10/01/2026
Malattie e vecchiaia: si possono “annullare”?
Mi è capitato di leggere un articolo dedicato all’accademica Natal’ja Bekhtereva, una delle figure più autorevoli nello studio del cervello nel Novecento. Non parlava di “motivazione” in senso generico, né di spiritualità: osservava il cervello come sistema biologico, fatto di neuroni, connessioni, adattamento e recupero. Eppure, da questo sguardo rigoroso, arrivava a conclusioni che oggi suonano sorprendentemente attuali.
Una delle sue idee più forti è semplice da capire: l’invecchiamento non è solo un processo biologico, ma anche un processo psicologico e comportamentale. Non è soltanto il calendario a farci “sentire vecchi”; spesso è il momento in cui, dentro di noi, ci arrendiamo, smettiamo di essere curiosi, di voler crescere, di immaginare il futuro.
Dal punto di vista scientifico, questa intuizione ha una base concreta. Il cervello è plastico: cambia in risposta a ciò che ripetiamo, facciamo, crediamo possibile. Questa capacità si chiama neuroplasticità. Se una persona rinforza ogni giorno pensieri come “sono troppo stanco”, “ormai è tardi”, “non ce la faccio più”, il cervello tende ad adattarsi a quello scenario: cala l’energia, aumenta l’attenzione selettiva su fatica e dolore, si irrigidiscono le abitudini, diminuisce la spinta a esplorare.
Quando invece si alimentano interesse, obiettivi, apprendimento, progetti, si attivano reti cerebrali diverse: quelle legate all’attenzione, alla motivazione, alla costruzione del futuro. In altre parole, il cervello entra più facilmente in una modalità di “manutenzione”: si adatta meglio, recupera meglio, e sostiene l’organismo in modo più efficiente anche in condizioni difficili.
Bekhtereva sottolineava che il cervello non è un organo passivo, ma un esecutore potentissimo: riceve segnali e, per quanto possibile, organizza la realtà interna ed esterna in base a quei segnali. Oggi queste connessioni mente-corpo vengono studiate anche dalla psiconeuroimmunologia, che esplora come stati emotivi, stress, percezioni e significati possano influire su immunità, infiammazione e recupero.
C’è poi un punto che trovo centrale: la vita scorre davvero finché il cervello resta interessato alla vita. “Interesse” qui non è una parola poetica: è un fattore neurofisiologico. È ciò che sostiene l’attivazione dei sistemi legati alla ricompensa, all’iniziativa, alla pianificazione. Quando l’interesse si spegne, molte persone non perdono solo entusiasmo: perdono anche slancio, elasticità, capacità di ripartire.
Durante un periodo di grave malattia ho osservato questa dinamica sulla mia pelle. Non mi sono concentrata sul pensiero della fine; ho cercato, per quanto possibile, di mantenere umorismo, contatto umano e desiderio di futuro. Anche in ospedale questo cambiava la qualità delle giornate: non era “magia”, ma un modo diverso di far lavorare il sistema nervoso, in modalità adattamento invece che resa.
Oggi sono convinta che un atteggiamento positivo ma realistico, un senso, dei progetti e una posizione attiva non siano “psicologia da frase motivazionale”: sono un fattore che incide davvero su come cervello e corpo si regolano. E sì, la mente può riorganizzarsi anche quando il punto di partenza è difficile.
Per questo mi piace un paragone semplice: trattiamo il cervello con la stessa cura con cui trattiamo gli strumenti a cui affidiamo la nostra vita quotidiana. Allenarlo, nutrirlo di curiosità, proteggerlo dall’eccesso di paura e dai copioni negativi automatici non significa negare la realtà, ma scegliere il modo più intelligente di attraversarla.
E ora vorrei chiedervelo: avete mai notato quanto il vostro stato interiore influisca sul corpo? Che cosa vi ha aiutato, nei momenti duri, a recuperare energia e a rimettervi in cammino?