fra di loro e dallo stimolo che li ha attivati. Per lo stesso motivo, anche gli stili di agopuntura che prevedono solo l’uso di punti a distanza, nel dolore persistente o cronico ottengono talvolta risultati scarsi o di breve durata. Per ultimo, pur riconoscendo la esistenza di “patroni” dolorosi viscerali, organici e psicogeni, il Dry Needling non prevede il trattamento di patologie internistiche, cosa abituale nella TMC e nelle riflessoterapie.

A Taiwan, si è sviluppato dal dopoguerra in poi un grande interesse per l'utilizzo degli Ah-shih points, che è culminato con gli studi e le applicazioni sviluppate dai dottori Hong Z e Chieh Chung: il testo prodotto da quest’ultimo, risalente ai primi anni '80 e divenuto molto raro, risulta essere il risultato del connubio della tradizione classica dei punti dolorosi intesi come Ah-shih e della conoscenza della clinica dei Trigger Points, sviluppata dal grande lavoro clinico di Janet Travell. Anche nella tradizione coreana l'uso dei punti dolorosi è molto importante e degna del massimo interesse da parte dei terapeuti. Molte ricerche avviate in diverse università coreane evidenziano la particolare sensibilità dolorosa agli stimoli meccanici dei punti di agopuntura che vengono coinvolti nei diversi quadri clinici. Tali ricerche evidenziano come i punti di agopuntura non siano dei punti distinti e statici bensì risultano essere una risposta dinamica a livello dell'apparato tegumentario, direttamente correlata con l'intensità dello squilibrio generato dal quadro clinico (hanno, infatti, dimostrato che le dimensioni e il numero dei punti che si "attivano" aumentano proporzionalmente alla gravità dello squilibrio indotto dalla condizione patologica). Come detto in precedenza, il concetto di “punto attivo”, non ha origini in Corea o negli USA, compare per la prima volta nell’agopuntura giapponese, dove il metodo diagnostico principale è la palpazione dell’addome e dei meridiani, nella ricerca proprio dei punti e delle zone dolorose da trattare: ciò gli è valso il soprannome di “agopuntura dei meridiani”.

Oltre al dry needling e all’agopuntura dei meridiani giapponese, esistono altri due stili di agopuntura moderni che basano la diagnosi sulla ricerca attiva dei punti dolorosi: l’Agopuntura Osteopatica Americana di Mark Seem e l’Agopuntura dei Punti Dolorosi PD, creata in Italia da Aldino Barbiero.

L’Agopuntura Osteopatica Americana è un sistema per il trattamento del dolore persistente e cronico, ideato nel secolo scorso dall’agopuntore statunitense Mark Seem. Durante il suo incarico come Presidente del National Council of Acupuncture Schools and Colleges, l’autore ha fatto notare una criticità presente nell’ insegnamento dell’agopuntura negli USA: spesso, i punti Ah-Shih vengono nominati senza approfondire il loro utilizzo del punto di vista pratico. Cioè, nella ricerca del punto Ah-Shih in agopuntura classica, ci si affida solo alla segnalazione del paziente senza tener conto del tipo di tessuto coinvolto, la profondità, il tipo di dolore (primario o secondario) o la localizzazione anatomica reale. Per non parlare della totale assenza di addestramento pratico nella diagnosi palpatoria, problema che accomuna molte scuole di agopuntura TMC, anche in altri paesi occidentali. Il suo metodo si sviluppa nel contesto di un’agopuntura basata sui meridiani, ispirata dall’agopuntura giapponese introdotta in USA da Kiiko Matsumoto e dal Dry Needling. Si concentra nel trattamento delle zone superficiali affette da densificazioni cutanee, dermiche o miofasciali dolorose descritte come Ah-Shih, o Trigger. In questo stile di agopuntura, dopo un adeguato esame obiettivo palpatorio, le zone e punti di eccesso (dolorose) vengono disattivate localmente, ma si prevede anche la selezione di punti distali, basandosi sugli otto principi diagnostici dell’agopuntura classica (sopra/sotto, sinistra/destra, davanti/dietro, dentro/fuori). Ciò utilizzando i meridiani e le zone cutanee sovrastanti, in adesione a ciò che in anatomia moderna si conosce come catene miofasciali.

La metodica palpatoria dell’agopuntura PD però, a nostro avviso, supera in precisione qualsiasi altro sistema precedente ed anche attuale. Essa dedica una maggior attenzione alla ricerca e al trattamento delle dermalgie riflesse, oltre che ai punti dolorosi muscolari, non solo nel dolore cronico, ma anche nelle patologie organiche e nei disturbi psico-emozionali. Nella consapevolezza che la vera essenza dell’agopuntura consiste in questo fatto: ad ogni stato patologico corrisponde una o varie aree di infiammazione dolorosa, che si traducono in patroni dolorosi specifici sulla superficie del corpo, individuabili mediante la palpazione. L’agopuntura PD classifica questi punti o zone in varie categorie, indipendentemente dal tessuto interessato: punto di massimo dolore, punto di partenza clinica, punto emozionale, punto vertebrale e punti secondari o settoriali. Costituisce un sistema terapeutico personalizzato, che valuta costantemente le variazioni del patrone doloroso nel corso del trattamento, dando ogni volta la priorità al punto doloroso massimo indicato dal paziente stesso.

Esistono molti articoli che riguardano l'individuazione e l'utilizzazione dei punti dolorosi secondo le diverse metodiche, ma nessuno di questi, come pure nessun testo di clinica e terapia tradizionale orientale, presenta alcun elemento di affinità con la grande intuizione fatta da Aldino Barbiero, che consiste nella ricerca, nell'area di proiezione e/o di consapevolezza del sintomo lamentato dal paziente, del punto doloroso. Nella tradizione dell'agopuntura, alcuni maestri ricercano nei classici punti dei meridiani coinvolti dal quadro morboso i punti sensibili alla palpazione, ma nessuno cerca nelle aree specifiche, dove il paziente "vive" il sintomo, l'esistenza di punti reattivi. Questa, che solo apparentemente è una piccola differenza, rappresenta il grande divario che esiste tra la tecnica di ricerca e di utilizzo dei punti dolorosi secondo Barbiero e gli altri metodi.

Concludendo, la mia opinione è che ognuno di questi sistemi terapeutici presenta dei punti di forza di notevole impatto sul risultato terapeutico, per cui sarebbe il caso di integrarli in un metodo unico, a beneficio dei pazienti, e non accontentarsi delle sommarie indicazioni per il trattamento dei punti Ah-Shih presenti nei testi. A nostro avviso, occorre salire sulle spalle di questi cinque giganti, per lo sviluppo di una metodica diagnostica palpatoria più precisa e utile, nella pratica e nell’insegnamento dell’agopuntura moderna.

Indirizzo

Corso Palermo 81
Turin
10152

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Lunedì 14:30 - 19:00
Mercoledì 14:30 - 19:00
Giovedì 14:30 - 19:00
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Dottor Frank Eduardo Madruga.

Cell 3332810696. Mail: madruga.f@yahoo.com.

Medico Chirurgo. Specialista in Neurofisiopatologia e Medicina Generale. DIU in Medicina Manuale-Osteopatia. Diploma in Agopuntura-Dry Needling. Diploma in Ozonoterapia-Tecniche Infiltrative.

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