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30/10/2024
YOGA SUTRA 73 - UN SUTRA AL GIORNO 4.19 - "LA MENTE NON È ALTRO CHE UN SEMPLICE SPECCHIO..."Il versetto 4.19 e il relati...
28/10/2024

YOGA SUTRA 73 - UN SUTRA AL GIORNO 4.19 - "LA MENTE NON È ALTRO CHE UN SEMPLICE SPECCHIO..."

Il versetto 4.19 e il relativo commento, ribadiscono uno dei concettoi base dello Y.S. ovvero che "la mente è uno strumento di percezione".
Recita l'aforisma:

La mente non è auto-illuminante (svābhāsam) in quanto è conoscibile [da un altro ].

Si tratta di un osservazione apparentemente banale che, se eleaborata, può mutare completamente la nostra maniera di affrontare la vita quotidiana.
Nel momento in cui mi rendo conto di essere arrabbiato o triste o felice a causa di un'evento esterno, significa che c'è un qualcosa che è consapevole dei processi mentali, Questo qualcosa non può essere la mente stessa perchè non si può essere, contemporaneamente, attori e spettatori; la mente è sottoposta a varie trasformazioni: può essere in quiete, confusa, eccitata, obnulata, concentrata... e questo dimostra che c'è un qualcosa di diverso dalla mente che può assistere alle trasformazioni.
Facciamo l'esempio dell'acqua: l'acqua fresca ci disseta l'estate, l'acqua dello tsunami uccide e distrugge, l'acqua inquinata ci avvelena, ma l'acqua (fino a prova contraria) non è consapevole degli effetti che queste "qualità" - fresca, distruttiva, inquinata - hanno sull'ambiente esterno, In altre parole l'acqua è acqua e non è consapevole delle proprie trasformazioni.

Se la mente, come si legge in Y.S. 4.19, fosse "autoluminosa" ( svābhāsa) non saprebbe di essere "arrabbiata", "triste" o "felice"; per cui non può che essere uno specchio in cui qualcosa d'altro - la Coscienza pura - si riflette.

L'immagine della mente come specchio ci può aiutare a comprendere gli scopi delle pratiche dello Yoga: se lo specchio in cui si riflette il mio volto è sporco e grigio, io mi vedrò stanco e affaticato; se lo specchio in cui rifletto il mio volto è lucido e pulito io mi vedrò, forse, fresco e riposato.

I processi mentali sono le macchie sullo specchio, macchie che sono connaturate al vivere stesso.

Le tecniche di purificazione sono l'atto di pulire e lucidare lo specchio.

Più spesso luciderò lo specchio, più a lungo lo manterrò pulito (PRATICA - "Abhyāsa") e più avrò l'opportunità di osservare il riflesso della pura coscienza.

Più occasioni avrò per osservare il riflesso della pura coscienza e più si allenterà l'attaccamento agli oggetti dei sensi e alle reazioni che quegli oggetti provocano nella mia mente (DISTACCO - vairāgya).

Essere consapevoli della natura "riflettente" e non "autoluminosa" della mente, non porterà certo a non essere tristi se muore un nostro caro o a non provare rabbia per un torto subito, ma tristezza, rabbia, felicità verrano presi come "elementi del paesaggio": la mia mente è triste", la mia mente è furiosa", "la mia mente è tranquilla" è come dire il fiume è in secca", "il fiume è in piena", "il fiume scorre dolcemente".

La mente è uno specchio, tutta qua.


4.19:

न तत्स्वाभासं दृश्यत्वात् ॥४.१९॥

In caratteri romani:
na tatsvābhāsaṁ dṛśyatvāt ||4.19||

Sciogliamo il sandhi:
na tat svābhāsaṁ dṛśyatvāt ||4.19||

Ovvero:
na tat sva-ābhāsam dṛśyatvāt ||4.19||

na, particella, “no”, “non”;
tat, pronome terza persona, "questo", “quello”;
sva, aggettivo, “suo”, “proprio”;
ābhāsam, accusativo maschile singolare del so-stantivo “ābhāsa”, “splendore”, “luce”, “aspetto”. Significato: “conoscenza”, “riflesso”, “riflessione”;
dr̥śyatvāt, ablativo singolare dell’aggettivo “dr̥śya”, visibile”; derivante a sua volta dalla ra-dice verbale “dr̥ś”, “vedere; dal suffisso “tva” che può significare “senso del dovere”, “natura” o “essenza”, ma in questo caso forma il sostantivo astratto (vedi “tā”). Significato: “dalla visibilità”

Quindi abbiamo:
Non – quello – auto-conoscente/auto-illuminante (svābhāsam) – a causa della sua visibilità.

