Dr Francesco Sansone

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24/02/2026

Quando il lutto non viene deposto il disturbo post.traumatico da stress

24/02/2026
Amore vero o possesso? La linea sottile del controlloL'amore sano si fonda su intimità, passione e impegno; il controllo...
18/02/2026

Amore vero o possesso? La linea sottile del controllo

L'amore sano si fonda su intimità, passione e impegno; il controllo nasce
invece da una ferita profonda della sicurezza emotiva.
Trasformare il tropismo negativo in positivo è un processo di “ricalibrazione
del radar” emotivo.
Il bisogno di controllare il partner spesso deriva da una bassa autostima e dalla
paura costante di non essere “abbastanza”.
In questo contesto, il controllo diventa un meccanismo di difesa per gestire
l’ansia dell’abbandono.
Ogni azione viene scrutata e criticata, portando la persona controllata a
dubitare delle proprie capacità.
L’uso della geolocalizzazione o la richiesta di accesso a messaggi e social
come prova d’amore conduce inevitabilmente a una domanda cruciale: amore
o possesso?
La distinzione tra amore e controllo è netta: il primo è un atto di libertà, il
secondo è un tentativo di placare l’ansia attraverso il possesso dell’altro.
Il bisogno di controllo non nasce dall’amore, ma da una mania alimentata
dall’insicurezza.
A differenza della gelosia sana, che è moderata e volta a proteggere la
relazione, quella patologica diventa un pensiero ossessivo che logora la
fiducia.
Si manifesta come un monitoraggio costante (messaggi, social, spostamenti)
nel tentativo di prevenire l’abbandono, trasformandosi in una forma di
ipervigilanza relazionale.
L’amore sano può essere descritto come uno spazio circolare in cui l’altro non
è un oggetto da possedere, ma un soggetto che aiuta a far emergere il meglio
di sé.
Il controllo patologico trasforma la cura in sorveglianza, spesso per sedare
ansie profonde o ferite di attaccamento.
Mentre in un amore sano il sintomo è assente, perché la relazione è un
catalizzatore di energia, nella psicopatologia il controllo diventa il sintomo
che tenta di “curare” un’angoscia più grande.
Spesso queste due figure si attraggono in quella che viene definita collusione
narcisista-dipendente:
uno ha bisogno di dominare per sentirsi vivo, l’altro di essere dominato per
sentirsi sicuro.
È un equilibrio perfetto nella sua tragicità. La domanda fondamentale diventa:
“Senza questa persona mi sento triste o mi sento distrutto e privo di identità?”
La tristezza è figlia del desiderio e dell’amore; la distruzione è figlia del
bisogno e della patologia.
Il primo passo è comprendere che l’urgenza che proviamo verso il partner non
riguarda quasi mai il presente, ma è spesso un’eco del passato.
Quale vuoto della mia infanzia sto cercando di riempire attraverso il controllo
o la sottomissione?
Il tropismo negativo rappresenta il “lato oscuro” della forza di gravità nelle
relazioni:
è quella spinta che ci trascina ciclicamente verso situazioni o partner che ci
fanno soffrire.
Il tropismo (termine mutuato dalla biologia) è la tendenza a essere attratti
proprio da ciò che è tossico, distruttivo o incompatibile con il nostro
benessere.
Preferiamo un dolore che conosciamo, perché familiare, a una felicità che ci è
ignota e che quindi ci spaventa.
Un amore sano può sembrare “noioso” a chi è abituato alle montagne russe del
tropismo negativo.
Smetti di lottare contro ciò che ti spaventa e investi tutto te stesso in ciò che ti
appassiona.
La paura si nutre della tua attenzione: ignorala e morirà di fame.
Scegli la gioia con decisione e il timore si dissolverà naturalmente.
Il tropismo è la memoria antica del nostro essere: una forza che ci orienta
prima ancora della volontà,
come se qualcosa in noi ricordasse la strada che la coscienza non ha ancora
imparato a vedere.

11/02/2026

Ieri l’annuncio: si è tenuta l’ultima puntata di Report, almeno per adesso.

A voi mancherà? Sperate di vedere altrove in TV ?

