Psicologa Francesca Chianello

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Molti pazienti chiedono: “Ma cosa posso fare? Cosa devo fare?”E ogni volta la risposta è la stessa: prima di chiederti c...
19/02/2026

Molti pazienti chiedono: “Ma cosa posso fare? Cosa devo fare?”
E ogni volta la risposta è la stessa: prima di chiederti cosa fare, chiediti cosa senti. La risposta non è fuori, non è negli altri, non è nelle regole. È dentro. Sempre!!!
“Lo lascio o non lo lascio?”
Se lo ami davvero, lo sai solo tu.
E soprattutto sai come ti fa sentire restare.
“Sto sbagliando o sto esagerando?”
Solo tu sai se quella situazione ti fa sentire serena o costantemente in allarme.
“Devo accettare questo lavoro o rifiutarlo?”
Solo tu sai se è entusiasmo quello che provi… o è paura di deludere qualcuno.
“È solo un momento no o non sono più felice?”
Solo tu puoi sentire se è stanchezza passeggera o se qualcosa dentro si è spento.
“Sto chiedendo troppo o mi sto accontentando?”
Il tuo corpo, prima ancora della mente, sa quando ti stai tradendo.
Non sempre è facile ascoltarsi. A volte il rumore fuori è più forte della nostra voce interiore. Ma imparare a riconoscere ciò che senti è il primo atto di responsabilità verso te stess*. Perché le scelte giuste non sono quelle perfette, sono quelle coerenti con ciò che senti! 🌿

Questa riflessione nasce dalla lettura di un post di Laura Legrenzi, profondo e super attuale: abbiamo più strumenti che...
11/02/2026

Questa riflessione nasce dalla lettura di un post di Laura Legrenzi, profondo e super attuale: abbiamo più strumenti che mai per risparmiare tempo eppure, non siamo mai stati così di corsa. È un paradosso che racconta molto del tempo in cui viviamo.

Mi é venuto automatico pensare alle generazioni precedenti, alle nostre nonne ad esempio: senza lavatrice, lavastoviglie, senza app e automazioni, riuscivano più di noi a ritagliarsi tempo per stare insieme, per parlare, per coltivare relazioni, per una quotidianità condivisa, per esserci!

Nel lavoro clinico emerge spesso che non è tanto il tempo a mancare, quanto il valore che gli attribuiamo. Il tempo che non produce, che non rende, che non è misurabile in risultati lo mettiamo facilmente da parte. E con lui finiscono spesso anche le relazioni, l’ascolto, la presenza emotiva. Ti ritrovi?

Forse la domanda non è: come recuperare tempo ma, per cosa scegliamo di usarlo? E cosa stiamo perdendo, mentre cerchiamo di non sprecarlo?!

Questa riflessione nasce dalla lettura di un post di Laura Legrenzi, in cui evidenzia un paradosso molto attuale: oggi a...
04/02/2026

Questa riflessione nasce dalla lettura di un post di Laura Legrenzi, in cui evidenzia un paradosso molto attuale: oggi abbiamo più strumenti che mai per risparmiare tempo, per semplificare, ottimizzare, eppure, il tempo per vivere sembra sempre meno.

Mi é venuto automatico pensare alle generazioni precedenti, alle nostre nonne ad esempio: senza lavatrice, asciugatrice, lavastoviglie, senza app e automazioni, riuscivano più di noi a ritagliarsi tempo per stare insieme, per parlare, per coltivare relazioni, per una quotidianità condivisa, per esserci!

Nel lavoro clinico emerge spesso che non è tanto il tempo a mancare, quanto il valore che gli attribuiamo. Il tempo che non produce, che non rende, che non è misurabile in risultati lo mettiamo facilmente da parte. E con lui finiscono spesso anche le relazioni, l’ascolto, la presenza emotiva. Ti ritrovi?

Viviamo in una cultura della produttività che tende a spostare in secondo (ultimo) piano ciò che non è immediatamente utile, e così il legame con gli altri – e con noi stessi – diventa, purtroppo, altamente sacrificabile.

Forse la domanda non è: come recuperare tempo ma, per cosa scegliamo di usarlo? E cosa stiamo perdendo, mentre cerchiamo di non sprecarlo?!

Ti capita a volte di sentire l’ansia arrivare e di reagire facendo di tutto per tenerla lontana? Ti distrai, ti occupi, ...
26/01/2026

Ti capita a volte di sentire l’ansia arrivare e di reagire facendo di tutto per tenerla lontana? Ti distrai, ti occupi, controlli, anticipi… pur di non sentirla davvero, pur di provare ad evitarla.

Sai, l’ansia spesso corre proprio lì: dove non ci concediamo di fermarci, di fare silenzio, di ascoltare cosa succede nel corpo, nel cuore e nei pensieri.

Stare non significa bloccarsi o arrendersi, anzi! Significa creare uno spazio interno in cui poter stare e restare presenti, stare senza giudicare ciò che emerge, stare senza la pretesa di “dover stare bene”.

