15/12/2025
LA SINDROME DELLA MAMMA COCCODRILLO
e del papà evanescente…
Ci sono bambini che rimangono incastrati nell’Edipo materno, divorati dal desiderio insaziabile di una “mamma coccodrillo” - così come la definiva Lacan - che uccide il figlio ingoiandolo tra le sue grandi fauci.
Nessun bambino, infatti, si separerebbe dalla madre in modo “naturale”, se non venisse aiutato dall’atteggiamento “svezzante” e “autonomizzante” della coppia genitoriale.
Ogni bambino nutre un desiderio incestuoso, di godimento compulsivo, “uniano”, che lo porta a sostituirsi al padre per diventare l’oggetto fallico del godimento della madre.
«Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro» scrive Lacan, e per il bambino l’Altro primario è la madre, luogo di nutrimento ma anche di possibile prigionia.
Essere mamma è fisiologico, diventare madre è, invece, una grande conquista!
Essere madre non coincide col diventarlo davvero. Diventare madre è una conquista difficile, dolorosa, simbolica, costellata di continui tagli e ritiri dalla scena.
Sa essere madre chi ha la capacità di mortificare il proprio godimento per salvare il figlio dalle catene dell’amore fusionale e imprigionante.
Una madre sa che deve “mortificare” il suo godimento incestuoso per liberare prima possibile il figlio, donandogli contemporaneamente sia le RADICI che le ALI.
Ma una madre sa separarsi serenamente dal figlio, senza intrappolarlo tra le sue fauci, solo se non abdica al suo essere donna, moglie e professionista.
Una donna che rinuncia a tutto, per porre al centro del suo desiderio la relazione uniana col figlio, non fa altro che condannarlo alla patologia egolatrico-narcisistica, e contemporaneamente autocondannare se stessa ad una lenta autodistruzione.
Una donna che si annulla per essere una “mamma presente” spesso non si rende conto dei suoi eccessi.
Si trasforma così in mamma scaldasonno, mamma sveglia, mamma cuoca, mamma maga, mamma cameriera, mamma insegnante, mamma taxi, mamma psicologa, mamma infermiera, mamma avvocato, mamma GPS…
Ma più diventa tutto, più il figlio perde la possibilità di diventare qualcuno.
«Amare non è colmare, ma aprire un vuoto» scriveva Rilke, perché da quel vuoto nasce il desiderio. E senza quel “vuoto fertile” - come lo definisce la filosofia orientale - la vita si appiattisce e muore.
Ma affinché una donna non commetta questi errori, e non abdichi alla sua dimensione femminile, ripiegandosi completamente sul figlio, è necessaria la presenza di un grande uomo accanto a lei, di un uomo che la “tiri” verso l’amore di coppia e funga da virile “tagliere” di quei mortiferi cordoni emozionali che come catene rischiano di imprigionare madre e figlio.
Un uomo con le “s-palle” larghe ricorda costantemente, con la sua efficace presenza “reale e simbolica”, che una madre è anche moglie e donna, e che un figlio ha bisogno della sua autonomia e libertà fin dai primi mesi di vita.
È il “nome del padre” che con la sua cesoia opera il TAGLIO SIMBOLICO, liberando madre e figlio dal godimento incestuoso e mortifero.
E non ha paura di farlo con forza, poiché sente che da quel taglio dipende la “vita” di tutti.
Ma non basta che il padre sia “fisicamente” presente, ma è necessario che egli si installi sul piano simbolico proprio come “nome del padre“, capace di stimolare il processo di separazione materno e promuovere l’autonomia del figlio.
La sua deve essere una presenza di qualità, sia come Marito che come Padre.
«Il “nome del padre” non uccide il desiderio, lo rende possibile» ricorda Recalcati.
Il padre non è colui che comanda, ma colui che - con la sua presenza amorevole e allo stesso tempo autorevole- separa.
Quel taglio è doloroso, ma è generativo. «Ogni nascita autentica passa da una perdita» diceva Hegel, e senza perdita non c’è soggetto, non c’è libertà, non c’è vita.
Se le madri reggono il mondo, gli uomini sono chiamati a reggere l’ordine simbolico che permette al mondo di non collassare.
Guai quando un uomo è assente, evanescente, impaurito dal conflitto, incapace di sostenere la funzione del limite. Perché quando il padre non agevola il taglio, il figlio resta incastrato.
Le conseguenze di una risoluzione edipica fallita sono purtroppo traumatiche e durature. Il bambino che resta legato al desiderio materno faticherà a diventare adulto, cercherà relazioni simbiotiche, confonderà l’amore con il possesso, il legame con la dipendenza.
«Chi non si separa non può amare» ci ricorda la pratica clinica ogni giorno.
Educare, allora, non è proteggere all’infinito, ma avere il coraggio di perdere il figlio per restituirlo alla vita. È questo l’atto più elevato dell’amore.
Se le madri reggono il mondo, gli uomini sono chiamati a reggere l’universo intero, affermandone gli equilibri e ricordandone le leggi che lo governano.
Un padre e una madre sono come meravigliosi giardinieri che piantano alberi alla cui ombra non siederanno mai.
Purtroppo mi rendo conto che, nella maggior parte dei percorsi di psicoterapia, tante problematiche primarie - legate ai cosiddetti “significanti padroni” come li chiamava Lacan, o a quei “traumi dell’infanzia” di Kleiniana memoria - hanno origine proprio da una stagione edipica non risolta.
Un bambino che rimane incastrato nel desiderio della madre farà una immane fatica a trovare il suo equilibrio e la sua adultità, tendendo da adulto a creare relazioni simbiotiche e tossiche, senza mai riuscire ad amare in modo empatico e oblativo.
Dott. Carmelo Impera Pedagogista, Psicologo e Psicoterapeuta