19/11/2025
Ci sono esperienze che non si “superano” in senso lineare.
Restano lì, come punti fissi nella trama del nostro Copione, segnature che il Bambino porta sulla pelle e che il Genitore impara lentamente a guardare senza voltarsi altrove.
Possiamo ascoltare i discorsi sul tempo che cura, sulle promesse del futuro, sul fatto che la vita sorprenderà… ma certe ferite non chiedono di guarire: chiedono di essere riconosciute.
Sono tracce che non spariscono, crepe che fanno rumore anche quando fuori c’è silenzio.
Non tutto si ripara.
E non sempre serve farlo.
A volte il passo necessario è accettare che qualcosa è cambiato per sempre, e che l’Io che eravamo prima non tornerà più.
L’Adulto può far spazio a questa consapevolezza: la vita che verrà non sarà quella immaginata dal nostro Bambino, ma potrà comunque essere una vita
piena,
diversa,
imprevedibile.
Perché altre forme di felicità possono arrivare, altre strade aprirsi, anche mentre portiamo con noi ciò che si è incrinato.
Nessuna esperienza riuscirà a restituirci la versione di noi che viveva “prima”.
E forse è proprio qui la verità più difficile e più onesta:
si continua a vivere non malgrado le ferite, ma insieme a loro.
Conviverci significa nascere di nuovo, a volte in modo innaturale, come se un nuovo Io si formasse nel punto esatto in cui il dolore aveva spezzato il respiro.
E dentro quella frattura scopriamo una forza che non sapevamo di avere, una spinta che ci rimette in cammino con i nostri pezzi, le nostre crepe, la nostra storia intera.
Spezzati, sì.
Ma profondamente vivi
🫶🏻