Possibile interpretazione:
La mente non è auto-illuminante (svābhāsam) in quanto è conoscibile [da un altro ].

Commento di Vyāsa:
Potrebbe sorgere il dubbio che la mente stessa possa esse-re sia auto-illuminante [ovvero auto-conoscenze] sia soggetto di conoscenza degli oggetti; in effetti i Vaināśi-ka credono che, come il fuoco, possa illuminare sia sé stessa sia altri oggetti di percezione. Per questo motivo l’aforisma dice
La mente non è auto-illuminante (svābhāsam) in quanto è conoscibile [da un altro ].
Così come gli altri organi e gli oggetti percezione come il suono ecc., non sono auto-illuminanti in quanto cono-scibili, così è anche per la mente.
Il fuoco non può essere un’analogia corretta. L'illumina-zione [ovvero la conoscenza] di cui si parla qui è intesa come l'illuminazione che è provocata dal contatto di ciò che è luminoso con ciò che è oscuro, non di ciò che è au-to-luminoso. […] Affermare che la mente è auto-illuminante significa affermare che non è percepibile da nessun'altra entità. Come quando affermando che l'Ākāśa è autosufficiente [ovvero non dipende dagli altri elementi] si intende che non ha alcun supporto. Gli esse-ri viventi agiscono in accordo con la coscienza delle ope-razioni della loro Volontà-di-essere [ovvero della loro mente]. Quando si dice "Sono arrabbiato ", "Ho paura", "Sono attratto da questo", "Sono respinto da quest’altro", significa che siamo consci delle operazioni della mente per cui possiamo affermare che la mente e le sue modificazioni sono conoscibili come gli oggetti di percezione esterni; ed essendo conoscibili non possono essere auto-illuminanti.

Commento di Vyāsa in sanscrito:
syādāśaṅkā cittameva svābhāsaṃ viṣayābhāsaṃ ca bhaviṣyatītyagnivat - na tatsvābhāsaṃ dṛśyat-vāt ||4.19||

yathetarāṇīndriyāṇi śabdādayaśca dṛśyatvānna svābhāsāni tathā mano'pi pratyetavyam. na cāgni-ratra dṛṣṭāntaḥ na hyagnirātmasvarūpama-prakāśaṃ prakāśayati prakāśaścāyaṃ prakāśyaprakāśakasaṃyoge dṛṣṭaḥ. na ca svarūpamātre'sti saṃyogaḥ kiṃca svābhāsaṃ cittamityagrāhyameva kasyaciditi śabdārthaḥ. tadyathā svātmapratiṣṭhamākāśaṃ na parapra-tiṣṭhamityarthaḥ svabuddhipracārapratisaṃve-danātsattvānāṃ pravṛttirdṛśyate - kruddho'haṃ bhīto'hamamutra me rāgo'mutra me krodha etatsvabud dheragrahaṇe na yuktamiti

Formazione yogacitra.orgOttobre 2024
27/10/2024

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Ottobre 2024

LA GORAKṢA PADDHATI: SIAMO SICURI DI SAPERE COSA SIA LO YOGA?La Gorakṣa Paddhati (गोरक्षपद्धति), in italiano “Il Sentier...
25/10/2024

LA GORAKṢA PADDHATI: SIAMO SICURI DI SAPERE COSA SIA LO YOGA?

La Gorakṣa Paddhati (गोरक्षपद्धति), in italiano “Il Sentiero di Gorakṣa” , è probabilmente il più antico manuale di Haṭhayoga giunto ai nostri tempi . Si tratta di una raccolta di 200 versetti attribuiti a Gorakhnāth, il mitico fondatore dell’ordine dei kānphaṭa , e suddivisi in due sezioni chiamate in sanscrito śataka (100, “un centinaio”). Nella prima sezione, Pūrva Śatakam (पूर्व शतकम्) , considerata spesso un testo a parte , viene esposto lo Ṣaḍaṅgayoga uno yoga che, secondo l’autore, conduce alla “suprema beatitudine” (1.2):

