Dr Francesco Sansone

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Il bambino che sei statoIl bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, unaformazione psichica complessa...
10/12/2025

Il bambino che sei stato

Il bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, una
formazione psichica complessa che abita la mia interiorità pur trasformandosi
nel tempo. Non è un semplice ricordo né un reperto statico dell’infanzia: è un
insieme dinamico di rappresentazioni di sé e dell’altro, inscritto nelle prime
esperienze corporee, nelle relazioni primarie e nei depositi affettivi che queste
hanno lasciato. È fatto di gesti, toni, sguardi, microtraumi e traumi veri e
propri, e proprio per questo continua a esercitare una forza inconscia, talvolta
silenziosa, talvolta dirompente. La sua presenza si manifesta nei territori in cui
la vita psichica resta più vulnerabile: nelle ansie di separazione, nei timori di
perdita, nelle difficoltà a sentire la continuità dell’esistere. Egli porta con sé
ciò che, nell’origine, non ha potuto essere mentalizzato: angosce primarie,
frammenti non simbolizzati, stati affettivi massivi ma ancora privi di forma
rappresentabile. È, al tempo stesso, custode della vitalità creativa, del gesto
spontaneo, della capacità di stupirsi e di amare senza riserve. Questo doppio
registro – ferita e potenzialità – rende il bambino interno una presenza
decisiva nell’economia del sé adulto. La formazione dinamica che deriva da
configurazioni infantili non elaborate costituisce un’evidenza clinica
trasversale ai diversi orientamenti psicodinamici. Stati affettivi intensi o
apparentemente sproporzionati, vulnerabilità nelle relazioni intime, acting-out
o coazioni a ripetere possono essere compresi come riattivazioni di nuclei
psichici originari rimasti in parte non mentalizzati. Il bambino interno, infatti,
non è una traccia mnestica, ma una struttura viva generata nelle prime
esperienze sensoriali e affettive. Le interazioni precoci con le figure di
accudimento plasmano mappe relazionali implicite che divengono, nel tempo,
rappresentazioni di sé e dell’altro. Le coazioni a ripetere non sono semplici
automatismi, ma tentativi inconsci di riscrivere la scena primaria: la
riproposizione di fallimenti antichi nel desiderio, mai del tutto estinto, di
riparare il danno originario. Poiché gran parte della vita psichica infantile è
preverbale, il corpo resta uno spazio privilegiato in cui il bambino interno
continua ad agire e manifestarsi. Accanto alle aree ferite, il bambino interno
conserva aspetti sani e vitali: il desiderio di esplorare, la creatività, la capacità
di stupore, l’investimento affettivo non difeso. Entrare in contatto con questa
dimensione richiede una consapevolezza adulta sufficientemente stabile da
sostenere regressioni controllate e processi profondi di risignificazione.
L’adulto diventa così la funzione che offre ciò che un tempo è mancato:
continuità, contenimento, sintonizzazione. È in questo incontro che parti
scisse della personalità possono finalmente essere collegate. Il bambino
interno non rappresenta una reliquia psicologica né un residuo romantico
dell’infanzia: è un interlocutore vivo della vita psichica, una presenza che
chiede ascolto e relazione. Quando la parte adulta riesce a dialogare con quella
infantile senza esserne colonizzata, la psiche acquista coesione, complessità e
autenticità. Molti fenomeni della vita emotiva adulta – regressioni improvvise,
reazioni affettive sproporzionate, difficoltà nelle relazioni intime o, al
contrario, slanci creativi inattesi – sono il riaffiorare di questi nuclei infantili
non pienamente mentalizzati. Fin dai primi giorni di vita ciascuno di noi
costruisce un archivio emotivo: un insieme di esperienze, sguardi, toni di
voce, sensazioni di essere tenuti oppure trascurati. Questo archivio non resta
nel passato: diventa una lente attraverso cui interpretiamo il mondo. Il
bambino interno è dunque la memoria viva di come il mondo è entrato in noi
per la prima volta. Ed è da questa luce che prende forma la possibilità di
trasformazione: la liberazione e l’integrazione di ciò che abbiamo appreso o
intuito dipendono dalla nostra capacità di accettare il ruolo di “genitore
interno” del nostro bambino del passato. C’è una parte di noi che non è mai
del tutto cresciuta, non perché sia rimasta infantile o immatura, ma perché le
prime esperienze emotive – quelle che abbiamo vissuto prima ancora di avere
parole – continuano a pulsare nel nostro mondo interno. La luce e la
liberazione di ciò che abbiamo appreso dipendono dalla nostra capacità di
accogliere questo compito. Se siamo in grado di accettare il ruolo di genitori
del nostro bambino interiore, possiamo vivere senza remore la nostra vita nel
tempo presente.

