14/12/2025
Denunciare o chiedere aiuto?
Una lettura clinico–forense del rischio.
Nel dibattito pubblico sulla violenza nelle relazioni intime ricorre spesso una contrapposizione fuorviante: “denunciare o chiedere aiuto”.
Dal punto di vista clinico–forense, questa dicotomia non regge.
La letteratura scientifica e le linee guida internazionali sul rischio di recidiva e di esiti letali nelle situazioni di violenza domestica indicano con chiarezza che la pericolosità non coincide con il dolore della separazione, ma con specifici indicatori di rischio osservabili e valutabili.
Strumenti di risk assessment validati (come SARA, Danger Assessment, DASH) mostrano che l’escalation violenta è associata, tra gli altri, a:
precedenti episodi di violenza fisica o sessuale, minacce di morte o di suicidio, comportamenti di controllo coercitivo, gelosia patologica e convinzioni di possesso, abuso di sostanze, violazioni di precedenti prescrizioni, scarsa capacità di mentalizzazione e regolazione emotiva, tratti di personalità disfunzionali o psicopatologia grave.
In questi quadri, il ricorso tempestivo all’autorità giudiziaria non è un atto “provocatorio”, ma uno strumento di tutela previsto proprio per contenere il rischio.
Le misure cautelari non sono pensate come soluzione unica, ma come parte di un sistema multilivello di protezione, che include valutazione del rischio, monitoraggio, interventi psicosociali e, quando possibile, trattamenti specialistici per gli autori di violenza.
È clinicamente e forensicamente scorretto attribuire l’escalation violenta alla denuncia in sé.
Le evidenze indicano che la violenza grave e letale è preceduta da segnali chiari, spesso già presenti prima della separazione e indipendenti dalla modalità con cui essa viene affrontata.
Nei casi a rischio basso o moderato, percorsi di supporto relazionale e familiare possono essere appropriati.
Nei casi ad alto rischio, invece, ritardare l’intervento giudiziario in nome di una presunta “gestione del lutto della separazione” può esporre le vittime a pericoli significativi.
Il punto non è scegliere tra giustizia e cura, ma integrare valutazione clinica, strumenti di risk assessment e decisioni di tutela.
Ridurre la complessità a una contrapposizione morale tra “buoni” e “cattivi” o a una lettura esclusivamente emotiva del conflitto rischia di oscurare ciò che davvero salva vite:
la capacità di riconoscere il rischio e intervenire in modo proporzionato e tempestivo.
La prevenzione efficace della violenza richiede:
competenze cliniche specifiche, strumenti di valutazione validati, reti territoriali funzionanti, e un dialogo costante tra ambito sanitario, sociale e giudiziario.
Non si tratta di scegliere chi ha ragione.
Si tratta di ridurre il rischio, proteggere le persone vulnerabili e agire sulla base delle evidenze.