Dott.ssa Eleonora Rossini - Psicologa e Psicoterapeuta ad Ancona

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Dott.ssa Eleonora Rossini -  Psicologa e Psicoterapeuta ad Ancona Dott.ssa Eleonora Rossini, psicoterapeuta. Esercito la libera professione. Effettuo consulenze psico

Dott.ssa Eleonora Rossini, psicoterapeuta, esercito la libera professione. Effettuo consulenze psicologiche e psicoterapie sia individuali che di coppia.

15/12/2025

LA SINDROME DELLA MAMMA COCCODRILLO
e del papà evanescente…

Ci sono bambini che rimangono incastrati nell’Edipo materno, divorati dal desiderio insaziabile di una “mamma coccodrillo” - così come la definiva Lacan - che uccide il figlio ingoiandolo tra le sue grandi fauci.

Nessun bambino, infatti, si separerebbe dalla madre in modo “naturale”, se non venisse aiutato dall’atteggiamento “svezzante” e “autonomizzante” della coppia genitoriale.

Ogni bambino nutre un desiderio incestuoso, di godimento compulsivo, “uniano”, che lo porta a sostituirsi al padre per diventare l’oggetto fallico del godimento della madre.

«Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro» scrive Lacan, e per il bambino l’Altro primario è la madre, luogo di nutrimento ma anche di possibile prigionia.

Essere mamma è fisiologico, diventare madre è, invece, una grande conquista!

Essere madre non coincide col diventarlo davvero. Diventare madre è una conquista difficile, dolorosa, simbolica, costellata di continui tagli e ritiri dalla scena.

Sa essere madre chi ha la capacità di mortificare il proprio godimento per salvare il figlio dalle catene dell’amore fusionale e imprigionante.

Una madre sa che deve “mortificare” il suo godimento incestuoso per liberare prima possibile il figlio, donandogli contemporaneamente sia le RADICI che le ALI.

Ma una madre sa separarsi serenamente dal figlio, senza intrappolarlo tra le sue fauci, solo se non abdica al suo essere donna, moglie e professionista.

Una donna che rinuncia a tutto, per porre al centro del suo desiderio la relazione uniana col figlio, non fa altro che condannarlo alla patologia egolatrico-narcisistica, e contemporaneamente autocondannare se stessa ad una lenta autodistruzione.

Una donna che si annulla per essere una “mamma presente” spesso non si rende conto dei suoi eccessi.

Si trasforma così in mamma scaldasonno, mamma sveglia, mamma cuoca, mamma maga, mamma cameriera, mamma insegnante, mamma taxi, mamma psicologa, mamma infermiera, mamma avvocato, mamma GPS…

Ma più diventa tutto, più il figlio perde la possibilità di diventare qualcuno.

«Amare non è colmare, ma aprire un vuoto» scriveva Rilke, perché da quel vuoto nasce il desiderio. E senza quel “vuoto fertile” - come lo definisce la filosofia orientale - la vita si appiattisce e muore.

Ma affinché una donna non commetta questi errori, e non abdichi alla sua dimensione femminile, ripiegandosi completamente sul figlio, è necessaria la presenza di un grande uomo accanto a lei, di un uomo che la “tiri” verso l’amore di coppia e funga da virile “tagliere” di quei mortiferi cordoni emozionali che come catene rischiano di imprigionare madre e figlio.

Un uomo con le “s-palle” larghe ricorda costantemente, con la sua efficace presenza “reale e simbolica”, che una madre è anche moglie e donna, e che un figlio ha bisogno della sua autonomia e libertà fin dai primi mesi di vita.

È il “nome del padre” che con la sua cesoia opera il TAGLIO SIMBOLICO, liberando madre e figlio dal godimento incestuoso e mortifero.

E non ha paura di farlo con forza, poiché sente che da quel taglio dipende la “vita” di tutti.

Ma non basta che il padre sia “fisicamente” presente, ma è necessario che egli si installi sul piano simbolico proprio come “nome del padre“, capace di stimolare il processo di separazione materno e promuovere l’autonomia del figlio.

