Dott.ssa Mery Mengarelli

Dott.ssa  Mery Mengarelli Esperta psicologia giuridica. Problemi coppia e coppia genitoriale Cyberbullismo....dipendenze affett

03/01/2026
03/01/2026
03/01/2026

Si aspettavano di morire congelate…
invece, furono avvolte in coperte calde e accolte con zuppa fumante.

Febbraio 1945. Una foresta ghiacciata nei pressi del fiume Elba, in Germania.
La temperatura tocca i –28 °C. La neve cade f***a, pesante, spietata.
Ventinove giovani tedesche—infermiere e assistenti di un ospedale da campo distrutto—
vagano da giorni in ritirata.
Senza cappotti.
Senza cibo.
Solo divise rigide di ghiaccio e speranze finite.
Quando vengono scoperte da una pattuglia americana della 89ª Divisione di fanteria,
non hanno più nulla.
Solo la paura. E il freddo che spezza le ossa.

Il sergente Thomas "Tommy" Riley, 26 anni, di Boston,
le trova rannicchiate in una stalla distrutta.
Una di loro, Anna Becker, 21 anni, sussurra con le labbra viola:
“Bitte… lassen Sie uns hier sterben.”
(“Per favore… lasciateci morire qui.”)

Tommy guarda le mani piagate dal gelo,
i piedi nudi avvolti in stracci.
Si volta verso i suoi uomini.

“Coperte. Tutte. Subito.”

I soldati tolgono le proprie coperte, i cappotti, le sciarpe.
Le avvolgono una a una, come fossero figlie.
Anna inizia a piangere in silenzio.
Per la prima volta dopo settimane, sente calore.

Vengono trasportate a spalla nella bufera, per tre chilometri,
fino alla cucina da campo.
Un cuoco texano, Billy Ray, li vede arrivare.

“C’è zuppa!” grida. “Doppia razione!”

Zuppa calda di pollo e noodles, densa, profumata, piena di verdure.
Pane appena sfornato. B***o vero.
Caffè zuccherato che sa di casa.

Le donne vengono sistemate attorno alla stufa, sedute su cassette di munizioni.
Ognuna riceve una gavetta piena.
Anna beve un sorso.
Il calore le attraversa il petto.
Si piega in avanti, tra il singhiozzo e il sollievo.
Poi mangia in fretta, come se temesse di svegliarsi.
Tutte le altre fanno lo stesso.

Dentro la tenda, si sente solo il rumore dei cucchiai contro il metallo
e pianti sommessi.
Qualcuna infila il pane nelle tasche.
Altre stringono la zuppa al petto e piangono nel vapore.
Sussurrano solo:
“Danke… danke… danke…”

Billy Ray si asciuga gli occhi col grembiule.
“Mia madre mi ucciderebbe se lasciassi morire delle signore dal freddo.”

Tommy si siede accanto ad Anna.
“Adesso sei al sicuro,” le dice in tedesco incerto.
Lei lo guarda, con gli occhi pieni di lacrime.
“Ci avete avvolte nelle coperte.”

Tommy annuisce.
“Non potevo lasciarvi gelare.”

Le settimane passano.
Le ragazze guariscono.
La tenda della cucina diventa “Das warme Zelt” — la tenda calda.
Tommy porta loro razioni extra, calze pulite,
e ogni sera siede con Anna.
Le insegna le parole: warm, safe, home.
Lei gli insegna: danke, freund, bruder.

Quando la guerra finisce, Anna gli restituisce la coperta.
Lui la rifiuta.
“Tienila.
Ricorda la notte in cui non ti abbiamo lasciata congelare.”

Anna la conserverà per tutta la vita.
Ogni inverno, l’avvolgerà attorno ai suoi nipoti
e racconterà la storia del soldato americano che parlava poco,
ma diede tutto.