29/11/2025

La violenza sulle donne tra immaturità affettiva e oligofrenia emotiva

La violenza maschile sulle donne non ha nulla a che fare con la disabilità
intellettiva vera e propria (oligofrenia in senso clinico). È un fenomeno
psicosociale, culturale e strutturale, non una patologia mentale. Usare “oligofrenia”
come metafora può servire per descrivere un deficit evolutivo della mente, non una
condizione medica.
La donna non è percepita come persona autonoma, ma come oggetto, estensione
dell’Io, proprietà. Non si tratta di psicopatologia clinica, ma di immaturità morale
strutturale. La donna è vista come “inferiore”, “dovuta”, “disponibile”. La violenza
viene agita come reazione alla perdita di controllo o al sentirsi minacciati,
accompagnata da credenze come: “le donne provocano”, “è colpa sua se ho perso il
controllo”, “il sesso mi è dovuto”.
Il termine “oligofrenia” funziona come immagine metaforica perché rappresenta
povertà del pensiero, assenza di empatia, mancato sviluppo morale, regressione
infantile e primitivismo psichico. Non è un insulto, ma una fotografia psichica: la
mente violenta è una mente non evoluta, incapace di mentalizzare.
La violenza maschile contro le donne non è espressione di patologia mentale, ma di
una immaturità psichica strutturale: una sorta di “oligofrenia emotivo-morale” in
senso metaforico, ovvero un grave deficit nelle capacità di mentalizzazione,
empatia e regolazione, sostenuto da codici culturali patriarcali che legittimano il
dominio e la disumanizzazione.
La violenza maschile rappresenta un fenomeno sistemico, multideterminato e
resistente al cambiamento. Pur non potendo essere ricondotta a patologie
psichiatriche in senso stretto, emerge come espressione di una significativa
immaturità psichica e relazionale. Il concetto di oligofrenia emotivo-morale è una
metafora clinica utile per descrivere la povertà delle funzioni mentali implicate
nella violenza: deficit nella mentalizzazione, nel riconoscimento dell’altro come
soggetto, nella regolazione emotiva e nella formazione del giudizio morale.
Tale prospettiva integra contributi psicodinamici, psicopatologici e socio-culturali,
collocando la violenza maschile all’incrocio tra strutture interne immature e codici
di potere patriarcali. Il dibattito sulla violenza maschile contro le donne è spesso
polarizzato tra due estremi: da un lato la tesi patologizzante che attribuisce la
violenza a disturbi psichiatrici; dall’altro la visione esclusivamente socio-culturale
che la interpreta come prodotto del patriarcato. Entrambe colgono aspetti rilevanti
ma presentano limiti esplicativi.
La pratica clinica evidenzia una ricorrenza di tratti psicologici e dinamiche interne
non francamente psicopatologiche, ma indicative di una immaturità evolutiva
significativa. La scarsa capacità di leggere gli stati mentali propri e altrui si
intreccia con fattori socio-culturali.
Il patriarcato fornisce una matrice simbolica che legittima la percezione della donna
come proprietà, il possesso del corpo e del tempo femminile, l’idea di un diritto
sessuo-affettivo maschile e la svalutazione sistemica dei limiti e del consenso.
La capacità emotiva è rudimentale: affetti non mentalizzati, confusione tra
emozione e identità (“se mi lasci, non esisto”), equivalenza psicotica tra rifiuto e
annientamento. L’altro non è rappresentato come soggetto ma come oggetto di
conferma narcisistica, estensione dell’Io, contenitore delle proprie angosce. La
separazione è percepita come un attacco; il limite diventa tollerabile solo se
imposto dall’esterno, con la forza.
Comprendere la violenza non come “follia” ma come deficit di sviluppo sposta
l’intervento dal modello patologico a quello evolutivo-relazionale, indirizzando il
lavoro clinico sulla mentalizzazione, sulla regolazione emotiva e sulla funzione
riflessiva.
La violenza maschile contro le donne non può essere ridotta a una questione clinica,
né a un fenomeno puramente culturale. È il risultato di un’interazione tra
immaturità psichica profonda e codici di potere strutturali. Il concetto metaforico di
oligofrenia emotivo-morale consente di nominare la povertà delle funzioni mentali
coinvolte, evitando la patologizzazione e valorizzando invece un’analisi
psicodinamicamente fondata.
La debolezza psichica individuale si innesta in un contesto culturale che normalizza
il dominio maschile, legittima l’appropriazione del corpo e del tempo femminile,
svaluta il consenso e minimizza l’aggressività maschile come inevitabile. Il
patriarcato amplifica la vulnerabilità psicologica, trasformandola in comportamento
violento.
Il concetto di oligofrenia emotivo-morale fornisce una cornice teorica utile per
interpretare la violenza maschile non come patologia mentale né come semplice
prodotto culturale, ma come intersezione di immaturità psichica e strutture
socio-simboliche.
“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono,
terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta.
Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere
piegato, sterile e domato.” (Eve Ensler)