La sua deve essere una presenza di qualità, sia come Marito che come Padre.

«Il “nome del padre” non uccide il desiderio, lo rende possibile» ricorda Recalcati.

Il padre non è colui che comanda, ma colui che - con la sua presenza amorevole e allo stesso tempo autorevole- separa.

Quel taglio è doloroso, ma è generativo. «Ogni nascita autentica passa da una perdita» diceva Hegel, e senza perdita non c’è soggetto, non c’è libertà, non c’è vita.

Se le madri reggono il mondo, gli uomini sono chiamati a reggere l’ordine simbolico che permette al mondo di non collassare.

Guai quando un uomo è assente, evanescente, impaurito dal conflitto, incapace di sostenere la funzione del limite. Perché quando il padre non agevola il taglio, il figlio resta incastrato.

Le conseguenze di una risoluzione edipica fallita sono purtroppo traumatiche e durature. Il bambino che resta legato al desiderio materno faticherà a diventare adulto, cercherà relazioni simbiotiche, confonderà l’amore con il possesso, il legame con la dipendenza.

«Chi non si separa non può amare» ci ricorda la pratica clinica ogni giorno.

Educare, allora, non è proteggere all’infinito, ma avere il coraggio di perdere il figlio per restituirlo alla vita. È questo l’atto più elevato dell’amore.

Se le madri reggono il mondo, gli uomini sono chiamati a reggere l’universo intero, affermandone gli equilibri e ricordandone le leggi che lo governano.

Un padre e una madre sono come meravigliosi giardinieri che piantano alberi alla cui ombra non siederanno mai.

Purtroppo mi rendo conto che, nella maggior parte dei percorsi di psicoterapia, tante problematiche primarie - legate ai cosiddetti “significanti padroni” come li chiamava Lacan, o a quei “traumi dell’infanzia” di Kleiniana memoria - hanno origine proprio da una stagione edipica non risolta.

Un bambino che rimane incastrato nel desiderio della madre farà una immane fatica a trovare il suo equilibrio e la sua adultità, tendendo da adulto a creare relazioni simbiotiche e tossiche, senza mai riuscire ad amare in modo empatico e oblativo.

Dott. Carmelo Impera Pedagogista, Psicologo e Psicoterapeuta

12/12/2025

I figli non sono responsabili della felicità dei genitori, i quali in quanto adulti dovrebbero avere le capacità per soddisfare autonomamente i propri bisogni.

Quante persone sono in terapia perché hanno dei genitori inconsapevoli delle proprie dipendenze e ferite?

09/12/2025

I genitori che non hanno consapevolezza dei loro traumi fisici ed emotivi, delle loro ferite e dell'esistenza di un bambino interiore da rispettare e amare, rischiano di instaurare relazioni traumatiche e disfunzionali con i propri figli, i quali si ritroveranno ad essere dipendenti, infelici e spesso portatori di sintomi psicofisici per esprimere tramite il corpo sofferenze non verbalizzabili.

I GENITORI CHE NON HANNO RICEVUTO SUFFICIENTE NUTRIMENTO EMOTIVO DA PICCOLI, SE LO ASPETTERANNO DAI PROPRI FIGLI O LO PRETENDERANNO IN MODO DISFUNZIONALE DAI PARTNER.

Immaginiamo una mamma che non abbia nella vita altri scopi, interessi se non essere mamma.
Si renderà indispensabile, sceglierà per i figli, farà tutto lei per tutti, rinfacciando di non avere tempo per altro, se i figli andranno via minaccerà scenari catastrofici di malattie o di situazioni di pericolo nelle quali si troverà (accade lo stesso anche se ha un partner o un marito).

Allo stesso modo un padre incastrato nei propri traumi potrà essere molto assente emotivamente, violento, fare uso smodato di alcol o considerare moglie e figli come oggetti di sua proprietà, suo quali avere diritto di vita o di morte.

Se i genitori non si rendono indipendente i figli non si potranno staccare, sentiranno sempre che la loro missione personale non può essere portata a termine, perché si teme di lasciare da sola la mamma con il papà violento... di esempi ce ne sono infiniti.