04/02/2026
Superiorità mentale delle donne e il femminicidioIl femminicidio costituisce un fenomeno complesso, radicato nell’inters...
04/02/2026

Superiorità mentale delle donne e il femminicidio

Il femminicidio costituisce un fenomeno complesso, radicato nell’intersezione
tra fattori culturali, relazionali e psicopatologici. Nonostante la sua rilevanza
sociale e clinica, esso continua a essere spesso spiegato attraverso categorie
semplificanti quali il raptus, la follia improvvisa o la perdita di controllo
pulsionale. Tali interpretazioni, oltre a non trovare solido supporto empirico,
contribuiscono a occultare le dinamiche strutturali della violenza e a
rafforzare lo stigma nei confronti della sofferenza psichica.
Una prospettiva clinica più fondata suggerisce che il femminicidio non sia un
evento improvviso, bensì l’esito finale di un processo psichico lungo,
progressivo e riconoscibile, in cui il controllo dell’altro assume una funzione
difensiva centrale.
Il tema del femminicidio è talvolta associato all’idea di una presunta
superiorità mentale femminile. Tale concetto non trova fondamento
scientifico se inteso in senso gerarchico o biologicamente deterministico.
Tuttavia, numerosi studi evidenziano differenze statistiche di adattamento in
specifiche funzioni cognitive ed emotive. In particolare, le donne mostrano
mediamente una maggiore flessibilità cognitiva, una migliore resilienza allo
stress, competenze empatiche e di regolazione affettiva più sviluppate e una
maggiore tolleranza della dipendenza e della perdita.
Queste differenze non indicano una superiorità, ma suggeriscono modalità
differenti di gestione della complessità relazionale, centrali per comprendere
le asimmetrie nella risposta alla separazione affettiva.
Uno dei nuclei clinici fondamentali del femminicidio è l’incapacità di
mentalizzare la separazione. La perdita della relazione non viene vissuta come
evento doloroso ma simbolizzabile, bensì come annientamento ontologico del
Sé. In tali configurazioni, l’altro non è riconosciuto come soggetto separato, la
relazione assume una funzione regolativa primaria e l’autonomia della partner
viene vissuta come minaccia catastrofica.
La separazione attiva angosce primitive che travolgono le capacità riflessive,
determinando un passaggio dall’esperienza emotiva all’agito violento.
Un secondo nucleo psicodinamico riguarda l’intolleranza alla vergogna. La
vergogna, associata alla ferita narcisistica e alla perdita di controllo, non può
essere elaborata sul piano simbolico e viene quindi evacuata attraverso l’agito
violento. Parallelamente emerge un panico di frammentazione del Sé: senza
l’oggetto relazionale, l’identità perde coesione.
In questo stato, l’atto femminicidario assume il valore di una comunicazione
inconscia estrema, sintetizzabile nella formula implicita: “Se tu esisti senza di
me, io non esisto”.
Contrariamente allo stereotipo del narcisismo grandioso, molti autori di
femminicidio presentano un narcisismo vulnerabile, caratterizzato da
autostima fragile e dipendente dall’altro, bisogno di fusione mascherato da
controllo, ipersensibilità all’umiliazione e paura del collasso identitario.
