11/02/2026
E se Shavasana fosse un atto di amore nei confronti della vita?
‼️Spoiler alert: testo provocatorio!
Nello yoga viene definita e tradotta come “posizione del corpo morto”: arreso, senza difese né protezioni.
A volte viene intesa come uno spegnimento, una piccola fuga, un momento di dissociazione o semplicemente un riposino veloce dopo la pratica magari intensa e faticosa.
Ma è qui che ci perdiamo tutto il bello della pratica!
Ciò che accade, in realtà, è l’opposto.
Stesi a terra entriamo in relazione: con il suolo, con ciò che c’è intorno a noi e con noi stessi.
Non ci annulliamo, non ci dissolviamo ma abbiamo l’opportunità di amplificare l’ascolto e il nostro essere al mondo. Fermi e stabili, possiamo sentire di più.
Proviamo per una volta a smettere di volerci cambiare o correggere con l’obiettivo di allinearci ad un certo modo di fare o essere, e iniziamo piuttosto a sentire ciò che c’è, riconoscendo anche ciò che ci dà gioia, qui e ora.
In questo scambio tra noi e la terra, tra noi e l’ambiente, tra noi e gli altri, i confini si fanno più chiari e allo stesso tempo più porosi e resilienti.
Non siamo invitati ancora una volta a spegnerci, ma anzi, a sentire di più. In sicurezza. Per notare così la meraviglia attorno a noi.
E proprio allora diventiamo vivi più che mai:
il respiro si amplia, i tessuti si aprono, la coscienza scende in profondità.
Non è assenza: è presenza piena.
Non è finta morte: è espansione e unione.
Il sistema si regola, l’energia circola, il corpo si fa ampio, ricettivo, vibrante.
Shavasana, per me, non è dunque un corpo morto, disabitato, spento, ma un corpo attraversato dalla vita che rigenera e crea, profondamente vivo e presente a se stesso.
E tu come la pensi?
Ti leggo qui sotto ❤️