Cinquant’anni dopo, il 17 febbraio 1995, ventiquattro di quelle donne tornano a Boston.
Cercano Tommy Riley.
Lo trovano all’aeroporto.
Gli porgono un thermos: zuppa calda di pollo e noodles.
Anna serve la prima tazza a Tommy.

“Ci avete avvolte in una coperta…
ma dentro, ci avete avvolto il futuro.”

Tommy piange.
La guerra finisce lì.
Dentro una tazza che non si è mai raffreddata.

Perché certe coperte non sono solo lana.
Sono promesse.
E certe promesse scaldano tutta una vita.

17 febbraio 2015. Ospedale di Boston.
Tommy Riley, 96 anni, è nel suo letto.
La nipote gli legge una lettera arrivata dalla Germania.
È firmata Anna Becker, 91 anni.
Dentro c’è un frammento di coperta, sbiadito ma ancora morbido.

“La coperta non si è mai raffreddata. Il ricordo nemmeno.
Grazie per averci avvolte nel futuro.
Tua sorella, Anna.”

Tommy sorride, accarezza la lana.
“Mantenervi al caldo… è stato giusto.”

Muore quella notte, in pace, tenendo tra le dita un pezzo di gentilezza.
Perché certe coperte sono l’unico confine tra nemici dove può vivere ancora l’umanità.

E quella notte del 1945, ventinove donne scoprirono che il calore può durare più a lungo della guerra più fredda.

PoesieRomantiche.it

03/01/2026

Non vi è mai capitato di chiedervi che senso ha la vostra vita? Nessuno, meglio di Jung, potrebbe trovare le parole più azzeccate per spiegarlo: "La ricerca di senso, di verità risiede nelle potenzialità interiori dell’uomo, nello sforzo individuale di scoprire dentro di noi qualcosa di numinoso, divino, immenso, ma anche intimo, solo nostro, che ci coinvolge profondamente e ci collega a tutto il resto dell'universo e che prima non sapevamo di possedere. Questo, dovrebbe essere il senso della vita, ma non per tutti è facile afferarlo.. sfugge. La maggior parte delle persone, non riesce a sperimentare ciò che viene definita 'la presenza di Dio', la scintilla Divina e nemmeno percepisce la Sua assenza. Sente solamente un grande vuoto, un malessere, l’assenza di qualcosa di fondamentale, un' indefinita mancanza di senso ".
Dunque: "Quanto più un uomo corre dietro a falsi beni, e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale, tantomeno è soddisfacente la sua vita. In ultima analisi contiamo qualcosa solo grazie a ciò che di essenziale possediamo e se non lo possediamo la vita è sprecata.
L'uomo oggi ha fame e sete di una relazione serena con le forze psichiche che sono in lui. La sua coscienza, che si ritira spaventata di fronte alla complessità del mondo moderno, ha bisogno di istanze spirituali rassicuranti. Ciò lo rende nevrotico, malato, spaventato. La scienza gli dice che Dio non esiste, e che la materia è tutto ciò che è.
Questo ha privato l'umanità di ciò che la fa fiorire, del senso di benessere, di trovarsi al sicuro in un mondo sicuro"

Jung, Psicologia e religione.
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01/11/2025

Prima della terapia cammini con un copione invisibile scritto dalle tue ferite. Ripeti relazioni che ti consumano, tolleri ciò che ti svuota, confondi il dolore con l’amore. Non lo fai per scelta: è la memoria emotiva a guidarti, quella che ti dice che il familiare è sicuro, anche quando è tossico.

Dopo la terapia le ferite non scompaiono, ma cambiano significato. Le guardi senza più esserne prigioniero, impari a riconoscere le trappole affettive e a dare un nome a ciò che prima era solo caos. Scopri che non sei obbligato a rivivere il passato, che puoi costruire legami diversi, più sani, più tuoi.

La terapia non ti rende “nuovo”, ti restituisce a te stesso. Ti insegna a trasformare le ferite in consapevolezza, a scegliere con libertà, a creare il futuro senza lasciare che il passato lo decida per te.