La partner diventa una fonte di regolazione del Sé più che un soggetto
autonomo. La relazione è strutturata secondo una logica proprietaria, in cui
l’altro è vissuto come possesso. Il femminicidio rappresenta l’esito estremo di
tale configurazione difensiva.
La gelosia osservabile nei femminicidi non è una reazione emotiva
proporzionata, ma una costruzione paranoide non psicotica, caratterizzata da
pensieri intrusivi e persecutori, interpretazioni distorte dei comportamenti
della partner, convinzioni di esclusività e possesso e ricerca compulsiva di
conferme. Questa configurazione può essere definita paranoia relazionale, in
cui ogni segnale di autonomia dell’altro viene vissuto come tradimento e
minaccia esistenziale.
Il confronto tra uomini e donne in relazione alla tolleranza della separazione
non mira a stabilire gerarchie di valore, ma a evidenziare differenze statistiche
di funzionamento, risultanti dall’interazione tra fattori biologici, relazionali,
culturali ed evolutivi.
La separazione affettiva rappresenta uno degli stress test più intensi per
l’organizzazione del Sé adulto e attiva i sistemi di attaccamento, regolazione
affettiva e mentalizzazione. In una quota significativa di uomini coinvolti in
dinamiche violente, la separazione è vissuta come perdita del controllo,
minaccia identitaria e rischio di disintegrazione del Sé.
Clinicamente si osservano fusione narcisistica con la partner, difficoltà a
riconoscere l’altro come soggetto separato e trasformazione della dipendenza
affettiva in controllo. L’agito violento emerge come tentativo estremo di
ristabilire una coesione interna compromessa.
Nel funzionamento femminile, pur in presenza di sofferenza intensa, la
separazione tende più frequentemente a essere vissuta come perdita
dell’oggetto, elaborata attraverso processi di lutto e mentalizzata sul piano
affettivo e narrativo. Si osserva una maggiore probabilità di mantenere la
rappresentazione dell’altro come soggetto separato e di trasformare la perdita
in esperienza simbolica, piuttosto che in agito.
Un punto di divergenza cruciale riguarda il trattamento della vergogna e la
direzione dell’aggressività: nel funzionamento maschile patologico, la
vergogna tende a essere evacuata tramite l’attacco all’oggetto; nel
funzionamento femminile, è più frequentemente interiorizzata, con esiti
depressivi o auto-colpevolizzanti.
Questa asimmetria contribuisce a spiegare perché, a parità di sofferenza, gli
esiti agiti violenti siano statisticamente più frequenti negli uomini.
Il quadro clinico del femminicidio è spesso amplificato da deficit di
regolazione emotiva, scarsa tolleranza alla frustrazione, ridotte capacità di
mentalizzazione, uso di alcol o sostanze stimolanti e comorbidità con disturbi
di personalità. La separazione rappresenta il punto di massima
destabilizzazione del sistema difensivo.
Non esiste una superiorità mentale femminile in senso scientifico. Ciò che
emerge è un’asimmetria nella capacità di tollerare il limite, la perdita e
l’autonomia dell’altro. Il femminicidio rappresenta l’esito estremo di tale
asimmetria quando si innesta su narcisismo vulnerabile, logica proprietaria e
collasso della mentalizzazione.

