21/01/2026
Ieri sera lə partecipanti della lezione di flow in studio sono arrivatə in anticipo. Alle 19:25 saremmo già statə prontə per iniziare, tutte tranne una.
Mi sono seduta sul mio tappetino, dicendo che avremmo aspettato K.
Le attese ci mettono in difficoltà. Non sappiamo più che farcene dei tempi morti, da quando abbiamo il mondo a portata di mano sotto forma di un telefono.
Nemmeno la musica a distrarci, o a fare finta di impegnarci nell'ascolto.
E il silenzio, soprattutto quello condiviso, mette spesso a disagio. Quindi si cade nel parlare a vanvera, nel talk che, avendo a disposizione soltando 5 minuti, in un gruppo di semi sconosciuti non può che essere small.
Nei primi due secondi dopo essermi seduta, ho deciso che non avrei colmato il vuoto.
Sarei rimasta nell'attesa di K. in silenzio, aperta al momento presente, gli occhi chiusi.
Sarebbe stato scomodo? Probabilmente. L'ho sentita, in effetti, la resistenza interiore, mia e degli altri.
Ma era l'unica scelta possibile per preparare il terreno alla pratica dello Yoga. L'unico preliminare sensato.
Non è stato tanto scomodo, almeno per me. Ovviamente mi ha sfiorato il pensiero che lo fosse per gli altri, ma lo Yoga ci insegna anche a stare con ciò che comodo non è.
5 anni fa non ce l'avrei fatta.
Avrei parlato, fatto domande allə partecipanti, battute per smussare la tensione interna dovuta al possibile imbarazzo dello spazio dei minuti.
5 anni fa avrei colmato quel vuoto con il fare, perché non sarei stata in grado di essere "e basta".
E forse anche 2 anni fa.
E, sinceramente, magari anche solo un anno fa.
Ieri sera ho fatto una scelta consapevole, e mentre sedevo nel silenzio condiviso, ferma, il corpo rilassato e la mente calma, ho sentito di essere cresciuta come insegnante.
Anche se gli asana che riesco a fare sono poi sempre gli stessi.
Ecco, per me lo Yoga è questo.