Allora si rinuncia all'Università lontana da casa, al lavoro dei nostri sogni all'estero, si scarteranno i legami affettivi profondi, per restare fedeli al nostro ruolo di piccole salvatrici o piccoli salvatori...senza pensare che nel frattempo noi ci siamo annullati, messi in standby....

Ci sono genitori che in modo sottile trasmettono il messaggio:" Io vivrò attraverso te. Tu realizzerai ciò in cui io ho fallito".
Tutto questo crea un macigno di piombo sulla vita dei figli, i quali per rendere i genitori felici, per non deluderli si infilano in scelte non sentire, non volute... Una pericolosa inversione dei ruoli in cui i figli devono soddisfare i bisogni dei genitori e farsi carico della loro felicità...

I GENITORI man mano dovrebbero spostarsi sullo sfondo e donare ai figli la libertà di vivere e scegliere. Altrimenti creano un senso di impotenza difficile da riconoscere e sciogliere.

Mi vengono in mente delle frasi:

_ Io ho scelto la facoltà d'Ingegneria perché mio padre non aveva i soldi per poterla frequentare, ma ad ogni esame mi sentivo morire dentro. Nonostante tutto mi sono laureato con il massimo dei voti ma il minimo della gioia.
- "Mia madre mi diceva sempre finché ci sarai tu in questa casa la mia vita avrà uno scopo, cucinerò per te, laverò i tuoi vestiti...
Non darmi il dispiacere di lasciarmi sola, ho fatto tanto per te".
Giulia si sentiva in trappola ma non sapeva come uscirne.
Le richieste della madre sono diventate sempre più minacciose.
"Se non ritorni per pranzo non mangio, non cucino se sono da sola.
Se non mi accompagni tu dal medico continuerò a stare male, ma non ci andrò"...
Questi rapporti simbiotici sono sempre tossici, avvelenano, creano dipendenza e insicurezze. BISOGNA TROVARE IL CORAGGIO DI CRESCERE, I GENITORI POI UN MODO PER CAVARSELA LO TROVERANNO.

(Utilizzo nomi di fantasia e il discorso vale sia per le madri che per i padri. Quanto scritto non è una critica o un giudizio, ma un aiuto per aumentare la propria consapevolezza).

Dott.ssa Annarita Bavaro
annaritabavaro84@gmail.com

18/11/2025

La madre narcisista non ama: possiede o distrugge
Dietro il suo sorriso perfetto c’è un bisogno disperato di controllo.
Ti veste come vuole lei, ti parla come se fossi una sua estensione, ti fa sentire in colpa ogni volta che provi a respirare da solo.
Ti insegna che il suo amore va meritato.
Che la tua voce vale solo se ripete la sua.
Che essere te stesso è un tradimento.
Ma la verità è questa: non sei nato per riempire il suo vuoto.
Non devi guarire le sue ferite né portare sulle spalle il suo ego fragile.
Liberarsi da una madre narcisista non significa mancarle di rispetto.
Significa scegliere finalmente di rispettare te stesso.

Avv. Luana Sciamanna

17/11/2025

ALLE RADICI DEL DISAGIO PSICOLOGICO IN ETÀ EVOLUTIVA – ERRORI DA EVITARE

Visto il numero davvero impressionante di persone che ieri sera non sono riuscite a entrare al Teatro La Fenice di Osimo — sold out in pochissimo tempo — ho deciso di riportare qui una sintesi del mio intervento.
Il tema affrontato tocca da vicino moltissime famiglie e mi sembra doveroso renderne accessibili i passaggi principali anche a chi non è riuscito a trovare posto.
Di seguito, dunque, ripercorro i punti essenziali della serata, certa che possano essere di interesse per tutti voi che mi seguite con grande attenzione e partecipazione.
Quando parliamo di disagio psicologico in età evolutiva dobbiamo liberarci subito da una falsa credenza: i bambini non sono “piccoli adulti”, non hanno gli strumenti che abbiamo noi per dare un nome alle loro ferite interiori.

