24/09/2025
Mi chiamo Luca, ho 36 anni e sono infermiere da più di dieci.
Ogni mattina mi sveglio prima dell’alba, metto la divisa, saluto mio figlio mentre ancora dorme e vado in ospedale. Otto ore? Magari. Turni da dodici, spesso senza pausa, senza nemmeno il tempo per bere un caffè. Mi prendo cura di tutti, ascolto, conforto, corro da una stanza all’altra. Sorrido, anche quando dentro ho solo stanchezza.
Ma quando timbro l’uscita e torno a casa… inizia un altro turno. Quello dei conti.
Perché oggi non ce la faccio più. Con il mio stipendio non vivo, sopravvivo. Dopo aver pagato il mutuo, le bollette, il supermercato, non resta nulla. Nessuna vacanza, nessun regalo, nessuna cena fuori. E ogni mese mi chiedo: come farò a dare un futuro a mio figlio? Come posso dire di avere una professione dignitosa se poi devo scegliere tra fare il pieno o comprare le medicine?
E intanto lavoro. Sempre. Anche quando sto male, anche quando vorrei mollare. Perché non posso permettermi di fermarmi.
Mi hanno insegnato che quella dell’infermiere è una missione. E forse lo è davvero. Ma la missione non può diventare martirio. Non possiamo continuare a dare tutto, ricevendo in cambio così poco. E non parlo solo di soldi. Parlo di rispetto, di riconoscimento, di futuro.
Oggi, il mio stipendio non basta più a vivere. Ma continuo a farlo perché so che siamo tanti. E solo insieme possiamo farci sentire.
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(DAL WEB).