02/12/2025
“Sei quello che mangi”
Questa frase l’ho sempre sentita scomoda a pelle, ma forse solo adesso riesco a razionalizzare il perchè.
Quante volte ti è successo di sbirciare il carrello della spesa di altre persone e storcere il naso con aria di superiorità guardando con orgoglio il tuo yogurt greco, albume d’uovo e riso basmati scorrere sul nastro?
Quante volte hai giudicato il/a collega col panino al prosciutto dall’alto della tua schiscetta con tofu e verdure?
Il fatto è che attribuire un valore alle persone sulla base di cosa mangiano (a volte senza che vi sia grande consapevolezza dietro) è profondamente limitante, ed è come giudicare una persona sulla base della provenienza o dell’orientamento sessuale, profondamente pregiudizievole!
Allo stesso modo, attribuire una moralità a ciò che si mangia può ingabbiare noi in schemi rigidi in cui non ci lasciamo possibilità di fare scelte che escano da questi confini, pena la perdita di identità, il non riconoscerci più o riconoscerci come un fallimento.
Svestiamo certi alimenti dall’aura di superiorità che gli abbiamo attribuito, alleggeriamone altri dal peso di essere considerati “sbagliati”, “spazzatura”, “schifezze” e ascoltiamo ciò che le persone vogliono comunicarci aldilà di come stanno mangiando in quel preciso momento. L’unico motivo per stare in ascolto delle abitudini alimentari è se queste possono descrivere un momento di difficoltà, e allora invece di giudicare chiediamo: “come stai?”.