Dott. Carlo D'Angelo

Dott. Carlo D'Angelo “L’importante è che tu sia in armonia con ciò che senti e pensi.E che io sia in armonia con tutto ciò che ho scritto, sento, vivo e penso.
(1)

Non serve altro.” Carlo D’Angelo

06/02/2026
Crolla ciò che è DIsincarnato         Crolla ciò che non REGGE l’Umano ✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle SoglieQuello c...
06/02/2026

Crolla ciò che è DIsincarnato
Crolla ciò che non REGGE l’Umano

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

Quello che sta accadendo davvero nel mondo non è solo una crisi economica, politica o culturale. Sta crollando un’idea di umano.
Sta crollando l’illusione che si possa vivere separati: separati dal corpo, dal limite, dal tempo, dagli altri. Sta cedendo il mito dell’efficienza come misura del valore,
della prestazione come identità, del controllo come sicurezza. Crollano le narrazioni forti che promettevano salvezza: le ideologie, le appartenenze automatiche, le spiegazioni semplici per realtà complesse. Crolla l’autorità che non è più credibile perché non è più incarnata. Crollano le relazioni costruite sul ruolo e non sulla presenza. Questo crollo riguarda le strutture simboliche che per decenni hanno sostituito l’esperienza viva dell’umano. Crollano le narrazioni forti perché promettevano salvezza dall’alto, dall’esterno, senza chiedere un attraversamento personale. Ideologie, sistemi di pensiero, appartenenze automatiche hanno offerto identità pronte all’uso in cambio di obbedienza, semplificando ciò che è complesso, addomesticando l’ambiguità, anestetizzando il conflitto. Ma l’umano non è riducibile a slogan: quando la realtà diventa troppo complessa, queste narrazioni smettono di reggere e si sgretolano. Crolla l’autorità non incarnata: quella che parla senza vivere ciò che dice, che prescrive senza esporsi, che pretende adesione senza presenza. L’autorità oggi non viene più riconosciuta per il ruolo, il titolo o la posizione, ma per la coerenza tra parola e vita. Quando questa coerenza manca, l’autorità perde peso simbolico e diventa rumore. Crollano infine le relazioni costruite sul ruolo: genitore, partner, professionista, guida, senza un reale esserci. Le relazioni reggono solo se sono attraversate da presenza, responsabilità e contatto. Quando restano solo funzioni, aspettative e doveri, si svuotano e collassano. Questo crollo non è una degenerazione: è una resa dei conti con il reale. Non sta venendo meno il senso. Sta venendo meno ciò che si era sostituito al senso. E ciò che resta chiede meno risposte e più verità vissute. E questo crollo fa paura. Perché quando crolla ciò che teneva insieme, emerge ciò che era stato messo a tacere: fragilità, solitudine, rabbia, smarrimento. Ma non tutto sta crollando.
Resta ciò che non era mai stato garantito:
la relazione vera, la responsabilità personale,
la possibilità di stare nel limite senza disumanizzarsi. Resta chi sceglie di abitare le soglie invece di scappare: chi non cerca colpevoli ma senso, chi non chiede certezze ma verità, chi accetta che l’umano non si aggiusta, si accompagna. Resta la presenza.
Resta il corpo che sente. Resta la parola che non seduce ma tiene.Resta il gesto piccolo, quotidiano, non spettacolare. Forse non stiamo assistendo alla fine del mondo.
Forse stiamo vivendo la fine di un mondo che non reggeva più l’umano. E ciò che resta non fa rumore. Ma è l’unica cosa da cui può nascere qualcosa di vero.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

