14/09/2021
Ci ritroviamo di nuovo a parlare di femminicidio 😥
Articolo di Elisabetta Camussi, pubblicato su la Repubblica del 14.09.2021
QUELLE STORIE DI TUTTI NOI
Ogni femminicidio ha un luogo, un tempo, dei modi: una genesi e un epilogo. È la storia di quella donna e di quell'uomo, e spesso, purtroppo, anche di quei figli e di quelle figlie. Ma quella storia è insieme la storia di tutti e tutte noi. Perché i femminicidi, che tragicamente accadono ormai ogni giorno nelle nostre città, nel nostro quartiere, nel condominio in cui viviamo (e rendono sempre più difficile considerarli altro da noi), sono l'esito estremo di una cultura, la nostra, nella quale la parità tra donne e uomini non è mai esistita. E nonostante parità, uguaglianza, stereotipi, generi, violenza siano parole ormai entrate nei discorsi quotidiani, non sono diventate più facili da riconoscere se applicate a noi stessi. Cosa rende le donne uccise simili tra loro, e simili a me? Cosa rende questi uomini violenti accomunabili? Cosa rende quella storia di violenza di genere una storia collettiva? Dov'è il limite alla mia libertà di donna, magari colta, magari con un (buon) reddito, magari innamorata? Chi mi ha insegnato fino a che punto devo accettare il comportamento del mio partner, lo devo aiutare, comprendere, supportare? Ed io, uomo cresciuto sentendo che da me ci si aspetta che sia forte, capace, sempre in grado di decidere, risolvere, provvedere (in primis economicamente), come posso gestire le mie debolezze, le mie emozioni, la paura di essere abbandonato e il giudizio negativo che gli altri ne daranno? E, soprattutto, dove e quando comincia un racconto finalmente diverso di cosa significhi essere donne e uomini oggi, stare in coppia, scegliersi, costruire relazioni paritarie (che fanno poi la differenza tra una coppia che litiga e la violenza di genere)?
La psicologia sociale studia l'influenza che il contesto e le relazioni (la famiglia, la scuola, i coetanei, la società) hanno sullo sviluppo delle persone, sia nei rapporti con gli altri che nella definizione della propria identità, e spiega come le aspettative del mondo intorno a me divengano parte fondamentale del modo in cui noi ci pensiamo. Tra queste aspettative c'è l'assegnazione del ruolo già previsto per le donne e gli uomini in quel contesto sociale. Per questo motivo atteggiamenti e comportamenti quotidiani tendono a replicare l'esistente, anche quando la posizione in cui mi trovo è di chiaro svantaggio (e i dati sulla condizione professionale, famigliare ed economica delle donne italiane ce lo mostrano ogni giorno). Cambiare questa situazione da soli è difficile e spaventoso, ed il prezzo per riuscirci è altissimo, proprio a causa della distanza che avvertiamo tra la nostra condizione, quella desiderata, e il timore della riprovazione sociale. Ecco perché il cambiamento culturale e la costruzione di una nuova narrazione sul femminile e maschile sono irrimandabili, nell'Italia dell'innovazione tecnologica, e vanno perseguiti insieme, da donne e da uomini, e con le istituzioni. Con una politica che sappia finalmente riconoscere apertamente che la violenza di genere si previene con una cultura delle pari opportunità (vere!). E che questa cultura va costruita attraverso un approccio sistemico, con i Piani Nazionali, che prevedano corsi dedicati al contrasto degli stereotipi e delle disuguaglianze per tutti, dalla scuola dell'infanzia fino all'università. E che nello stesso tempo realizzino la revisione dei testi scolastici e la formazione di tutti coloro che nella società funzionano da "moltiplicatori" (di pregiudizi o di visioni eque ed articolate): docenti, educatori, formatori, manager, associazioni di genitori, medici, psicologi, assistenti sociali, orientatori e consulenti. A queste azioni si devono affiancare massicci interventi di sensibilizzazione dei media, della pubblicità, della comunicazione pubblica, del web affinché svolgano una funzione informativa consapevole. Perché gli stereotipi, che sono la base di questa situazione, diversamente da quanto comunemente si dice, non si possono "eliminare": il nostro sistema cognitivo non può fare a meno di questi sistemi semplificati e automatici di organizzazione delle informazioni, che sono esattamente ciò che ci permette di orientarci nella complessità del mondo. Dobbiamo invece sviluppare una "consapevolezza" dei nostri stereotipi e delle sistematiche disparità che ne derivano, per poter su queste intervenire: a questo servono i Piani Nazionali.
Per questo, tornando alla distruttività dei femminicidi, e all'impossibilità di assistere inerti a quanto accade, intervenire sulla disparità tra i generi, nella crescita e tra gli adulti, imparare a riconoscere precocemente la violenza e i suoi predittori, in me e nelle persone che mi sono vicine, significa contribuire a costruire una nuova narrazione delle relazioni: avendo la garanzia, allo stesso tempo, da donne e da uomini, di poter chiedere aiuto a chi ha le competenze specialistiche per darlo (centri antiviolenza, forze dell'ordine, servizi territoriali etc.). E smettendo di voler credere che tutto questo finirà senza bisogno di interventi, che occorre avere pazienza, che domani è un altro giorno.