Dopo aver reso omaggio con devozione al guru, Gorakṣa parlerà adesso della più alta conoscenza desiderata dagli yogi, [la conoscenza] che conduce alla Suprema Beatitudine.
Lo Ṣaḍaṅgayoga è composto da sei parti o membra (1.6):
Āsana, prāṇasaṃrodha, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi vengono detti le sei membra dello yoga.
Āsana, prāṇasaṃrodha (parola dal significato simile o identico a prāṇāyāma) pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi sono termini ben conosciuti dagli yogi occidentali, così come suonano familiari i nomi e le descrizioni delle principali posizioni di meditazione (1.9):
Di tutti gli āsana, due vanno menzionati [in particolar modo]: il primo è siddhāsana e il secondo kamalāsana .
Dalla lettura dei primi undici versetti potremmo pensare che il testo sia facilmente comprensibile, ma nei versetti 1.12 e 1.13 l’autore inserisce una serie di concetti e termini tecnici sconosciuti alla maggior parte dei praticanti moderni; concetti e termini la comprensione dei quali, sottolinea Gorakhnāth, è impossibile aver successo nella pratica dello Yoga:
Come possono avere successo [nella pratica] gli yogi che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra, le due modalità di visualizzazione – lakṣya - e i vyoma pañcaka nel proprio corpo?
Come possono avere successo quegli yogi che non conoscono il corpo come una casa poggiata su un pilastro – ekastambha- con nove porte e cinque divinità protettrici?
Cosa si intende per “vyoma pañcaka”?
Cosa sono i “sedici ādhāra” e “le nove porte”?
Chi sono le “cinque divinità protettrici (pañcadevatā”)?
Coloro che sanno rispondere a queste domande non sono molti, e questo, se accettiamo l’idea che lo Yoga dei Nāth sia lo Yoga “originario”, ci porta a formulare una serie di interrogativi sulla natura e sulla validità degli insegnamenti attuali.
Siamo sicuri di sapere davvero cosa sia lo Yoga?

YOGA SUTRA 72 - UN SUTRA AL GIORNO 4.18 - IL VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIAIl versetto 4.18 è, apparentemente, di facile c...
25/10/2024

YOGA SUTRA 72 - UN SUTRA AL GIORNO 4.18 - IL VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA

Il versetto 4.18 è, apparentemente, di facile comprensione:

"Le modificazioni della mente (citta-vṛttayaḥ), sono sempre note al suo signore (tat-prabhoḥ) in virtù dell’immutabilità del puruṣa".

Evidentemente si sta parlando di uno stadio della pratica nel quale si è realizzata la discriminazione tra mente - buddhisattva - e puruṣa, ed il puruṣa si scopre estraneo ai processi mentali, spettatore dello spettacolo della mente come è spettatore della natura, sicuramente più simile al "Viandante sul Mare di Nebbia" di Caspar David Friedrich, che all'immagine stereotipata dello Yogi offerta dall'attuale Mercato della Spiritualità.
La consapevolezza dell'appartenenza alla Natura manifestata della mente - e quindi dei pensieri, delle percezioni e delle emozioni - è uno dei passi conclusivi dello Y.S.
Il praticante, dopo il percorso verso la conoscenza discriminativa, si accorge di non aver trasformato la natura, nè la percezione, nè la mente ma solo di aver risolto il problema della falsa identificazione tra la Coscienza pura e la mente.
Da qui la consapevolezza che è proprio la "volontà" di trasformare la Natura a creare la sofferenza del Ciclo dell'esistenza. Volontà di trasformare la Natura significa cercare di entrare in conflitto, magari con propositi estremamente postivi, con il dharma proprio e della Natura stessa, anzichè "arrendersi al flusso della mente" (cittanadī) e discendere lungo il pendio della discriminazione, come viene affermato all'inizio del testo, nel commento al versetto 1.12:

“Cittanadī, il “fiume della mente”, fluendo in entrambe le direzioni può scorrere sia verso il bene, sia verso il ma-le. Quando scorre verso “kaivalya” (la liberazione) scen-dendo lungo il pendio di “viveka” (la discriminazione) conduce a “kalyāṇa”, la buona sorte; quando scorre ver-so il “saṃsāra” (la catena delle rinascite), scendendo lungo il pendio di “aviveka” (la non discriminazione) conduce a “pāpa” (il vizio e il peccato).
L’inibizione dei processi mentali (“cittavṛttinirodhaḥ”) dipende sia da vairāgya, sia da abhyāsa, in quanto grazie al distacco si limita il flusso verso gli oggetti dei sensi [ovvero il desiderio], e tramite la pratica della visione di-scriminante aumenta il flusso della discriminazione."