Andare oltre la trasgressioneIl concetto di “trasgredire” in ambito psicopatologico si riferisce alla tendenza o alla pr...
21/01/2026

Andare oltre la trasgressione

Il concetto di “trasgredire” in ambito psicopatologico si riferisce alla tendenza o alla propensione a infrangere norme, regole o limiti sociali, morali o personali. Questa condotta può esprimersi in manifestazioni di comportamento scorretto, impulsività o ribellione patologica. Spesso il trasgredire rappresenta una forma di resistenza alle figure autoritarie o una ribellione ai limiti imposti, come reazione all’ansia o al senso di vuoto. Trasgredire può essere un’evasione temporanea da stati di disagio interno, come ansia o depressione, attraverso comportamenti impulsivi e rischiosi.
Ma perché si trasgredisce? Quando le norme o le regole vengono percepite come ingiuste o oppressive, alcuni possono trasgredire come forma di protesta o di sfida. Persone con tendenza all’impulsività, come in alcuni disturbi psicopatologici, tendono a trasgredire senza riflettere sulle conseguenze. Ciò che può essere considerato trasgressivo in una cultura può non esserlo in un’altra. La trasgressione può rappresentare una forma di rivolta contro situazioni o regole frustranti o ingiuste.
La trasgressione può essere motivata dal desiderio di sentirsi accolti, dalla frustrazione verso le restrizioni o dal bisogno di scoprire e affermare sé stessi. Paradossalmente, la trasgressione può essere un modo per chiamare l’Altro: “mi vedi?”, “mi fermi?”, “esisto per te?”. È una domanda relazionale mascherata.
Nel narcisismo patologico la trasgressione assume una qualità grandiosa: non serve a esplorare il limite, ma a negarlo. Qui il “più” diventa onnipotenza, disprezzo della legge, sadismo sottile verso l’altro. La trasgressione matura non distrugge il limite: lo attraversa, sapendo che esiste.
In psicopatologia la trasgressione non è di per sé patologica. Essa diventa clinicamente rilevante quando smette di essere un’esperienza simbolica e si trasforma in un agito ripetuto, rigido, non mentalizzato. In questi casi la trasgressione non comunica un desiderio, ma regola uno stato interno intollerabile.
Nel linguaggio comune la trasgressione viene spesso confusa con la devianza o con la ribellione deliberata. La trasgressione patologica non nasce dal desiderio di libertà, bensì da un deficit strutturale: il limite non è stato interiorizzato come funzione psichica, ma vissuto come imposizione esterna, minacciosa o umiliante. Trasgredire diventa il solo modo per sentire il limite, anche a costo di distruggere il legame.
La distinzione tra trasgressione agita e trasgressione non agita è clinicamente centrale, perché separa ciò che appartiene al processo di soggettivazione da ciò che segnala un fallimento della funzione psichica del limite.
“Andare oltre” è questo il significato, l’etimologia del termine. Ognuno di noi tenta di fare esperienze nuove, di sperimentarsi in situazioni insolite. Quando si è innamorati, si fanno cose che vanno oltre i consueti comportamenti, scoprendo aspetti di sé e dell’altro sorprendenti.
Oggi trasgredire sembra sempre più un obbligo sociale, un diktat per sentirsi vivi, unici, importanti. Si trasgredisce di continuo: per noia, per mancanza di emozioni e di progetti, per ribellarsi, per mettersi alla prova, per stupire, per
emulazione, per sentirsi giovani, perché è di moda.
“Andare oltre” sembra in molti casi aver perso la sua valenza creativa, perché lo si fa troppo spesso, senza sapere bene perché, e spesso in base a dettami indotti da una società che vende “esclusive” trasgressioni di massa.
La trasgressione sana, quella che rafforza l’autostima, per essere tale non deve mai diventare a sua volta regola. Deve essere unica, la “tua” trasgressione. Se così non è, subentrano inevitabilmente sensi di colpa e crisi di identità, oltre all’esposizione a pericoli e situazioni che non si è in grado di gestire.
Si rischia di deviare dal proprio destino, di vivere male il presente in nome di una vita in continua “corsia di sorpasso”. È quindi necessario sviluppare una maggiore consapevolezza della propria trasgressività, per ridurre i rischi e aumentare il senso di appagamento.
Trovare la “tua” trasgressione non significa fare qualcosa di eclatante o clamoroso, né mettere a rischio la propria vita o quella degli altri. Spesso si tratta di qualcosa che già ti piace fare, ma che puoi fare “di più” o in modo
nuovo.
Non farti influenzare e non renderla un dovere. Se si vive costantemente in
stato di “sorpasso”, il rischio è di raggiungere, anche velocemente, punti realmente pericolosi per la salute psichica (ad esempio nella sessualità) o fisica (ad esempio alla guida).
La trasgressione deve essere episodica e consapevole, affinché mantenga la sua efficacia e rimanga sotto controllo. Coltiva la curiosità: ogni giorno può essere fonte di piccoli momenti trasgressivi che rendono la vita emozionante e creativa.
Come recita un noto principio clinico: “Si agisce ciò che non si può pensare; si pensa ciò che non è più necessario agire”.

Il bambino che sei statoIl bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, unaformazione psichica complessa...
10/12/2025