14/11/2025
Ballando con la morteIl suicidio rappresenta uno dei temi più difficili da affrontare, non solo per la suadrammaticità, ...
12/11/2025

Ballando con la morte

Il suicidio rappresenta uno dei temi più difficili da affrontare, non solo per la sua
drammaticità, ma per la densità emotiva che evoca.
È un argomento spesso evitato, circondato da silenzi e paure, come se anche solo
pensarvi potesse risvegliarne la presenza. Riflettere sul suicidio significa addentrarsi
in un territorio in cui paura, angoscia e senso di colpa si intrecciano. È un tentativo di
esorcizzare esperienze passate o temute, ma anche di riconoscere i limiti del proprio
potere di comprensione e di aiuto.
Pensare il suicidio è, in un certo senso, farsi carico del ballare con la morte: accettare
la tensione tra il desiderio di vita e la consapevolezza della fine. Tuttavia, l’interesse
per la morte non nasce dal disprezzo della vita, bensì dal suo contrario: dal bisogno di
comprenderne il significato pieno, riconoscendo che la vita non può essere pensata
senza la morte.
La metafora del ballare con la morte descrive la dinamica oscillante con cui ci
rapportiamo alla finitudine. Come in una danza, ci avviciniamo e ci allontaniamo,
temiamo e accogliamo, resistiamo e ci abbandoniamo. Accettare questo movimento
significa riconoscere che vivere comporta un dialogo costante con la possibilità della
perdita. Come la risacca e l’alta marea si alternano sulla spiaggia, così nella vita
convivono momenti in cui la morte sembra distante e altri in cui ci sfiora la spalla. Il
compito non è “vincere il ballo”, ma impararne i passi: abitare la vulnerabilità senza
negarla. Chi si confronta con l’idea del suicidio non è necessariamente attratto dalla
morte, ma spesso è terrorizzato dal rischio di sprecare la vita. È colui che ha
percepito, anche solo per un istante, il vuoto sotto i piedi e ha deciso di continuare a
camminare. È chi intuisce che la morte dà contorno alla vita, come il silenzio dà
senso alla musica. Il termine Effetto Werther deriva dal romanzo di Goethe I dolori
del giovane Werther (1774), la cui pubblicazione fu seguita da un incremento dei
suicidi imitativi in Europa. La letteratura scientifica successiva ha confermato il
rischio di contagio suicidario: l’esposizione a rappresentazioni mediatiche del
suicidio può aumentare la probabilità di comportamenti suicidari nei soggetti
vulnerabili, soprattutto quando la vittima è percepita come simile, il gesto è narrato in
chiave romantica o vengono forniti dettagli sul metodo. A livello psicologico,
l’effetto Werther si associa a fenomeni di identificazione proiettiva con la vittima,
idealizzazione dell’eroe tragico, disregolazione emotiva, meccanismi dissociativi e
fantasie di rivalsa o riconoscimento postumo. La circolazione virale di contenuti
emotivi, la celebrazione di figure decedute sui social, le comunità online centrate sul
dolore e la replicabilità narrativa di immagini e citazioni contribuiscono oggi a
ridefinire l’effetto Werther in chiave digitale. In contrapposizione, il cosiddetto
Effetto Papageno descrive la riduzione dei comportamenti suicidari in seguito
all’esposizione a storie di superamento della crisi, accesso a risorse di supporto e
utilizzo di strategie di coping efficaci. Il nome deriva dal personaggio del Flauto
Magico di Mozart, che rinuncia al suicidio grazie all’intervento degli altri e alla
scoperta di alternative vitali. Parlare di suicidio significa attraversare un confine
simbolico che la cultura tende a evitare. Tuttavia, solo nominando l’ombra possiamo
restituirle forma e senso. Il suicidio non è un evento puramente individuale: riflette
una fragilità collettiva, le fratture sociali, culturali e relazionali della
contemporaneità. Dal punto di vista psicosociale, leader come Donald Trump,
Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu rappresentano figure che, attraverso politiche
aggressive, nazionaliste o belliciste, hanno contribuito a creare o mantenere climi di
tensione, insicurezza globale e disuguaglianze sociali. Le guerre, i conflitti e le crisi
economiche generano un clima di precarietà che alimenta ansia, paura del futuro e
senso di impotenza. La costante esposizione mediatica a immagini di violenza e
ingiustizia può produrre effetti traumatici indiretti (trauma vicario). Le sanzioni
economiche, i blocchi e le guerre commerciali possono aumentare povertà e
disuguaglianze, spingendo milioni di persone verso la marginalità o la fame. In
contesti di forte oppressione, perdita di speranza e deprivazione affettiva e materiale,
il rischio di suicidio o tentato suicidio può aumentare. Le politiche autoritarie e
violente possono distruggere il senso di coesione comunitaria, uno dei principali
fattori protettivi contro il suicidio. Non si può affermare in senso giuridico o clinico
che questi leader causino i suicidi, ma è legittimo riflettere sul ruolo sistemico e
strutturale delle loro azioni nel creare contesti di disagio psichico collettivo. In
definitiva, tali dinamiche geopolitiche contribuiscono a un abbassamento della qualità
della vita, all’aumento della precarietà e al diffondersi di sentimenti di disperazione.
Come ricordava Pier Paolo Pasolini:“Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché
l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione
di tutto il male del nostro tempo è qui.”