4.18:

सदा ज्ञाताश्चित्तवृत्तयस्तत्प्रभोः पुरुषस्यापरिणामित्वात् ॥४.१८॥

In caratteri latini:
sadā jñātāścittavṛttayastatprabhoḥ puruṣasyāpa-riṇāmitvāt ||4.18||

Sciogliamo il sandhi:
sadā jñātāś citta-vṛttayas tat-prabhoḥ pu-ruṣasyāpariṇāmitvāt ||4.18||

Ovvero:
sadā jñātāḥ citta-vṛttayaḥ tat-prabhoḥ puruṣasya apariṇāmitvāt ||4.18||

sadā, avverbio; “sempre”, “ogni volta”, “conti-nuamente”;
jñātāḥ (jñātās), nominativo plurale femminile dell’aggettivo “jñāta”, “conosciuto”; dalla radice verbale “jñā”, “sapere, “conoscere”. Significato “note”, “conosciute”;
citta, sostantivo neutro, dalla radice verbale “cit”, “percepire”, “notare”, “osservare”. Significato: “mente” “spazio percettivo”, “mente percettiva”, facoltà della percezione”;
vṛttayaḥ, nominativo plurale del sostantivo fem-minile “vr̥tti”; dalla radice verbale "vr̥t", "rotola-re", "girare", oppure “tendere a”. Significato “atti-vità”, "movimenti", "operazioni", "funzioni";
tat, pronome terza persona, "questo", “quello”, “di quello”;
prabhoḥ, genitivo singolare del sostantivo ma-schile “prabhu”, “signore”, “maestro”, “suono”, “parola”; dal prefisso "pra", "avanti", "fuori"; dalla radice verbale “bhū”, “divenire”, “insorgere”, “accadere”. Significato: “del signore”, “al signore” “del (o al) maestro”, “del (o al)padrone”
puruṣasyā, genitivo singolare del sostantivo ma-schile “puruṣa”; “persona”, “uomo”, “essere co-smico”; “il principio maschile che unendosi con il principio femminile, Prakṛti, genera “prapañca”, la manifestazione”. Significato “del puruṣa”;
apariṇāmitvāt, ablativo singolare dell’aggettivo “apariṇāmin”, “immutabile”; dal prefisso “a” che indica negazione; dal prefisso “pari”, “rotondo, “attorno”, “in giro”, “ulteriormente”, “eccessiva-mente”, e dalla radice verbale “nam”, “inchinar-si”, “abbassare”, “sottomettersi”, “affondare”; dal suffisso “in” che indica l’azione di “andare”, “for-zare”, “prendere possesso” ecc.; dal dal suffisso “tva” che può significare “senso del dovere”, “na-tura” o “essenza”, ma in questo caso forma il so-stantivo astratto (vedi “tā”). Significato: “essere al-tro”. “alterità”, “differenza”. Significato: “immu-tabilità”;

Quindi abbiamo:
Sempre – sono conosciute – mente – modificazio-ni/processi – dal suo signore (tat-prabhoḥ) – del puruṣa – a causa dell’immutabilità.

Possibile interpretazione:
Le modificazioni della mente (citta-vṛttayaḥ), sono sempre note al suo signore (tat-prabhoḥ) in virtù dell’immutabilità del puruṣa.

Commento di Vyāsa:
Al signore della mente, il Puruṣa […] le modificazioni mentali sono sempre note, perché egli è immutabile. Se il signore, il Puruṣa, cambiasse come la mente, anche le modificazioni mentali sarebbero sia conosciute sia non conosciute, come gli oggetti del suono ecc. Essendo le modificazioni della mente sempre note al Puruṣa se ne deduce la sua immutabilità.

Commento di Vyāsa in sanscrito:
yasya tu tadeva cittaṃ viṣayastasya - sadā jñātāścittavṛttayastatprabhoḥ puruṣasyāpa-riṇāmitvāt ||4.18||

yadi cittavatprabhurapi puruṣaḥ pariṇamettata-stadviṣayāścittavṛttayaḥ śabdādiviṣayava-jjñātājñātāḥ syuḥ sadājñātatvaṃ tu manasastat-prabhoḥ puruṣasyāpariṇāmitvamanumāpayati.

YOGA SUTRA 71 - UN SUTRA AL GIORNO 4.17 - L'OGGETTO TRASFORMA LA MENTEIl versetto 4.17, per noi occidentali post new age...
23/10/2024

YOGA SUTRA 71 - UN SUTRA AL GIORNO 4.17 - L'OGGETTO TRASFORMA LA MENTE

Il versetto 4.17, per noi occidentali post new age, è decisamente spiazzante: se sulla base di una interpretazione un pochino superficiale della fisica delle particelle [vedi Niels Bohr, Werner Heisenberg ecc.] diamo per assodato che la realtà sia influenzata dalla mente dell'osservatore, in questo aforisma si afferma il contrario, ovvero che "l'oggetto di percezione trasforma la mente".

Dato che la mente e gli organi di senso fanno parte della Natura nell'ambito della manifestazione l'unica certezza, secondo Y.S., sembra essere la continua trasformazione, ovvero la danza eterna di Sattva, Rajas e Tamas.
Altro che "Centro di Gravità permanente"!
Un sorriso,
P.