Non spiegano, mostrano.

Non argomentano,mettono in scena.

E spesso, lo fanno in silenzio.
Il disagio non arriva mai all’improvviso, matura piano, si insinua nelle crepe della quotidianità, si alimenta di microtraumi, incoerenze educative, conflitti irrisolti. Cresce in quelle zone d’ombra che gli adulti non guardano, o che preferiscono non vedere.

La radice profonda del malessere, quasi sempre, si trova nella qualità del legame primario.

Un legame insicuro, instabile o emotivamente altalenante non genera semplicemente ansia, genera bambini iperadattati, bambini che imparano presto a “fare i bravi” perché temono di perdere l’amore dell’adulto.
Sono bambini che sembrano perfetti, ordinati, autonomi… ma è un equilibrio costruito sulla paura, non sulla fiducia.

Quando vedi un bambino che non sbaglia mai, chiediti sempre: a quale prezzo?

Accanto a questo, c’è la scuola, un ecosistema potentissimo che spesso intercetta i primi segnali. Un calo improvviso del rendimento, l’isolamento durante l’intervallo, l’aggressività che esplode in classe: tutto questo non parla di “cattiva educazione”, parla di un malessere che non trova parole, e quindi cerca spazio nel comportamento.
I segnali d’allarme sono tanti, evidenti e, allo stesso tempo, facilissimi da ignorare.

Ci sono segnali comportamentali: il bambino che cambia personalità nel giro di pochi mesi; quello che si ritira, quello che diventa oppositivo, quello che regredisce e ricomincia a fare la p**ì a letto o a non voler più dormire da solo.

Ci sono reazioni emotive sproporzionate: crisi di rabbia che sembrano capricci, ma che in realtà sono collassi emotivi di chi non ha più spazio dentro di sé per contenere ciò che prova.

Ci sono indicatori sociali: l’isolamento, la selettività estrema nei rapporti, l’esclusione dai pari, o al contrario la fusione totale con gruppi virtuali che diventano l’unico rifugio possibile.

E poi c’è il corpo, che nei più piccoli è sempre il primo a parlare: mal di pancia, mal di testa, nausea, sintomi ricorrenti che sembrano “niente”, ma che di niente non hanno proprio nulla.

I bambini hanno un linguaggio segreto: quello dei sintomi.

Ed è un linguaggio che chiede disperatamente traduzione.
Ma l’ostacolo più grande non è il disagio dei bambini, sono gli errori degli adulti.
La minimizzazione è il primo.

Quante volte sentiamo dire “passerà”, “è solo stanchezza”, “fa così da un po’, ma poi si calma”?

Ogni volta che un adulto minimizza, il disagio si sedimenta, mette radici, diventa stabile.

Il secondo errore è proiettare.

Spesso gli adulti non guardano il bambino: guardano le loro aspettative.

“Devi essere forte”, “non devi avere paura”, “non devi piangere”.

Ogni “tu devi” è un colpo inferto alla possibilità di autenticità emotiva.
Il terzo errore è la confusione tra disciplina e controllo.

La disciplina educa, il controllo mutila.

Il risultato? Bambini che rispettano le regole fuori, ma dentro si sentono costantemente sbagliati.

Infine, c’è la tecnologia usata come anestetico.

Un tablet messo in mano a un bambino che piange è un cortocircuito educativo: gli insegna che ciò che sente non va ascoltato, ma zittito.

E allora, come facciamo davvero a individuare il disagio?

Servono tre osservazioni fondamentali:

frequenza, intensità, persistenza.

Un comportamento diventa significativo quando cresce in almeno due di queste tre dimensioni.

Non basta un giorno difficile. Ma se quel giorno difficile diventa una settimana, un mese, una fase che non si spiega… allora il campanello è forte e chiaro.

Dobbiamo osservare il bambino in quattro ambienti:

– casa

– scuola

– relazioni tra pari

– mondo digitale

Se un segnale appare in almeno due contesti, non è più un episodio: è un indicatore.
Serve poi imparare a fare domande che aprono mondi:

“Qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà?”