👉 Prima le ferite decidevano per te.
👉 Dopo sei tu a decidere chi vuoi diventare.

Un grazie a psicologi e psicoterapeuti che, con pazienza e umanità, trasformano le stanze di terapia in luoghi di rinascita, dove il dolore trova voce e il silenzio diventa ascolto

13/08/2025

LA POSTURA DEL/LA PROFESSIONISTA SOCIALE NEL SETTING DEL COLLOQUIO
«Nel setting del colloquio servono strumenti che aiutino ad ascoltarsi, a darsi parola, per capire che lavoro si può fare insieme. Serve un approccio disarmato del proprio potere di “esperti" perché, in fondo, i veri esperti della propria vita sono le persone cosiddetti utenti».

🔴 Il saggio di Marco Tuggia nel nr. 380/2025 di Animazione Sociale (in distribuzione) «𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗜𝗨𝗧𝗔𝗥𝗧𝗜 𝗛𝗢 𝗕𝗜𝗦𝗢𝗚𝗡𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗨 𝗠𝗜 𝗦𝗣𝗜𝗘𝗚𝗛𝗜». 𝗦𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 (pp. 28-42) offre metodi e strumenti per de-situarsi nelle relazioni di aiuto dal proprio punto di vista di professionisti «supposti esperti» e accogliere il punto di vista dell’altro/a.
Perché comprendersi - spiega Tuggia nel testo - è premessa per poter lavorare insieme, diversamente «il setting del colloquio rischia di trasformarsi in un dialogo tra sordi o tra impari, in cui il professionista, armato del proprio sapere, affronta colui o colei che, armato del suo disagio, ha il solo compito di recepire le indicazioni che il professionista offre per uscire da tale situazione».

𝗟'𝗔𝗨𝗧𝗢𝗥𝗘
✍️ Marco TUGGIA, pedagogista, formatore, consulente educativo, si occupa da diversi anni dei servizi sociali ed educativi rivolti a bambini, adolescenti e alle loro famiglie che si trovano in situazione di vulnerabilità. È co-fondatore di DEDU Digital EDUcation.

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🎁 In regalo a chi sottoscrive l’abbonamento biennale/triennale, il volume 𝗔 𝗖𝗔𝗦𝗔 𝗗'𝗔𝗟𝗧𝗥𝗜. 𝗟'𝗮𝗳𝗳𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗼𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗦𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗖𝗼𝗺𝗶𝗻 (pp. 128, euro 15, bit.ly/A_casa_d_altri), frutto di un accurato lavoro di rielaborazione da parte delle educatrici e degli educatori di Cooperativa COMIN (storica realtà milanese che dal 1984 progetta interventi educativi domiciliari).
📘 Chi sottoscrive l’abbonamento annuale può ricevere il volume aggiungendo 5 euro.

🎁 Inoltre, con tutti i tipi di abbonamento, si avrà lo streaming dell’AGORÀ 2025 / ADOLESCENTI, le due giornate di alta formazione svoltesi a Torino il 29-30 maggio, dedicate a come accompagnare i percorsi di crescita delle/degli adolescenti, segnati oggi da faticose costruzioni identitarie, ricerche di nuovi modi di stare al mondo.

▶️ SCEGLI qui la tipologia di abbonamento che desideri, per te o per la tua organizzazione: https://www.animazionesociale.it/it-iscrizione

📖 BUONA LETTURA
(𝘥𝘢𝘭 1971 𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘷𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘪 𝘦 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦)

13/08/2025

"Le cose che vede un bambino non formano ricordi, formano parti della sua anima"

M. Montessori

09/08/2025

𝐆𝐢𝐚𝐜𝐨𝐦𝐨 𝐁𝐮𝐨𝐧𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐢𝐧 𝐒𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚!