Scrive Vyāsa nel commento a 4.17:

"Gli oggetti di percezione hanno una natura simile a quella della calamita, mentre la mente ha caratteristiche simili a quelle del ferro.
Gli oggetti che entrano in contatto con la mente [ovvero ne attirano l’attenzione così come la calamita attira il ferro] colorano la mente; qualunque oggetto colori la mente diviene un “oggetto conosciuto”, mentre gli oggetti che non colorano la mente sono sconosciuti; [la colorazione corrisponde ad un cambiamento della mente e per questo motivo] ed è per questo che la mente è per natura soggetta alla trasformazione".

L'oggetto esterno che "colora" la mente dell'osservatore in base alla educazione e alle emozioni immagazinate nel "deposito del karma" trasforma la mente stessa.

Versetto 4.17

तदुपरागापेक्षित्वाच्चित्तस्य वस्तु ज्ञाताज्ञातम् ॥४.१७॥

In caratteri latini:
taduparāgāpekṣitvāccittasya vastu jñātājñātam ||4.17||

Sciogliamo il sandhi:
tad-uparāgāpekṣitvāc cittasya vastu jñātājñātam ||4.17||

Ovvero:
tad-uparāga-apekṣitvāt cittasya vastu jñāta-ajñātam ||4.17||

tad, nominativo singolare del pronome di terza persona “tat”. Significato “questo”, “quel-lo”;
uparāga, sostantivo maschile, ”; dal prefisso “upa”, “vicino”, “sotto”, “accanto”; dal sostanti-vo maschile “rāga”, “passione”, “stato psicologico”, “colore”, dalla radice verbale “rañj” colo-rare”, “arrossare”. Significato: “l’atto di tingere”, “l’atto di colorare”, “influenzare”, “condizio-nare”;
apekṣitvāt, ablativo singolare dell’aggettivo “apēkṣita”, “previsto”, “richiesto”, desidera-to”; dal prefisso “apa”, “giù”, “via”, “indietro”; dalla radice verbale “īkṣ”, “vedere”; dal suffisso “tva” dal suffisso “tva” che può significare “senso del dovere”, “natura” o “essen-za”, ma in questo caso forma il sostantivo astratto (vedi “tā”). Significato: “a causa del de-siderio”, “a causa del bisogno”;
cittasya, genitivo singolare del sostantivo neutro “citta”; dalla radice verbale “cit”, “per-cepire”, “notare”, “osservare”; significato: “della mente”, “della mente percettiva”, “della facoltà del percepire/percezione”;
vastu, sostantivo neutro; dalla radice verbale “vas”, “dimorare”, “vivere”, “indossare”. Significato: “oggetto”, “oggetto prezioso”, “seggio”, “qualsiasi sostanza, oggetto o essere vivente realmente esistente”;
jñāta, aggettivo, dalla radice verbale “jñā”, “sapere, “conoscere”. Significato “noto”, “co-nosciuto”;
ajñātam, nominativo singolare dell’aggettivo “ajñāta”, dal prefisso “a” che indica nega-zione; dalla radice verbale “jñā”, “sapere, “conoscere”. Significato “non conosciuto”, “ina-spettato”, “inconsapevole”;

Quindi abbiamo:
Quello – colorazione – a causa del desiderio - della mente – oggetto – conosciuto – scono-sciuto.
Possibile interpretazione:
Un oggetto viene conosciuto o non viene conosciuto a seconda del bisogno della mente di essere colorata.

Commento di Vyāsa:
Gli oggetti di percezione hanno una natura simile a quella della calamita, mentre la mente ha caratteristiche simili a quelle del ferro.
Gli oggetti che entrano in contatto con la mente [ovvero ne attirano l’attenzione così come la calamita attira il ferro] colorano la mente; qualunque oggetto colori la mente diviene un “oggetto conosciuto”, mentre gli oggetti che non colorano la mente sono sconosciuti; [la colorazione corrisponde ad un cam-biamento della mente e per questo motivo] ed è per questo che la mente è per natura soggetta alla trasformazione.

Commento di Vyāsa in sanscrito:
taduparagāpekṣitvāccittasya vastu jñātājñātam ||4.17||

ayaskāntamaṇikalpā viṣayā ayaḥsadharmakaṃ cittamabhisaṃbandhyoparañjayanti. yena ca viṣayeṇoparaktaṃ cittaṃ sa viṣayo jñātastato'nyaḥ punarajñātaḥ vastuno jñātājñātasva-rūpatvātpariṇāmi cittam.

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