Il bambino che sei stato

Il bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, una
formazione psichica complessa che abita la mia interiorità pur trasformandosi
nel tempo. Non è un semplice ricordo né un reperto statico dell’infanzia: è un
insieme dinamico di rappresentazioni di sé e dell’altro, inscritto nelle prime
esperienze corporee, nelle relazioni primarie e nei depositi affettivi che queste
hanno lasciato. È fatto di gesti, toni, sguardi, microtraumi e traumi veri e
propri, e proprio per questo continua a esercitare una forza inconscia, talvolta
silenziosa, talvolta dirompente. La sua presenza si manifesta nei territori in cui
la vita psichica resta più vulnerabile: nelle ansie di separazione, nei timori di
perdita, nelle difficoltà a sentire la continuità dell’esistere. Egli porta con sé
ciò che, nell’origine, non ha potuto essere mentalizzato: angosce primarie,
frammenti non simbolizzati, stati affettivi massivi ma ancora privi di forma
rappresentabile. È, al tempo stesso, custode della vitalità creativa, del gesto
spontaneo, della capacità di stupirsi e di amare senza riserve. Questo doppio
registro – ferita e potenzialità – rende il bambino interno una presenza
decisiva nell’economia del sé adulto. La formazione dinamica che deriva da
configurazioni infantili non elaborate costituisce un’evidenza clinica
trasversale ai diversi orientamenti psicodinamici. Stati affettivi intensi o
apparentemente sproporzionati, vulnerabilità nelle relazioni intime, acting-out
o coazioni a ripetere possono essere compresi come riattivazioni di nuclei
psichici originari rimasti in parte non mentalizzati. Il bambino interno, infatti,
non è una traccia mnestica, ma una struttura viva generata nelle prime
esperienze sensoriali e affettive. Le interazioni precoci con le figure di
accudimento plasmano mappe relazionali implicite che divengono, nel tempo,
rappresentazioni di sé e dell’altro. Le coazioni a ripetere non sono semplici
automatismi, ma tentativi inconsci di riscrivere la scena primaria: la
riproposizione di fallimenti antichi nel desiderio, mai del tutto estinto, di
riparare il danno originario. Poiché gran parte della vita psichica infantile è
preverbale, il corpo resta uno spazio privilegiato in cui il bambino interno
continua ad agire e manifestarsi. Accanto alle aree ferite, il bambino interno
conserva aspetti sani e vitali: il desiderio di esplorare, la creatività, la capacità
di stupore, l’investimento affettivo non difeso. Entrare in contatto con questa
dimensione richiede una consapevolezza adulta sufficientemente stabile da
sostenere regressioni controllate e processi profondi di risignificazione.
L’adulto diventa così la funzione che offre ciò che un tempo è mancato:
continuità, contenimento, sintonizzazione. È in questo incontro che parti
scisse della personalità possono finalmente essere collegate. Il bambino
interno non rappresenta una reliquia psicologica né un residuo romantico
dell’infanzia: è un interlocutore vivo della vita psichica, una presenza che
chiede ascolto e relazione. Quando la parte adulta riesce a dialogare con quella
infantile senza esserne colonizzata, la psiche acquista coesione, complessità e
autenticità. Molti fenomeni della vita emotiva adulta – regressioni improvvise,
reazioni affettive sproporzionate, difficoltà nelle relazioni intime o, al
contrario, slanci creativi inattesi – sono il riaffiorare di questi nuclei infantili
non pienamente mentalizzati. Fin dai primi giorni di vita ciascuno di noi
costruisce un archivio emotivo: un insieme di esperienze, sguardi, toni di
voce, sensazioni di essere tenuti oppure trascurati. Questo archivio non resta
nel passato: diventa una lente attraverso cui interpretiamo il mondo. Il
bambino interno è dunque la memoria viva di come il mondo è entrato in noi
per la prima volta. Ed è da questa luce che prende forma la possibilità di
trasformazione: la liberazione e l’integrazione di ciò che abbiamo appreso o
intuito dipendono dalla nostra capacità di accettare il ruolo di “genitore
interno” del nostro bambino del passato. C’è una parte di noi che non è mai
del tutto cresciuta, non perché sia rimasta infantile o immatura, ma perché le
prime esperienze emotive – quelle che abbiamo vissuto prima ancora di avere
parole – continuano a pulsare nel nostro mondo interno. La luce e la
liberazione di ciò che abbiamo appreso dipendono dalla nostra capacità di
accogliere questo compito. Se siamo in grado di accettare il ruolo di genitori
del nostro bambino interiore, possiamo vivere senza remore la nostra vita nel
tempo presente.

La violenza sulle donne tra immaturità affettiva e oligofrenia emotivaLa violenza maschile sulle donne non ha nulla a ch...
26/11/2025