Gaslighting e Love Bombing: dinamiche manipolative della mente edel cuoreIl gaslighting è una sottile e potente forma di...
30/10/2025

Gaslighting e Love Bombing: dinamiche manipolative della mente e
del cuore

Il gaslighting è una sottile e potente forma di manipolazione psicologica
attraverso la quale una persona, l’abusatore, induce la vittima a dubitare della
propria percezione della realtà, dei propri ricordi e persino della propria sanità
mentale. Il termine trae origine dal film Gaslight (1944), in cui un marito
manipola la moglie fino a farle credere di essere f***e.
Questa strategia si fonda sulla distorsione sistematica dei fatti: l’abusatore nega
ciò che è accaduto, minimizza le emozioni altrui e invalida le esperienze della
vittima, che finisce col perdere fiducia nel proprio giudizio e nella propria
capacità di discernimento.
Accanto al gaslighting, un’altra tattica manipolativa ricorrente è il love
bombing (letteralmente, “bombardamento d’amore”). Si tratta di un’espressione
ingannevolmente romantica di un meccanismo di controllo: un’esplosione di
attenzioni, affetto e gesti grandiosi che mira a conquistare rapidamente la
fiducia e la dedizione della persona bersaglio.
All’inizio, il love bomber sommerge la vittima con messaggi, regali,
complimenti e dichiarazioni d’amore premature, frasi come “Sei l’anima
gemella che ho sempre cercato”, creando l’illusione di un legame unico e
predestinato. Tuttavia, dietro questa intensità apparente non vi è amore
autentico, ma la volontà di stabilire potere e dipendenza emotiva.
Una volta ottenuta la fiducia e l’attaccamento della vittima, il manipolatore
avvia una graduale fase di ritiro: l’affetto diminuisce, i contatti si fanno
intermittenti, e la vittima, disorientata e nostalgica dell’intensità iniziale,
comincia a dubitare di se stessa e a cercare disperatamente di “riconquistare”
ciò che in realtà non è mai stato reale.
Spesso, a questo punto, il love bombing si intreccia con il gaslighting: “Non
sono mai stato così affettuoso, ti stai confondendo”, “Sei tu che esageri”. Il
risultato è una profonda confusione emotiva, che lega la vittima al manipolatore
in un circolo vizioso di idealizzazione e svalutazione.
Questa dinamica è tipica del cosiddetto ciclo narcisistico o ciclo dell’abuso, un
pattern relazionale caratteristico delle personalità narcisistiche. Si compone di
tre fasi principali:
1. Idealizzazione: il narcisista eleva la vittima a un ruolo quasi salvifico,
riempiendola di attenzioni e promesse grandiose.
2. Devalorizzazione: l’ammirazione si trasforma in critica, freddezza e
disprezzo; ogni gesto della vittima diventa insufficiente.
3. Scarto: la vittima viene abbandonata o ignorata, spesso a favore di una
nuova “fonte di nutrimento narcisistico”.
Il passaggio continuo da calore a gelo, da fusione a rifiuto, produce nella
vittima un trauma bonding, ossia un legame traumatico paradossale: il dolore
alternato all’affetto genera una dipendenza emotiva simile a quella che si
osserva nella sindrome di Stoccolma.
Esempi tipici:

In una relazione sentimentale, un partner dichiara amore eterno dopo
pochi giorni, moltiplica attenzioni e regali, ma in breve tempo diventa freddo e
accusatorio: “Sei tu che mi soffochi”.

In un contesto lavorativo, un collega adula e sostiene un nuovo arrivato
per guadagnarne la fiducia, solo per sfruttarne le capacità e poi ignorarlo del
tutto.
Riconoscere questi meccanismi è essenziale per interrompere il ciclo
dell’abuso. La confusione, l’isolamento e il dubbio verso se stessi sono
campanelli d’allarme che non vanno ignorati.
La via d’uscita passa dal riconoscimento della manipolazione, dal ripristino del
contatto con la propria realtà interiore e, se necessario, dal sostegno
psicologico. Recuperare la fiducia nelle proprie percezioni significa, in ultima
analisi, riprendere possesso della propria libertà emotiva.
Love Bombing narcisista: quando si rompe la luna di miele
Generalmente, dopo una prima fase idilliaca, il narcisista cambia umore e
atteggiamento, si mostra improvvisamente arrabbiato o freddo/cinico e si farà
sempre più insistente nel chiedere alla vittima di isolarsi da famiglia e amici.
Spesso compaiono altre donne (magari delle ex) con cui la donna attuale viene
accompagnata ad entrare in competizione (“triangolazione narcisistica”).
Somministrano silenzi punitivi, negano cose dette o fatte, confondono la verità
con la bugia portando la vittima a dubitare di sé (“gaslighting”). Possono
iniziare anche atteggiamenti svalutanti e denigratori, alternati a momenti di
riconciliazione fatti di grandi promesse, e sperimentati ogni volta come una
nuova “luna di miele”. Nel subire questa svalutazione, ci si sente costantemente
criticati e umiliati e si prova confusione per le informazioni incoerenti e
ambigue ricevute. Allo stesso tempo si avrà paura di rimanere soli, di non
riuscire più a provare emozioni e sentimenti così intensi. Ci si può sentire
svuotate e ancora più vulnerabili, con sentimenti di ansia e di profonda
tristezza. Può essere una fase molto penosa. Spesso si sviluppa una vera e
propria dipendenza affettiva: un circolo vizioso in cui separarsi è impossibile,
ma rimanere nel legame è ancora più doloroso.

A Gaza i bambini nascono già orfaniLungo la storia dell’uomo, l’esperienza della guerra è sempre stata presente. Iltraum...
15/10/2025