“Se il tuo corpo parlasse, cosa direbbe oggi?”

“Cosa vorresti che gli adulti capissero di te?”

I bambini rispondono, sempre. Ma bisogna parlare la loro lingua.

E c’è un criterio semplice, quasi matematico:

se compaiono almeno tre categorie di segnali (comportamentali, emotivi, relazionali, somatici), è necessario un approfondimento clinico.

Non domani.

Non tra due mesi.

Ora.

Cosa possiamo fare davvero?

Prima di tutto, creare terreno di sicurezza.

I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, hanno bisogno di adulti prevedibili, coerenti, presenti.

Poi dobbiamo aiutarli a nominare le emozioni, perché si regola solo ciò che si sa chiamare. “Ti vedo agitato”, “vedo che sei triste”, “sembri preoccupato”: sono frasi semplici, ma sono finestre che si aprono dentro un bambino.

Dobbiamo abbandonare il mito del “se lo ignoro, passa”: il disagio ignorato oggi diventa un sintomo complesso domani.

E dobbiamo smetterla di accusare la scuola, o di aspettarci che risolva tutto da sola: la scuola è un alleato, non un colpevole.

E poi c’è il momento più difficile ossia riconoscere quando serve aiuto.

Quando il disagio supera le risorse della famiglia.

Quando il bambino regredisce, quando si isola, quando esplode o implode.

Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di tutela.

Perché un bambino che soffre non chiede mai aiuto a caso.

Il disagio psicologico dei bambini non è un “problema”: è un messaggio.

E ogni messaggio ignorato lascia una cicatrice.

Il nostro compito, come adulti, è intercettarlo prima che si trasformi in comportamento disfunzionale, in rabbia, in isolamento, in autodenigrazione.

Non servono supereroi.

Servono adulti che ascoltano.

Che guardano.

Che non si spaventano di fronte alle emozioni, ma le attraversano insieme ai bambini.

Perché un bambino visto, ascoltato, accolto… è un bambino che può guarire.

E la differenza tra una vita segnata dal disagio e una vita che trova un equilibrio comincia sempre da qui, dall’attenzione.Dall’ascolto. Dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

18/10/2025

Esiste nel mio subconscio una donna vestita di latex con uno stivale a punta tacco 12. L’ho creata io. È forte e molto coraggiosa e muscolosa. Sorride poco ed è pronta a qualunque cosa pur di proteggere qualcuno che fino ad oggi non sapevo neanche esistesse ancora. Durante una terapia con la mia psicologa,ho visualizzato un garage, aprendolo c’era lei davanti a me con le braccia conserte. Subito non voleva farmi entrare, ma quando gli ho chiesto con gentilezza di farmi vedere cosa c’era dentro a quel garage, mi ha fatto segno di guardare in fondo nel buio. Scorgo una sedia di legno un pò vintage…anni 80, sulla quale c’è seduta una piccola bimba di circa 4 anni rannicchiata. Sono io. Si tiene le gambe con le braccia e se le stringe forte. Mi guarda e non parla. È molto piccola e ha lo sguardo triste. Le faccio segno di ve**re da me e a quel punto piano piano scende dalla sedia e si fa abbracciare da me. Le lacrime mi scorrono sul volto ed escono incontrollate. Come se fosse un dolore che ho rimosso, che arriva da dentro, dal profondo. Per quanti anni l’ho lasciata lì? Non le ho mai dato retta. Per ora ho ancora paura a chiederle perché fosse così triste. Ho creato una super me potente a proteggerla, ma l’ho chiusa dentro. Ora la sto abbracciando e le ho regalato una collana con un cuore a ciondolo. Le ho detto che questo cuore la proteggerà e che diventerà una donna forte, buona e che avrà una vita piena di soddisfazioni. Le ho detto di non avere paura e di non sentirsi in colpa perché lei non ha colpe. Non ci crede ancora del tutto…ma il primo passo l’ho fatto. Ora ogni tanto la visualizzo e le chiedo cosa vorrebbe fare. Cerco di seguire le sue richieste , i suoi bisogni che ho ignorato per tanto tempo…è un viaggio incredibile e vi consiglio di farlo. Ognuno di noi ha dentro un bambino o una bambina che desidera essere vista finalmente proprio da voi stessi. Altrimenti sarete sempre in richiesta di attenzioni che arrivano da fuori. Sistemiamo i bambini che abbiamo dentro e la vita prenderà una forma molto più luminosa. Amarci ci rende forti
Love u ❤️