La violenza sulle donne tra immaturità affettiva e oligofrenia emotiva

La violenza maschile sulle donne non ha nulla a che fare con la disabilità
intellettiva vera e propria (oligofrenia in senso clinico). È un fenomeno
psicosociale, culturale e strutturale, non una patologia mentale. Usare “oligofrenia”
come metafora può servire per descrivere un deficit evolutivo della mente, non una
condizione medica.
La donna non è percepita come persona autonoma, ma come oggetto, estensione
dell’Io, proprietà. Non si tratta di psicopatologia clinica, ma di immaturità morale
strutturale. La donna è vista come “inferiore”, “dovuta”, “disponibile”. La violenza
viene agita come reazione alla perdita di controllo o al sentirsi minacciati,
accompagnata da credenze come: “le donne provocano”, “è colpa sua se ho perso il
controllo”, “il sesso mi è dovuto”.
Il termine “oligofrenia” funziona come immagine metaforica perché rappresenta
povertà del pensiero, assenza di empatia, mancato sviluppo morale, regressione
infantile e primitivismo psichico. Non è un insulto, ma una fotografia psichica: la
mente violenta è una mente non evoluta, incapace di mentalizzare.
La violenza maschile contro le donne non è espressione di patologia mentale, ma di
una immaturità psichica strutturale: una sorta di “oligofrenia emotivo-morale” in
senso metaforico, ovvero un grave deficit nelle capacità di mentalizzazione,
empatia e regolazione, sostenuto da codici culturali patriarcali che legittimano il
dominio e la disumanizzazione.
La violenza maschile rappresenta un fenomeno sistemico, multideterminato e
resistente al cambiamento. Pur non potendo essere ricondotta a patologie
psichiatriche in senso stretto, emerge come espressione di una significativa
immaturità psichica e relazionale. Il concetto di oligofrenia emotivo-morale è una
metafora clinica utile per descrivere la povertà delle funzioni mentali implicate
nella violenza: deficit nella mentalizzazione, nel riconoscimento dell’altro come
soggetto, nella regolazione emotiva e nella formazione del giudizio morale.
Tale prospettiva integra contributi psicodinamici, psicopatologici e socio-culturali,
collocando la violenza maschile all’incrocio tra strutture interne immature e codici
di potere patriarcali. Il dibattito sulla violenza maschile contro le donne è spesso
polarizzato tra due estremi: da un lato la tesi patologizzante che attribuisce la
violenza a disturbi psichiatrici; dall’altro la visione esclusivamente socio-culturale
che la interpreta come prodotto del patriarcato. Entrambe colgono aspetti rilevanti
ma presentano limiti esplicativi.
La pratica clinica evidenzia una ricorrenza di tratti psicologici e dinamiche interne
non francamente psicopatologiche, ma indicative di una immaturità evolutiva
significativa. La scarsa capacità di leggere gli stati mentali propri e altrui si
intreccia con fattori socio-culturali.
Il patriarcato fornisce una matrice simbolica che legittima la percezione della donna
come proprietà, il possesso del corpo e del tempo femminile, l’idea di un diritto
sessuo-affettivo maschile e la svalutazione sistemica dei limiti e del consenso.
La capacità emotiva è rudimentale: affetti non mentalizzati, confusione tra
emozione e identità (“se mi lasci, non esisto”), equivalenza psicotica tra rifiuto e
annientamento. L’altro non è rappresentato come soggetto ma come oggetto di
conferma narcisistica, estensione dell’Io, contenitore delle proprie angosce. La
separazione è percepita come un attacco; il limite diventa tollerabile solo se
imposto dall’esterno, con la forza.
Comprendere la violenza non come “follia” ma come deficit di sviluppo sposta
l’intervento dal modello patologico a quello evolutivo-relazionale, indirizzando il
lavoro clinico sulla mentalizzazione, sulla regolazione emotiva e sulla funzione
riflessiva.
La violenza maschile contro le donne non può essere ridotta a una questione clinica,
né a un fenomeno puramente culturale. È il risultato di un’interazione tra
immaturità psichica profonda e codici di potere strutturali. Il concetto metaforico di
oligofrenia emotivo-morale consente di nominare la povertà delle funzioni mentali
coinvolte, evitando la patologizzazione e valorizzando invece un’analisi
psicodinamicamente fondata.
La debolezza psichica individuale si innesta in un contesto culturale che normalizza
il dominio maschile, legittima l’appropriazione del corpo e del tempo femminile,
svaluta il consenso e minimizza l’aggressività maschile come inevitabile. Il
patriarcato amplifica la vulnerabilità psicologica, trasformandola in comportamento
violento.
Il concetto di oligofrenia emotivo-morale fornisce una cornice teorica utile per
interpretare la violenza maschile non come patologia mentale né come semplice
prodotto culturale, ma come intersezione di immaturità psichica e strutture
socio-simboliche.
“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono,
terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta.
Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere
piegato, sterile e domato.” (Eve Ensler)

14/11/2025

Indirizzo

Via Rettifilo 44
Avellino
83012

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00
Sabato 08:00 - 17:00

Telefono

+393333050949

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