Primo premio come miglior articolo scientifico pubblicato su AdComunica a Giacomo Buoncompagni , ricercatore in sociologia dei media all’Università di Macerata, Presidente Aiart Macerata e vice presidente Aiart MARCHE. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato dal team editoriale della rivista scientifica sp****la AdComunica (Universitat Jaume I), che affronta i temi della comunicazione strategica e dell’innovazione tecnologica. Titolo dell'articolo "Survival practices. Local journalistic communication and new ‘methodologies’ to avoid the news desert and media illiteracy in Italy" (Pratiche di sopravvivenza. Comunicazione giornalistica locale e nuove “metodologie” per evitare il deserto informativo e l'analfabetismo mediatico in Italia).
Attraverso ricerche documentali e interviste semi-strutturate a giornalisti locali di alcune tra le regioni e città più importanti d'Italia, lo studio svolto da Buoncompagni ha cercato di comprendere per la prima volta le «strategie e metodologie di sopravvivenza» che i media hanno adottato, o che le piccole redazioni ancora attive potrebbero adottare nel nostro Paese, per evitare i cosiddetti “deserti informativi” (new desert) e la crescita dell'analfabetismo mediatico e della disinformazione. Oggi il ruolo delle nuove tecnologie dell'informazione, utilizzate in modo strategico e partecipativo soprattutto nelle emergenze, sia dai giornalisti che dalle stesse comunità e istituzioni, favorisce forme di comunicazione, cooperazione e intervento immediato: la considerazione del 'locale' nella stampa e la rilevanza della stampa nel locale sono condizioni intrecciate e reciprocamente complementari.

27/07/2025

Ho pianto leggendo questa storia. Papà, questo è per voi… 🥺💔

—“Metti la catenina!” —disse il bambino con gli occhi pieni di speranza.

Quella mattina era cominciata come tante altre:

—“Alzati, forza! Lavati la faccia! Pettinati! Mettiti la camicia… sbrigati!”
—“Non c’è tempo per la colazione! Bevi il succo per strada, ma non rovesciarlo.”
—“Te l’avevo detto, no? Sei proprio un pasticcione! Mi hai stancato. Non ne fai una giusta.”

Il bambino taceva. Non riusciva a dire “papà”. Aveva paura.

A scuola non riusciva a concentrarsi. Sempre distratto. Sempre triste.
Si chiedeva perché gli altri bambini sembrassero felici… e lui no.

Quel pomeriggio, con un filo di coraggio, gli parlò:

—“Oggi la maestra mi ha chiesto: ‘Che lavoro fa tuo papà?’
E non ho saputo cosa rispondere…”

—“Alleno cani,” disse l’uomo, senza nemmeno alzare lo sguardo.

—“E cosa insegni loro?” —chiese il bambino, curioso.

—“A essere ubbidienti. A non fare danni. A proteggere.
A guidare chi non vede. A salvare vite. A essere pazienti, coraggiosi e fedeli.
E tutto questo… senza mai chiedere nulla in cambio.”

—“E come li alleni?”

—“Metto loro una catenina. Cammino al loro fianco, parlo con loro, li correggo senza far loro del male…
e poi li accarezzo.
Perché hanno bisogno di sapere che non sono arrabbiato.
Ma ci vuole pazienza… tanta pazienza.”

Il bambino deglutì. Gli occhi si riempirono di lacrime.

Alzò lo sguardo e con voce tremante disse:

—“Metti la catenina anche a me, papà…
Voglio imparare con te.
Voglio che mi correggi senza urlare.
Che mi accarezzi dopo.
Che tu abbia pazienza con me.

Io proteggerò la nostra casa. Imparerò a prendermi cura degli altri.
E se un giorno tu non vedrai più… io sarò i tuoi occhi.
Solo… metti la catenina.”

Il padre scoppiò a piangere.

E in quell’abbraccio nacque un’altra catenina. Invisibile, ma reale.
Fatta di amore, comprensione e dolcezza.
Una di quelle che, se custodita, non si spezza mai.

🤍 Non dimentichiamolo: anche i nostri figli hanno bisogno di tempo, affetto e pazienza.
Perché l’amore non si urla. Si dimostra.

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