A Gaza i bambini nascono già orfani

Lungo la storia dell’uomo, l’esperienza della guerra è sempre stata presente. Il
trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di
un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che
provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una
rottura delle abituali capacità di coping (reazione) da lui messe in atto. Per
spiegare il concetto di vulnerabiltà e suscettibilità dei bambini si pensi
all’immagine delle “tre bambole”. Una di vetro, la seconda di plastica e la terza
di acciaio. Se cadono, probabilmente la prima bambola si rompe, la seconda si
potrebbe danneggiare con un graffio mentre la terza potrebbe restare illesa.
Questa metafora pone l’accento sul concetto di vulnerabilità intrinseca
all’individuo in base ai fattori personali e alla fase di sviluppo in cui si trova.
L’infanzia infatti è un periodo critico in cui livelli di rischio psicopatologico –
che variano nelle diverse fasi di vita – possono essere più elevati. Uno o più
eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla
probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche
in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Restando all’interno della
metafora descritta, il danno della bambola dipende però anche da altre variabili:
la superficie su cui si infrange e l’altezza della caduta. Se consideriamo quindi
questa immagine come una metafora dell’impatto del trauma, possiamo
comprendere come i sintomi psicologici dopo un evento altamente stressante
dipendono dall’interazione di una serie di variabili: la vulnerabilità intrinseca
del bambino o del ragazzo (materiale della bambola), i fattori socio-familiari
che potrebbero attutire la caduta (la superficie), le circostanze legate all’evento
traumatico (altezza e forza dell’impatto). A queste variabili se ne aggiungono
anche altre quali la possibilità di accesso precoce alle cure dopo il trauma o il
modo in cui l’evento viene considerato all’interno della cultura dell’individuo
coinvolto. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi
altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e
dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a
verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il
comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche
spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più
piccoli di frequente emergono timori abbandonici o altre paure come
quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà
di concentrazione ed ipervigilanza. Nel caso particolare in cui l’evento
traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la
perdita dei genitori ed altre figure significative. Possono avere veri e propri
disturbi dell’attaccamento con a comportamenti meno evoluti in termini di
sviluppo: in particolare, alcuni bambini riducono l’esplorazione e perdono
autonomie, perdita di interessi adeguati per età. Si possono anche manifestare
vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono
al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di
colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere
felici. Per i bambini, eredi invisibili delle guerre, gli effetti sono devastanti:
cinismo verso il futuro, difficoltà relazionali e un'identità segnata
dall'instabilità. Questi segni possono manifestarsi gradualmente, spesso senza
che la persona se ne accorga, portando a un "ciclo cumulativo" di
deterioramento. In contesti bellici, come le guerre non siano solo fisiche, ma
"psichiche"- l'empatia è una forza doppia: può ferire, ma anche guarire, se
gestita con cura. Le guerre non dividono solo territori, ma anche opinioni
pubbliche. Le immagini di bombardamenti, vittime civili e distruzioni circolano
senza sosta. La psiche umana diventa così campo di battaglia invisibile, dove si
giocano gli effetti collaterali della geopolitica contemporanea. Ma non è
possibile nelle attuali condizioni di sicurezza e umanitarie. Prima di concludere,
vorrei aggiungere solo una cosa. Questi bambini non hanno nulla a che fare con
questo conflitto. Eppure stanno soffrendo come nessun bambino dovrebbe mai
soffrire. Nessun bambino, indipendentemente dalla religione, dalla nazionalità,
dalla lingua, dalla razza, nessun bambino dovrebbe mai essere esposto ad un
simile livello di violenza, o al livello di violenza a cui abbiamo assistito sino ad
ora. Nessun bambino dovrebbe mai conoscere la guerra. Nessuno dovrebbe
nascere già orfano. Nessun bambino, indipendentemente da religione,
nazionalità o lingua, dovrebbe mai vedere il mondo crollare prima ancora di
imparare a camminare. Ogni bomba che cade su Gaza non distrugge solo una
città: colpisce l’infanzia del mondo. E ferisce la nostra stessa umanità. Nessuno
dovrebbe nascere già orfano.

Cos'è la voce interiore: la mosca sul muroLa voce interiore è spesso più frammentaria e condensata rispetto al parlare a...
01/10/2025

