25/10/2024
YOGA SUTRA 72 - UN SUTRA AL GIORNO 4.18 - IL VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA
Il versetto 4.18 è, apparentemente, di facile comprensione:
"Le modificazioni della mente (citta-vṛttayaḥ), sono sempre note al suo signore (tat-prabhoḥ) in virtù dell’immutabilità del puruṣa".
Evidentemente si sta parlando di uno stadio della pratica nel quale si è realizzata la discriminazione tra mente - buddhisattva - e puruṣa, ed il puruṣa si scopre estraneo ai processi mentali, spettatore dello spettacolo della mente come è spettatore della natura, sicuramente più simile al "Viandante sul Mare di Nebbia" di Caspar David Friedrich, che all'immagine stereotipata dello Yogi offerta dall'attuale Mercato della Spiritualità.
La consapevolezza dell'appartenenza alla Natura manifestata della mente - e quindi dei pensieri, delle percezioni e delle emozioni - è uno dei passi conclusivi dello Y.S.
Il praticante, dopo il percorso verso la conoscenza discriminativa, si accorge di non aver trasformato la natura, nè la percezione, nè la mente ma solo di aver risolto il problema della falsa identificazione tra la Coscienza pura e la mente.
Da qui la consapevolezza che è proprio la "volontà" di trasformare la Natura a creare la sofferenza del Ciclo dell'esistenza. Volontà di trasformare la Natura significa cercare di entrare in conflitto, magari con propositi estremamente postivi, con il dharma proprio e della Natura stessa, anzichè "arrendersi al flusso della mente" (cittanadī) e discendere lungo il pendio della discriminazione, come viene affermato all'inizio del testo, nel commento al versetto 1.12:
“Cittanadī, il “fiume della mente”, fluendo in entrambe le direzioni può scorrere sia verso il bene, sia verso il ma-le. Quando scorre verso “kaivalya” (la liberazione) scen-dendo lungo il pendio di “viveka” (la discriminazione) conduce a “kalyāṇa”, la buona sorte; quando scorre ver-so il “saṃsāra” (la catena delle rinascite), scendendo lungo il pendio di “aviveka” (la non discriminazione) conduce a “pāpa” (il vizio e il peccato).
L’inibizione dei processi mentali (“cittavṛttinirodhaḥ”) dipende sia da vairāgya, sia da abhyāsa, in quanto grazie al distacco si limita il flusso verso gli oggetti dei sensi [ovvero il desiderio], e tramite la pratica della visione di-scriminante aumenta il flusso della discriminazione."
4.18:
सदा ज्ञाताश्चित्तवृत्तयस्तत्प्रभोः पुरुषस्यापरिणामित्वात् ॥४.१८॥
In caratteri latini:
sadā jñātāścittavṛttayastatprabhoḥ puruṣasyāpa-riṇāmitvāt ||4.18||
Sciogliamo il sandhi:
sadā jñātāś citta-vṛttayas tat-prabhoḥ pu-ruṣasyāpariṇāmitvāt ||4.18||
Ovvero:
sadā jñātāḥ citta-vṛttayaḥ tat-prabhoḥ puruṣasya apariṇāmitvāt ||4.18||
sadā, avverbio; “sempre”, “ogni volta”, “conti-nuamente”;
jñātāḥ (jñātās), nominativo plurale femminile dell’aggettivo “jñāta”, “conosciuto”; dalla radice verbale “jñā”, “sapere, “conoscere”. Significato “note”, “conosciute”;
citta, sostantivo neutro, dalla radice verbale “cit”, “percepire”, “notare”, “osservare”. Significato: “mente” “spazio percettivo”, “mente percettiva”, facoltà della percezione”;
vṛttayaḥ, nominativo plurale del sostantivo fem-minile “vr̥tti”; dalla radice verbale "vr̥t", "rotola-re", "girare", oppure “tendere a”. Significato “atti-vità”, "movimenti", "operazioni", "funzioni";
tat, pronome terza persona, "questo", “quello”, “di quello”;
prabhoḥ, genitivo singolare del sostantivo ma-schile “prabhu”, “signore”, “maestro”, “suono”, “parola”; dal prefisso "pra", "avanti", "fuori"; dalla radice verbale “bhū”, “divenire”, “insorgere”, “accadere”. Significato: “del signore”, “al signore” “del (o al) maestro”, “del (o al)padrone”
puruṣasyā, genitivo singolare del sostantivo ma-schile “puruṣa”; “persona”, “uomo”, “essere co-smico”; “il principio maschile che unendosi con il principio femminile, Prakṛti, genera “prapañca”, la manifestazione”. Significato “del puruṣa”;
apariṇāmitvāt, ablativo singolare dell’aggettivo “apariṇāmin”, “immutabile”; dal prefisso “a” che indica negazione; dal prefisso “pari”, “rotondo, “attorno”, “in giro”, “ulteriormente”, “eccessiva-mente”, e dalla radice verbale “nam”, “inchinar-si”, “abbassare”, “sottomettersi”, “affondare”; dal suffisso “in” che indica l’azione di “andare”, “for-zare”, “prendere possesso” ecc.; dal dal suffisso “tva” che può significare “senso del dovere”, “na-tura” o “essenza”, ma in questo caso forma il so-stantivo astratto (vedi “tā”). Significato: “essere al-tro”. “alterità”, “differenza”. Significato: “immu-tabilità”;
Quindi abbiamo:
Sempre – sono conosciute – mente – modificazio-ni/processi – dal suo signore (tat-prabhoḥ) – del puruṣa – a causa dell’immutabilità.
Possibile interpretazione:
Le modificazioni della mente (citta-vṛttayaḥ), sono sempre note al suo signore (tat-prabhoḥ) in virtù dell’immutabilità del puruṣa.
Commento di Vyāsa:
Al signore della mente, il Puruṣa […] le modificazioni mentali sono sempre note, perché egli è immutabile. Se il signore, il Puruṣa, cambiasse come la mente, anche le modificazioni mentali sarebbero sia conosciute sia non conosciute, come gli oggetti del suono ecc. Essendo le modificazioni della mente sempre note al Puruṣa se ne deduce la sua immutabilità.
Commento di Vyāsa in sanscrito:
yasya tu tadeva cittaṃ viṣayastasya - sadā jñātāścittavṛttayastatprabhoḥ puruṣasyāpa-riṇāmitvāt ||4.18||
yadi cittavatprabhurapi puruṣaḥ pariṇamettata-stadviṣayāścittavṛttayaḥ śabdādiviṣayava-jjñātājñātāḥ syuḥ sadājñātatvaṃ tu manasastat-prabhoḥ puruṣasyāpariṇāmitvamanumāpayati.