15/10/2025

Ricevo molto spesso richieste da parte vostra di affrontare temi specifici che riguardano lo sviluppo della personalità narcisistica e mai come in quest’epoca diventa importante avere chiari alcuni passaggi fondamentali.

Ecco perché rispondo qui a tutti coloro che desiderano capire quali sono le tappe che segnano la formazione di una personalità narcisistica e quali indicatori, già nell’infanzia e nell’adolescenza, devono farci drizzare le antenne, prima che sia troppo tardi.

La storia di Ravenna ci insegna che questo tipo di personalità cresce nel silenzio, nella frustrazione e nella parte più oscura dell’egocentrismo.

Non nasce mai dal nulla, si costruisce lentamente, dentro relazioni genitoriali disfunzionali, dove l’amore smette di essere un nutrimento e diventa uno strumento di potere o di controllo.

I principali stili genitoriali che possono favorire lo sviluppo di una personalità narcisistica
1. Il genitore iper-idealizzante (o narcisista riflessivo)
È quello che vede nel figlio un’estensione del proprio ego. Lo carica di aspettative, lo investe di un ruolo che non gli appartiene: “Tu devi essere il migliore, devi realizzare ciò che io non ho potuto.”
In questo contesto, l’amore diventa condizionato alla performance. Il bambino impara che vale solo se brilla, se primeggia, se soddisfa l’immagine perfetta che il genitore proietta su di lui.
Da adulto svilupperà un bisogno costante di ammirazione e una paura devastante del fallimento.
2. Il genitore svalutante o punitivo
È quello che annienta l’autostima del figlio, con critiche continue, ironia tagliente, umiliazioni sottili o aperte.
Il messaggio implicito è: “Non sei mai abbastanza.”
Il bambino cresce oscillando tra vergogna e rabbia, e impara a difendersi costruendo un’immagine di sé grandiosa ma fragile.
Da adulto tenderà a dominare per non sentirsi dominato, e a distruggere prima di rischiare di essere ferito.
3. Il genitore assente o emotivamente anaffettivo
Qui non ci sono né ideali né punizioni, c’è il vuoto.
L’assenza di sguardo, di calore, di conferma identitaria, produce nel bambino una fame d’amore non saziata.
È da quel vuoto che nasce il bisogno patologico di essere notato, visto, ammirato.
L’amore, per queste persone, non è mai vissuto come reciprocità, ma come fame di attenzione e controllo.
4. Il genitore incoerente o manipolativo
È colui che alterna carezze e colpi, che oggi idealizza e domani umilia, che usa il senso di colpa come leva per controllare.
In questo clima emotivo il bambino non impara a fidarsi: vive costantemente in allerta.
Da adulto svilupperà un attaccamento ambivalente, con dinamiche relazionali basate sulla seduzione, la manipolazione e la paura dell’abbandono.

Indicatori precoci da non ignorare
• Bisogno costante di essere al centro dell’attenzione.
• Intolleranza alla frustrazione o al “no”.
• Tendenza a colpevolizzare gli altri per i propri errori.
• Scarsa empatia e difficoltà a riconoscere le emozioni altrui.
• Forte competitività e paura di non essere “il migliore”.
• Reazioni di rabbia sproporzionate di fronte a critiche o limiti.

Una personalità narcisistica non nasce dal nulla, ma da un modello relazionale in cui l’amore diventa transazione, la stima è condizionata e la vulnerabilità è bandita.
Educare un figlio all’empatia, alla frustrazione, alla reciprocità emotiva e al rispetto dei limiti è l’unico antidoto reale contro questa deriva.

