30/11/2025
.Ieri, nel cuore nobile e rinato di Lecco, proprio nelle sale di Palazzo Falck – quel maestoso palazzo neorinascimentale che sorge in piazza Garibaldi, progettato nel 1900 dall’architetto Giuseppe Ongania, per cinquant’anni (dal 1913 al 1963) sede lecchese della Banca d’Italia, poi abbandonato al degrado e infine strappato all’oblio nel 2004 da un restauro esemplare curato dall’architetta Virginia Tentori, che lo ha salvato con fibre di carbonio e rispetto assoluto per la Soprintendenza, trasformandolo nella casa di Confcommercio – ho partecipato all’assemblea del Partito Popolare del Nord, insieme a Castelli e Comino, potendo consegnare il mio progetto del “Salto quantico in politica”, sperando che il mio sforzo possa essere almeno ascoltato, forse apprezzato e magari condiviso o per lo meno considerato come substrato scientifico esplicativo per far capire a chi pensa alla mondializzazione, o a questa assurda EUROPA (c’è un partito di uno che ho conosciuto, Benedetto Della Vedova, che da radicale partecipò anche al Parlamento della Padania e oggi sta in Più Europa… proprio da masochisti) o ad uno stato centrale che possa risolvere i problemi che piu' ti allontani da lui, piu' si complicano. L’intento è semplice e radicale: togliere la politica dalle mani degli artisti della manipolazione, quelli che vivono sfruttando sentimenti ed affetti, e restituirla alla vera scienza, figlia della filosofia, che per prima cosa cerca di capire le leggi di natura per costruire una politica coerente con esse. Se guardiamo con onestà, l’universo somiglia più a una confederazione gestita in modalità sussidiaria che a una piramide di potere: ogni parte ha il suo ruolo, nessuna è tutto. Lo stesso vale per il corpo umano. E per spiegare questo, basta ricordare una vecchia storia, che qui riprendo nella sua forma più cruda e vera: la parabola del buco del c**o. La parabola del buco del c**o: Nel corpo umano, un giorno, cervello e cuore iniziano a litigare per decidere chi è il più importante. Il cervello dice: «Senza di me non si muove un dito. Sono io che mando i segnali, coordino, controllo. Io comando». Il cuore ribatte: «Belle parole, ma se io smetto di p***are sangue, tu ti spegni in pochi minuti. Senza di me i tuoi segnali non vanno da nessuna parte. Io sono il vero motore». Il cervello non ci sta: «E senza i miei segnali chi ti dice quando e come p***are? Senza di me sei solo un pezzo di carne che si contrae a caso». La discussione si trascina, gli insulti crescono, ognuno rivendica la propria superiorità.
Intanto, nel corpo a cui appartengono, qualcosa comincia a non funzionare più bene: stanchezza, malessere, confusione. Ma loro sono troppo occupati a litigare per accorgersene. In disparte, il buco del c**o ascolta in silenzio. Non è invitato al dibattito: è considerato poco elegante, volgare, “la fogna del corpo”, il semplice passaggio di c***a e, a volte, di stronzi duri. Nessuno lo ringrazia mai, nessuno gli riconosce dignità: si deve solo aprire e chiudere al momento giusto, e basta.
A un certo punto, stufo di essere ignorato e disprezzato, il buco del c**o decide di fare l’unica cosa che può fare davvero bene: si chiude. Smette di lasciar passare qualsiasi cosa. Nessuna eccezione. Passano le ore, poi i giorni. Gli intestini si gonfiano, le tossine si accumulano.