06/02/2026

Quello che non si dice sull’evitante e sul narcisista

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

Non si dice quasi mai che evitante e narcisista non sono opposti, ma spesso due esiti diversi della stessa ferita originaria.
Entrambi hanno imparato presto che l’amore non era un luogo sicuro, ma una prova da superare o un rischio da evitare. Non si dice che l’evitante non fugge l’altro, fugge ciò che l’altro risveglia: la richiesta, la dipendenza, il bisogno, il sentirsi necessario. Per lui l’intimità non è casa, è esposizione. E l’esposizione, nella sua storia, è sempre costata troppo. Non si dice che il narcisista non ama se stesso, ma si odia in silenzio. La grandiosità non è eccesso di amore, è disperata compensazione. Dietro l’autocompiacimento c’è un Sé che non è mai stato visto, riconosciuto, abitato. Non si dice che entrambi temono la relazione vera per lo stesso motivo: perché la relazione vera non permette di nascondersi. Costringe a stare dove non si controlla più l’immagine, la distanza, il potere. Non si dice che l’evitante si spegne per non crollare e il narcisista domina per non sentire il vuoto. Uno si ritrae. L’altro occupa. Ma entrambi difendono una stessa frattura. Non si dice che nessuno dei due “sceglie” davvero questo funzionamento. È una strategia di sopravvivenza diventata identità. Funziona finché protegge. Poi inizia a distruggere. E non si dice abbastanza che non si guarisce né l’evitamento né il narcisismo con le spiegazioni, con le accuse, con l’amore dato in più. Si trasformano solo quando qualcuno, dentro o fuori, regge la relazione senza invadere, resta senza inseguire, vede senza smascherare. Perché ciò che è stato costruito per non sentire non crolla sotto l’attacco, ma solo davanti a una presenza che non chiede di essere diversa.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

QUANDO SCRIVO ✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie“ciò che posso offrire e ciò che puoi reggere non coincidono”, no...
06/02/2026

QUANDO SCRIVO

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

“ciò che posso offrire e ciò che puoi reggere non coincidono”, non sto parlando di valore, né di colpa, né di buona o cattiva volontà.
Sto indicando un disallineamento strutturale, non morale. Significa questo: Io posso offrire presenza, profondità, contatto emotivo, verità, continuità. Ma l’altro, per la sua storia, le sue ferite, il suo funzionamento, non riesce a sostenere tutto questo senza andare in allarme. Non perché non voglia. Ma perché quel “troppo” riattiva antiche esperienze di invasione, richiesta, perdita di sé, rifiuto. Allora accade qualcosa di tipico:ciò che per uno è amore, per l’altro diventa pressione; ciò che per uno è vicinanza, per l’altro è minaccia; ciò che per uno è verità, per l’altro è eccesso. E qui nasce il dolore più grande: non ci si lascia perché manca l’amore, ma perché manca la compatibilità di tenuta emotiva. Questa frase non dice: “ Io sono troppo” “ Tu sei poco”. Dice invece: “Tra ciò che io sono capace di dare e ciò che tu sei capace di sostenere c’è uno scarto che ci fa soffrire entrambi.” Capirlo è una soglia adulta, perché: evita la colpevolizzazione, interrompe il tentativo di ridursi o forzare l’altro, restituisce dignità a entrambi. A volte amare significa proprio questo: riconoscere che non tutto ciò che è autentico è anche abitabile dall’altro.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

OSTINAZIONE ✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie
05/02/2026

OSTINAZIONE

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

DIPENDENTE dalla RELAZIONE e DIPENDENTE dalla SOSTANZA: dipendente con un altro dipendente:✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce ...
05/02/2026

DIPENDENTE dalla RELAZIONE e DIPENDENTE dalla SOSTANZA: dipendente con un altro dipendente:

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

Quando non si riesce a lasciare un uomo che fa uso di sostanze, che gioca d’azzardo, che vive una dipendenza, non siamo davanti solo a una “scelta sbagliata”. Siamo davanti a un legame tra due fragilità che si riconoscono.
Spesso è un dipendente con un altro dipendente: uno dipende da sostanze, gioco, fuga; l’altro dipende dalla relazione, dalla speranza, dal ruolo di chi regge, salva, contiene. Non si resta perché “non si vede il male”. Si resta perché quel legame riattiva una ferita antica: l’idea che l’amore vada meritato sopportando, che lasciare significhi abbandonare, che se l’altro crolla, la colpa sia propria. In questi legami, la sofferenza diventa familiare. Il caos è conosciuto, la stabilità no.
E ciò che è conosciuto, anche se distruttivo, fa meno paura dell’ignoto. C’è spesso una fantasia silenziosa: Se resto abbastanza, se amo meglio, se resisto, lui cambierà”. Ma qui l’amore non è incontro: è tentativo di riparazione. E allora non si lascia perché lasciare significherebbe affrontare il vuoto, il lutto di ciò che non è stato, e soprattutto la domanda più difficile: chi sono io, senza qualcuno da salvare? Non è debolezza. È una forma di lealtà al proprio dolore originario. Il lavoro non è “convincersi ad andare via”. Il lavoro è recuperare il diritto di esistere anche senza reggere l’altro. Solo quando l’amore smette di essere sopravvivenza può diventare scelta.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

Indirizzo

Giuseppe Di Vittorio 20
Acerra
80011

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