Perché se non si insegna a un bambino a gestire la delusione e la frustrazione, un giorno diventerà un adulto che cercherà di distruggere tutto ciò che non riesce a controllare.

20/09/2025

Dalla FERITA narcisistica al Disturbo Narcisistico di Personalità

Il terreno di origine: l’INFANZIA

Ogni disturbo di personalità ha radici precoci. Nel caso del narcisismo patologico, l’elemento scatenante è la cosiddetta ferita narcisistica:
• Un bambino esposto troppo presto al giudizio, alla vergogna o alla derisione.
• Oppure un bambino ridotto a proiezione dei desideri del genitore, trattato come un’estensione e non come un individuo.
• Talvolta, il contrario: un’idealizzazione eccessiva (“sei speciale, invincibile, superiore”) che nega comunque al bambino la possibilità di sentirsi autentico.

In entrambi i casi, il messaggio implicito è lo stesso: “Non vali per ciò che sei, ma solo per ciò che rappresenti per me o per gli altri.”

La ferita narcisistica

La ferita nasce nel momento in cui il Sé del bambino viene colpito da un insulto profondo alla sua dignità:
• Vergogna tossica: sentirsi esposto, ridicolizzato, tradito nel bisogno di protezione.
• Senso di invisibilità: non essere riconosciuto, non esistere nello sguardo dell’altro.
• Confusione identitaria: non capire se ciò che sente è legittimo, perché il genitore lo nega o lo manipola.

La ferita non è un singolo episodio, ma un pattern ripetuto, che lascia cicatrici nella costruzione del Sé.

Meccanismi di difesa precoci

Per sopravvivere, il bambino impara presto a non sentire, a costruire una corazza:
• Scissione: separare il Sé fragile (nascosto e vulnerabile) da un Sé apparente (forte, brillante, ammirato).
• Negazione: cancellare il dolore interno sostituendolo con l’immagine di forza.
• Iperadattamento: cercare di essere ciò che gli altri vogliono, a costo di smarrire la propria autenticità.

Nasce così il falso Sé, un guscio scintillante costruito per difendere la ferita.

L’adolescenza: il bisogno di conferma

Con la crescita, quel falso Sé viene investito di energia:
• Compulsione a ottenere approvazione, successo, ammirazione.
• Difficoltà a tollerare critiche, frustrazioni, insuccessi (che risvegliano la ferita primordiale).
• Relazioni già caratterizzate da dinamiche di potere, controllo e manipolazione.

Ogni critica, ogni abbandono, ogni fallimento diventa una riattivazione della ferita originaria: il dolore che il narcisista farà di tutto per negare, restituendolo all’altro sotto forma di aggressività, svalutazione, indifferenza.

Età adulta e la cristallizzazione del disturbo

Se queste dinamiche non vengono elaborate, si struttura il Disturbo Narcisistico di Personalità:
• Grandiosità: convinzione di essere speciale, superiore, unico.
• Dipendenza dallo sguardo altrui: senza approvazione esterna, il Sé crolla.
• Assenza di empatia autentica: l’altro non è un soggetto, ma un oggetto funzionale.
• Relazioni distruttive: oscillazione continua tra idealizzazione e svalutazione.
• Vulnerabilità estrema: dietro la corazza, un vuoto abissale.

Il paradosso finale

Il narcisista vive prigioniero del suo stesso meccanismo difensivo:
• Ha costruito un’armatura per non soffrire, ma quell’armatura lo condanna all’eterna ricerca di un applauso che non basta mai.
• La sua ferita originaria non guarisce, ma viene continuamente alimentata da relazioni fallimentari e da un bisogno ossessivo di conferme.

Dietro la maschera della forza, c’è un bambino che non è mai stato visto davvero.