A volte basta davvero poco: un respiro in più, un momento di attenzione, una scelta gentile verso se stessi…

💭 Ti è mai capitato di notare cosa cambia quando provi a restare, anche solo per qualche istante?
💬 Cosa succede dentro di te quando l’ansia arriva?

Negli ultimi anni mi sono resa conto di quanto, durante i mesi di gravidanza, non nasca solo un bambino, ma anche una ma...
14/01/2026

Negli ultimi anni mi sono resa conto di quanto, durante i mesi di gravidanza, non nasca solo un bambino, ma anche una madre: nasce una nuova relazione, una nuova famiglia, un nuovo equilibrio. È una nascita sotto molteplici punti di vista.

In particolare, mentre il corpo della donna cambia, anche la sua mente attraversa una profonda trasformazione: si riorganizzano l’identità, i ruoli, i confini emotivi. Dal punto di vista clinico, la maternità rappresenta una vera e propria rinascita psichica.

È uno spazio di passaggio delicato e complesso, in cui possono emergere emozioni intense, ambivalenze e memorie profonde.
Uno spazio che merita tempo, ascolto e cura.

La donna rinasce insieme a suo figlio:
lui, come diceva Piaget, è una tabula rasa;
lei è la donna di ieri,
più tutto ciò che, dentro di sé, è fiorito in questi nove mesi.

L’inizio dell’anno è spesso accompagnato da un aumento delle aspettative personali e sociali, insieme alla pressione di ...
07/01/2026

L’inizio dell’anno è spesso accompagnato da un aumento delle aspettative personali e sociali, insieme alla pressione di definire obiettivi chiari e immediatamente raggiungibili.
Questo può attivare ansia, senso di inadeguatezza o la percezione di “dover fare di più”.

Dal punto di vista psicologico, è importante ricordare che gli obiettivi sono strumenti di orientamento, non parametri di valore personale!!
Il benessere non nasce dalla prestazione costante, ma dalla capacità di scegliere con consapevolezza (!) come investire tempo ed energie, rispettando i propri ritmi e i propri limiti.

È proprio in questo spazio di equilibrio e rispetto che diventa possibile stare bene con se stessi, con ciò che si fa e nelle relazioni con gli altri. Tienilo in mente, per tutto il 2026, buon inizio ♥️

1. Bambolina 2. Dove la vita é cambiata, due volte Grazie 2025. Mi hai tolto tanto, è vero, ma poi mi hai restituito tut...
02/01/2026

1. Bambolina
2. Dove la vita é cambiata, due volte

Grazie 2025. Mi hai tolto tanto, è vero, ma poi mi hai restituito tutto con splendidi interessi.
Grazie perché mi hai insegnato che l’amore, con un secondo figlio, non si divide: si moltiplica. E questa, non lo nego, era una delle mie paure.

Grazie per ogni lacrima versata, per quei giorni reclusa in casa, senza forza. Oggi, guardandomi indietro, capisco che anche io — come ogni calzolaio che va in giro con le scarpe rotte — da psicologa ho dovuto ricordarmi, ancora una volta, che da ogni caduta ci si rialza. E lo si fa più forti di prima.

Benvenuta piccola Lavinia.
Se con Carlo ho scoperto cosa significasse diventare mamma, con te sto imparando ogni giorno cosa vuol dire essere mamma di una mini bambolina, credendo che sai già tanto invece no, é sempre la prima volta quando il cuore straripa di gioia e amore.

Da piccola giocavo sempre con barbie e bambole, mi immaginavo mamma, un giorno dissi a mia madre (Ancora non avevo chiaro che si cresce e si diventa -quasi sempre- ciò che si desidera). Questo 2025, la mattina di Natale, mi sono svegliata e accanto a me c’erano due bambolotti: da vestire, nutrire e amare.

Grazie vita, grazie 2025. 💗🩵

Sapete qual è il mio augurio più sincero per la fine di quest’anno?Fermarsi un attimo.Ripensare a questo 2025, alle diff...
31/12/2025

Sapete qual è il mio augurio più sincero per la fine di quest’anno?
Fermarsi un attimo.
Ripensare a questo 2025, alle difficoltà, alla pazienza che abbiamo imparato, alle cadute che ci hanno messi in ginocchio… e accorgerci che siamo ancora qui.

Che non dovevamo trasformarci,
solo smettere di dubitare del nostro valore.

Allora buon 2026.
Buoni obiettivi da scrivere,
buoni desideri da custodire,
buone scalate da affrontare,
buone cadute da cui rialzarsi,
corse da fare senza fretta,
sospiri sinceri,
giorni storti e giorni pieni,
e la libertà di restare sempre fedeli a se stessi. 🤍

Il periodo natalizio amplifica alcuni vissuti emotivi attraverso situazioni concrete e simboliche: un posto a tavola vuo...
29/12/2025

Il periodo natalizio amplifica alcuni vissuti emotivi attraverso situazioni concrete e simboliche: un posto a tavola vuoto, il rientro nella casa di origine, rituali familiari che riattivano memorie, ruoli e aspettative.
Nella pratica clinica, la solitudine emerge spesso non come mancanza oggettiva di relazioni, ma come esito di un confronto interno tra ciò che si vive e ciò che si pensa di dover provare.