Cos'è la voce interiore: la mosca sul muro

La voce interiore è spesso più frammentaria e condensata rispetto al parlare ad alta
voce, con una sintassi semplificata. Può essere intenzionale (ad esempio, per contare
o memorizzare) o spontanea, legandosi al "vagabondaggio mentale" e all’attività
cerebrale di base. Il picco di attività di queste aree si raggiunge, poi, quando
pensiamo a noi stessi svolgendo una specifica funzione nell’elaborazione del proprio
Sé, ovvero della propria identità e storia personale. Mai fatto caso a quella voce
dentro di noi, più o meno sottile, che parla a noi stessi? Ma chi è che parla, e a chi?
Le voci interiori non sono del tutto sovrapponibili ai semplici pensieri, per la loro
peculiare caratteristica di assumere la forma di veri e propri monologhi o dialoghi.
Ma la voce interiore ci tiene insieme, parlandoci della nostra vita passata,
esaminandola e giudicandola. Fa talmente parte dell’esperienza umana che è stato
stimato che rappresenti circa un quarto di tutta la vita interiore cosciente. Può
presentarsi sotto forma di dialogo interiore a due, come accade quando viene usata
per esplorare possibilità alternative, ad esempio quando si è impegnati nel fare delle
scelte che prevedono possibili posizioni diverse; talora è invece un monologo, che
utilizza il nostro punto di vista o talvolta quello che apparterrebbe a un’altra persona,
della quale viene assunto il punto di vista. Ad ascoltare ovviamente siamo sempre e
soltanto noi stessi. Ma più spesso è invece un fenomeno che si attiva spontaneamente,
e allora tende ad assumere la forma del vagabondaggio mentale, caratterizzato da una
certa evanescenza: la voce perde in parte le sue caratteristiche più auditive e si fa
sottile e poco percettibile. Leggere è forse la più semplice modalità per rendersi conto
della propria voce interiore. L'espressione "mosca sul muro" (traduzione letterale
dell'inglese fly-on-the-wall) ha un significato molto specifico che è strettamente
correlato alla comunicazione non verbale. L'obiettivo è cogliere i comportamenti e le
interazioni spontanee e autentiche dei soggetti, minimizzando il cosiddetto "effetto
osservatore" (il fatto che le persone modifichino il loro comportamento quando sanno
di essere osservate). La comunicazione non verbale (gesti, espressioni facciali,
postura, distanza interpersonale) è spesso inconsapevole e meno controllata rispetto al
linguaggio verbale. Se un soggetto sa di essere osservato, è più facile che controlli ciò
che dice (verbale), ma è molto più difficile che riesca a sopprimere completamente le
espressioni non verbali autentiche (ad esempio, micro-espressioni, posture di
chiusura). L'osservazione "mosca sul muro" cerca di cogliere questi segnali non
verbali nella loro forma più pura e non filtrata. La validità dell'osservazione non
verbale è massima quando avviene nel contesto di vita o interazione abituale dei
soggetti, l'espressione viene usata come metafora per incoraggiare il paziente a
praticare l’autodistanziamento. Quando riviviamo un evento stressante (come un
conflitto o una lite) non in prima persona, ma come se fosse una "mosca sul muro"
che guarda la scena dall'esterno. Osservare i propri schemi comportamentali come e
la Mosca, quando irrompe all’interno della casa e ronza assiduamente attorno alle
orecchie, invita a chiedersi cosa non stiamo ascoltando nella nostra esistenza. Quando
si posa su un oggetto, può indicare abbondanza in arrivo e, al contempo, esorta a non
sviluppare avidità e bramosia. Sollecita a non attaccarsi morbosamente alla
materialità e ad essere sempre pronti ad una trasformazione, esattamente come
avviene per lei in natura (dapprima uova, poi larva, pupa e infine insetto adulto). In
base al proprio atteggiamento, l’essere umano, può deporre “le uova”, dunque le
proprie radici, nel posto sbagliato, trascurando la vera parte di sè . È fondamentale,
quindi, capire in quale direzione spiegare le proprie ali, pronti sempre a virare al
momento opportuno in modo più lucido e meno giudicante. In
sintesi, la "mosca sul muro" è una modalità di osservazione il cui valore è
inestimabile La psicologia della "mosca sul muro" si riferisce a un approccio
osservativo in cui si analizzano comportamenti e dinamiche, come la comunicazione
non verbale, in modo distaccato, come se si fosse un osservatore invisibile. La
comunicazione non verbale (CNV) comprende gesti, espressioni facciali, postura,
tono di voce, contatto visivo e altri segnali che trasmettono messaggi senza parole.
Ecco una panoramica basata su concetti psicologici: Immagina di osservare una
discussione di gruppo come "mosca sul muro". Noti che una persona parla poco ma si
tocca spesso i capelli e distoglie lo sguardo. Questo potrebbe indicare ansia o
insicurezza, anche se le sue parole sembrano sicure. Un’altra persona, invece,
mantiene una postura eretta e usa gesti ampi, suggerendo fiducia o dominanza. Come
mosca sul muro, silente e leggera, osserva il tumulto con occhi di stella. Senza
giudizio, nel quieto respiro, trova la pace che il cuore dipinge.

Indirizzo

Via Rettifilo 44
Avellino
83012

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00
Sabato 08:00 - 17:00

Telefono

+393333050949

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