Fegato, reni, milza, tiroide, tutti gli organi iniziano a soffrire. Il sangue, che il cuore p***a con tanto orgoglio, diventa sporco, carico di veleni. Il cervello, che si credeva il regista, comincia ad annebbiarsi, a perdere lucidità. L’intero essere umano sta sempre peggio. Il buco del c**o, a differenza degli altri, non ha paura della morte: è abituato ad essere considerato niente, sa di essere lì solo per aprire e chiudere. Se tutto finisce, per lui è quasi una liberazione. Quando il corpo è ormai sull’orlo del collasso, cuore e cervello, spaventati, si rendono conto che il sistema sta crollando. Allora, disperati, si rivolgono a quella piccola massa di muscoli, circondata dal plesso vascolare dei vasi emorroidari, che avevano sempre trattato come una vergogna anatomica. «Ti prego, buco del c**o, apriti! Apriti, altrimenti moriamo tutti!» Il buco del c**o, con una pazienza che non gli hanno mai riconosciuto, risponde: «Interessante. Finora ero solo una fogna, adesso vi ricordate di me. Allora ditemi: chi è l’organo più importante?» Cuore e cervello, ormai in ginocchio, rispondono in coro: «Tu! Tu sei l’organo più importante!» Il buco del c**o sorride amaramente: «Sbagliato. Non avete capito niente. Non esiste un organo più importante.
Noi siamo una confederazione. Ognuno ha una funzione, ognuno serve al benessere del sistema–essere umano. Se uno di noi si crede il capo assoluto e comincia a prevaricare sugli altri, il sistema si ammala. Io adesso mi riapro, non perché sono il più grande, ma perché ho capito che, se non funzioniamo tutti, non funziona nessuno. Quindi smettetela di litigare, non intralciatevi a vicenda:
collaborate, rispettate i vostri limiti e i vostri ruoli, e lasciate che questo corpo viva in equilibrio».
E così fece: si aprì. Le tossine uscirono, il corpo lentamente si riprese. Cuore e cervello tornarono a fare il proprio mestiere, ma con un ricordo inciso per sempre: senza il contributo di quel piccolo anello muscolare snobbato da tutti, non c’è vita possibile. Questa è la politica che ho in mente: non una gerarchia di organi “superiori”, ma un corpo–confederazione, dove il centro è al servizio delle periferie e l’ultimo anello della catena – il “buco del c**o” del sistema – può salvare o far crollare l’intero organismo. Se lo capiamo nel corpo, possiamo anche provarci nella società.
Lì, tra affreschi restaurati e soffitti a cassettoni che odorano ancora di storia, i politici discutevano al tavolo alle mie spalle; io invece, voltando letteralmente le spalle al potere, ho tenuto il mio vero comizio più tardi, fuori da quelle mura, davanti all’Hotel dei Promessi Sposi, sul lungolago illuminato. E dopo l’assemblea, siamo andati a cena proprio lì di fronte, nel ristorante che guarda dritto l’insegna manzoniana, dove il ramo lecchese del lago si allarga come una ipsilon liquida, un cromosoma d’acqua che unisce destini invece di dividerli. A tavola con me due signore bellissime, gentili, educate fino al midollo, mogli di due importanti esponenti che erano rimasti al tavolo “serio”, quelli che avevano fatto la loro presentazione dentro Palazzo Falck. Con loro ho sciolto il mio eloquio disordinato, appassionato, a tratti caotico, tra risate, vino rosso e risotto al pesce persico, mentre il lago rifletteva le luci della sera e sembrava ascoltare. In quella cena ho capito che il lago di Como non è solo di Como: è soprattutto di Lecco, è a forma di Y, e quella Y è un cromosoma, un codice genetico d’Italia – biforcuta, contraddittoria, a volte litigiosa, ma capace, quando vuole, di scegliere la bellezza invece del potere, la conversazione sincera invece del discorso preparato, la vita invece dell’apparenza.
E così, tra Palazzo Falck resuscitato e il ristorante davanti ai Promessi Sposi, tra politica ufficiale e chiacchiere vere, Lecco mi ha ricordato chi siamo davvero: un Paese che, nonostante tutto, sa ancora voltarsi verso la grazia quando la incontra. E approfitto per postare un frammento del mio prossimo libro "I falsi Gas Protocolli di Arbedo".