Le aspettative sociali — condivisione, gioia, vicinanza — possono attivare pensieri automatici come «dovrei sentirmi diverso», «se provo questo, c’è qualcosa che non va in me».
È in questa discrepanza, più che nella solitudine in sé, che il vissuto emotivo si intensifica.

Da una prospettiva cognitivo-comportamentale, lavorare su questi stati significa riconoscere il ruolo delle interpretazioni, delle credenze e delle norme interiorizzate, piuttosto che forzare emozioni ritenute ‘appropriate al periodo’.

Ci tengo a ricordare che la solitudine non è un segnale di fallimento personale, ma un’esperienza emotiva che richiede comprensione, validazione e spazio — soprattutto quando il contesto culturale spinge a negarla o a giudicarla…

Quando il cibo diventa un rifugio, spesso non sta rispondendo a un bisogno fisiologico, ma a un bisogno emotivo che non ...
09/12/2025

Quando il cibo diventa un rifugio, spesso non sta rispondendo a un bisogno fisiologico, ma a un bisogno emotivo che non ha trovato altre strade per essere accolto.

Nella prospettiva cognitivo-comportamentale, la cosiddetta “fame emotiva” è una risposta appresa: un modo rapido e accessibile per regolare stati interiori complessi, come ad esempio: stress, solitudine, frustrazione, noia o sensazioni di vuoto.

Il punto è riconoscere che la mente ha imparato ad associare il cibo a un senso immediato di sollievo e, ogni volta che quel sollievo arriva, il circuito si rinforza.

Osservare questi episodi con un approccio clinico orientato alla regolazione emotiva significa porsi domande come:
📌Quale emozione sto cercando di calmare o non sentire?
📌Quale pensiero sta guidando questa urgenza? 📌Quale bisogno non riconosciuto sta provando a parlare attraverso il cibo?

Quando diventiamo consapevoli dei trigger — interni ed esterni — possiamo iniziare a costruire alternative più funzionali!

Il lavoro non è eliminare il comportamento nell’immediato, ma comprendere la funzione che ha avuto finora perché, solo quando la funzione viene accolta, la strategia può cambiare.
Cosi, il cibo smette di essere un rifugio e torna a essere ciò che è: nutrimento, e non risposta emotiva.
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Può succedere che non sia il passato a creare nostalgia, ma la versione di sé che, in quel tempo, riusciva a esprimere b...
01/12/2025

Può succedere che non sia il passato a creare nostalgia, ma la versione di sé che, in quel tempo, riusciva a esprimere bisogni, valori o modalità di funzionamento oggi meno presenti.

Nella prospettiva cognitivo-comportamentale, non è l’evento a determinare il vissuto, ma il significato che gli viene attribuito. Per questo, la nostalgia non riguarda solo ciò che è accaduto, ma ciò che quella parte di sé rappresentava.

Riconoscere questa dinamica non implica un ancoraggio al passato, ma apre alla possibilità di esplorare quali aspetti interni meritano oggi maggiore spazio.

Talvolta, ciò che sembra mancare è semplicemente una parte di sé che chiede di essere reintegrata nel presente.

👠Il 25 novembre non è una semplice ricorrenza.È una pausa collettiva, un momento in cui possiamo fermarci e guardare in ...
25/11/2025

👠Il 25 novembre non è una semplice ricorrenza.
È una pausa collettiva, un momento in cui possiamo fermarci e guardare in faccia una realtà che troppo spesso resta nascosta dietro il silenzio, la paura, la vergogna.

La violenza sulle donne non riguarda “gli altri”. É un qualcosa che riguarda tutti. Riguarda le relazioni, ma anche le dinamiche di potere, le parole che feriscono e i gesti che controllano. Bada bene: riguarda tutte le volte in cui qualcuno chiama “amore” qualcosa che amore non è! Anzi!

Ricordiamo sempre che:
- L’amore non confonde.
- L’amore non fa tremare il cuore per paura.
- L’amore non toglie spazio, non spegne la luce, non chiede di essere meno per non disturbare.

Esiste però un momento cruciale, spesso silenzioso: quello in cui nasce un dubbio. Un piccolo disagio, una sensazione di allerta, un pensiero che sussurra: “così non dovrebbe essere”. Proprio a questo serve una giornata di sensibilizzazione: a dare spazio a quella voce, a legittimarla, a ricordare che non va ignorata.

Riconoscere i segnali non è semplice, soprattutto quando la paura si intreccia all’affetto o quando il controllo viene travestito da “premura”. Eppure quel dubbio è già un atto di consapevolezza.
Parlarne diventa un atto di coraggio.
Chiedere aiuto è un gesto di tutela personale, mai un fallimento.

La responsabilità collettiva è ascoltare senza giudizio, accogliere senza invadere, sostenere senza sostituirsi!

Tu, ricorda sempre: l’amore non fa paura. Non limita, non spegne, non annienta. L’amore permette di crescere, respirare, esistere pienamente.

E ogni Persona merita di vivere esattamente questo.
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