Roberta Bruzzone

11/09/2025

Quando dici al tuo bambino che non puoi vivere senza di lui.... quando, seppur cresciuto, lo tieni al guizaglio perché ti senti sola e non sai affrontare la tua quotidianità senza appoggiarti su di lui......... quando lo fai sentire in colpa perché si allontana ricordandogli che tu hai speso tutte le tue energie per crescerlo......quando lo soffochi abituandolo a dormire con te senza che lui possa costruire la sua autonomia emotiva ed esistenziale..... quando lo punisci ogni qual volta tu ti senta "tradita" come fosse tuo marito.... ....sappi che, quando lui crescerà e inizierà a controllare una donna idealizzandola e poi sminuendola e poi maltrattandola perché non si comporta assecondando unicamente i suoi bisogni (e perché non può concedersi di odiare te) ......., beh sappi che tuo figlio sarà cresciuto a tua immagine e somiglianza e che la tua "opera" educativa morbosa....... si sarà espressa ai massimi livelli.

Illustrazione: Diana Saravia Art

10/09/2025

Molti di noi sono cresciuti con modelli primari da cui hanno appreso a non amarsi, non farsi rispettare, non darsi un valore, sentirsi inferiori, colpevoli, inadeguati, derisi, sottomessi, dipendenti, insicuri, impauriti.
E, spesso, ci è stato insegnato che le nostre sensazioni e questi nostri stati d'animo erano "normali", che era normale tutto ciò che avvertivamo, col rischio di lasciarci in balia di noi stessi.
Tutto leggittimato.

Abbiamo sempre creduto in quella nostra condizione di larve.

Non c'è stata data la consapevolezza di esserci "costruiti" e mantenuti come oggetti in balia degli altri, come persone carenti, affettate, bucate, divise, complessate, limitate, soggiogate, senza speranza.

Tutto ciò accade quando i modelli di riferimento a cui, da bambini, ci affidiamo naturalmente sono rappresentati da persone immature, spaventate e spaventanti, autoritarie, insensibili, controllanti, indisponibili, egoriferite, e che abusano del loro potere personale.

Non avevamo scampo.

Non avevamo la benché minima possibilità di comprendere ne' loro, né noi stessi.

C'è chi, da adulto, ossessivamente si da' la colpa di non aver reagito in tempi utili...

La verità è che non esistevano le condizioni per poter crescere diversamente.

È inesorabile diventare persone bucate, manchevoli, solitarie, conflittuate, angosciate ed angoscianti....e tanto altro.

Ritenere di avere delle colpe (anche in età più avanzata) significa essere rimasti nel Sistema del "Carnefice" che ci addestrava all'autocolpevolizzazione: così lo facciamo "vincere", ancora.

Intendiamoci, quel tipo di genitori può non essere consapevole della propria negligenza, violenza, degli abusi, dell' ostinazione a rimarcare il proprio potere ogni santo giorno.

Ma, ne sarà responsabile a vita.

Essere stati allevati come persone che non si rendono conto di Vivere, immersi nel terrore, che non sono conscie di comportarsi in modo disfunzionale, di avere dei limiti enormi, di non riuscire a raggiungere certi obiettivi necessari e di scaricare sugli altri la propria frustrazione e coazione a ripetere è, inizialmente, una sorta di condanna.

La cosa più bella, buona, positiva che ci possa capitare a questo punto è di imbatterci in qualcuno o qualcosa che ci apra gli occhi e ci mostri che tutta quella problematicità non è inesorabile, né cronica, né eterna e né una punizione.

Non importa per quanto tempo siamo stati immersi nelle sabbie mobili, da soli, senza una protezione cadendo tante volte a faccia in giù, alla berlina di chi si approfittava dei nostri disagi... incalzando.

Ciò che conta davvero è fare esperienza di qualcuno o qualcosa che ci consenta di cicatrizzare tutto, dimenticare l' ostinazione del rivangare e vivere nel passato, e, come diceva Alice Miller, andare a scoprire la propria Verità, ossia... tutte le radici del nostro "albero", circoscriverle, riconoscere in quali "terreni" malsani sono state piantate e hanno germogliato.

VEDERE non soltanto con gli occhi.

E, magari, dialogare con il Bambino Ferito che siamo stati e dire, ad esempio,

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Corso Stamira N 24
Ancona
60121

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