10/12/2025
Il bambino che sei stato
Il bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, una
formazione psichica complessa che abita la mia interiorità pur trasformandosi
nel tempo. Non è un semplice ricordo né un reperto statico dell’infanzia: è un
insieme dinamico di rappresentazioni di sé e dell’altro, inscritto nelle prime
esperienze corporee, nelle relazioni primarie e nei depositi affettivi che queste
hanno lasciato. È fatto di gesti, toni, sguardi, microtraumi e traumi veri e
propri, e proprio per questo continua a esercitare una forza inconscia, talvolta
silenziosa, talvolta dirompente. La sua presenza si manifesta nei territori in cui
la vita psichica resta più vulnerabile: nelle ansie di separazione, nei timori di
perdita, nelle difficoltà a sentire la continuità dell’esistere. Egli porta con sé
ciò che, nell’origine, non ha potuto essere mentalizzato: angosce primarie,
frammenti non simbolizzati, stati affettivi massivi ma ancora privi di forma
rappresentabile. È, al tempo stesso, custode della vitalità creativa, del gesto
spontaneo, della capacità di stupirsi e di amare senza riserve. Questo doppio
registro – ferita e potenzialità – rende il bambino interno una presenza
decisiva nell’economia del sé adulto. La formazione dinamica che deriva da
configurazioni infantili non elaborate costituisce un’evidenza clinica
trasversale ai diversi orientamenti psicodinamici. Stati affettivi intensi o
apparentemente sproporzionati, vulnerabilità nelle relazioni intime, acting-out
o coazioni a ripetere possono essere compresi come riattivazioni di nuclei
psichici originari rimasti in parte non mentalizzati. Il bambino interno, infatti,
non è una traccia mnestica, ma una struttura viva generata nelle prime
esperienze sensoriali e affettive. Le interazioni precoci con le figure di
accudimento plasmano mappe relazionali implicite che divengono, nel tempo,
rappresentazioni di sé e dell’altro. Le coazioni a ripetere non sono semplici
automatismi, ma tentativi inconsci di riscrivere la scena primaria: la
riproposizione di fallimenti antichi nel desiderio, mai del tutto estinto, di
riparare il danno originario. Poiché gran parte della vita psichica infantile è
preverbale, il corpo resta uno spazio privilegiato in cui il bambino interno
continua ad agire e manifestarsi. Accanto alle aree ferite, il bambino interno
conserva aspetti sani e vitali: il desiderio di esplorare, la creatività, la capacità
di stupore, l’investimento affettivo non difeso. Entrare in contatto con questa
dimensione richiede una consapevolezza adulta sufficientemente stabile da
sostenere regressioni controllate e processi profondi di risignificazione.
L’adulto diventa così la funzione che offre ciò che un tempo è mancato:
continuità, contenimento, sintonizzazione. È in questo incontro che parti
scisse della personalità possono finalmente essere collegate. Il bambino
interno non rappresenta una reliquia psicologica né un residuo romantico
dell’infanzia: è un interlocutore vivo della vita psichica, una presenza che
chiede ascolto e relazione. Quando la parte adulta riesce a dialogare con quella
infantile senza esserne colonizzata, la psiche acquista coesione, complessità e
autenticità. Molti fenomeni della vita emotiva adulta – regressioni improvvise,
reazioni affettive sproporzionate, difficoltà nelle relazioni intime o, al
contrario, slanci creativi inattesi – sono il riaffiorare di questi nuclei infantili
non pienamente mentalizzati. Fin dai primi giorni di vita ciascuno di noi
costruisce un archivio emotivo: un insieme di esperienze, sguardi, toni di
voce, sensazioni di essere tenuti oppure trascurati. Questo archivio non resta
nel passato: diventa una lente attraverso cui interpretiamo il mondo. Il
bambino interno è dunque la memoria viva di come il mondo è entrato in noi
per la prima volta. Ed è da questa luce che prende forma la possibilità di
trasformazione: la liberazione e l’integrazione di ciò che abbiamo appreso o
intuito dipendono dalla nostra capacità di accettare il ruolo di “genitore
interno” del nostro bambino del passato. C’è una parte di noi che non è mai
del tutto cresciuta, non perché sia rimasta infantile o immatura, ma perché le
prime esperienze emotive – quelle che abbiamo vissuto prima ancora di avere
parole – continuano a pulsare nel nostro mondo interno. La luce e la
liberazione di ciò che abbiamo appreso dipendono dalla nostra capacità di
accogliere questo compito. Se siamo in grado di accettare il ruolo di genitori
del nostro bambino interiore, possiamo vivere senza remore la nostra vita nel
tempo presente.