04/02/2026
Superiorità mentale delle donne e il femminicidio
Il femminicidio costituisce un fenomeno complesso, radicato nell’intersezione
tra fattori culturali, relazionali e psicopatologici. Nonostante la sua rilevanza
sociale e clinica, esso continua a essere spesso spiegato attraverso categorie
semplificanti quali il raptus, la follia improvvisa o la perdita di controllo
pulsionale. Tali interpretazioni, oltre a non trovare solido supporto empirico,
contribuiscono a occultare le dinamiche strutturali della violenza e a
rafforzare lo stigma nei confronti della sofferenza psichica.
Una prospettiva clinica più fondata suggerisce che il femminicidio non sia un
evento improvviso, bensì l’esito finale di un processo psichico lungo,
progressivo e riconoscibile, in cui il controllo dell’altro assume una funzione
difensiva centrale.
Il tema del femminicidio è talvolta associato all’idea di una presunta
superiorità mentale femminile. Tale concetto non trova fondamento
scientifico se inteso in senso gerarchico o biologicamente deterministico.
Tuttavia, numerosi studi evidenziano differenze statistiche di adattamento in
specifiche funzioni cognitive ed emotive. In particolare, le donne mostrano
mediamente una maggiore flessibilità cognitiva, una migliore resilienza allo
stress, competenze empatiche e di regolazione affettiva più sviluppate e una
maggiore tolleranza della dipendenza e della perdita.
Queste differenze non indicano una superiorità, ma suggeriscono modalità
differenti di gestione della complessità relazionale, centrali per comprendere
le asimmetrie nella risposta alla separazione affettiva.
Uno dei nuclei clinici fondamentali del femminicidio è l’incapacità di
mentalizzare la separazione. La perdita della relazione non viene vissuta come
evento doloroso ma simbolizzabile, bensì come annientamento ontologico del
Sé. In tali configurazioni, l’altro non è riconosciuto come soggetto separato, la
relazione assume una funzione regolativa primaria e l’autonomia della partner
viene vissuta come minaccia catastrofica.
La separazione attiva angosce primitive che travolgono le capacità riflessive,
determinando un passaggio dall’esperienza emotiva all’agito violento.
Un secondo nucleo psicodinamico riguarda l’intolleranza alla vergogna. La
vergogna, associata alla ferita narcisistica e alla perdita di controllo, non può
essere elaborata sul piano simbolico e viene quindi evacuata attraverso l’agito
violento. Parallelamente emerge un panico di frammentazione del Sé: senza
l’oggetto relazionale, l’identità perde coesione.
In questo stato, l’atto femminicidario assume il valore di una comunicazione
inconscia estrema, sintetizzabile nella formula implicita: “Se tu esisti senza di
me, io non esisto”.
Contrariamente allo stereotipo del narcisismo grandioso, molti autori di
femminicidio presentano un narcisismo vulnerabile, caratterizzato da
autostima fragile e dipendente dall’altro, bisogno di fusione mascherato da
controllo, ipersensibilità all’umiliazione e paura del collasso identitario.
La partner diventa una fonte di regolazione del Sé più che un soggetto
autonomo. La relazione è strutturata secondo una logica proprietaria, in cui
l’altro è vissuto come possesso. Il femminicidio rappresenta l’esito estremo di
tale configurazione difensiva.
La gelosia osservabile nei femminicidi non è una reazione emotiva
proporzionata, ma una costruzione paranoide non psicotica, caratterizzata da
pensieri intrusivi e persecutori, interpretazioni distorte dei comportamenti
della partner, convinzioni di esclusività e possesso e ricerca compulsiva di
conferme. Questa configurazione può essere definita paranoia relazionale, in
cui ogni segnale di autonomia dell’altro viene vissuto come tradimento e
minaccia esistenziale.
Il confronto tra uomini e donne in relazione alla tolleranza della separazione
non mira a stabilire gerarchie di valore, ma a evidenziare differenze statistiche
di funzionamento, risultanti dall’interazione tra fattori biologici, relazionali,
culturali ed evolutivi.
La separazione affettiva rappresenta uno degli stress test più intensi per
l’organizzazione del Sé adulto e attiva i sistemi di attaccamento, regolazione
affettiva e mentalizzazione. In una quota significativa di uomini coinvolti in
dinamiche violente, la separazione è vissuta come perdita del controllo,
minaccia identitaria e rischio di disintegrazione del Sé.
Clinicamente si osservano fusione narcisistica con la partner, difficoltà a
riconoscere l’altro come soggetto separato e trasformazione della dipendenza
affettiva in controllo. L’agito violento emerge come tentativo estremo di
ristabilire una coesione interna compromessa.
Nel funzionamento femminile, pur in presenza di sofferenza intensa, la
separazione tende più frequentemente a essere vissuta come perdita
dell’oggetto, elaborata attraverso processi di lutto e mentalizzata sul piano
affettivo e narrativo. Si osserva una maggiore probabilità di mantenere la
rappresentazione dell’altro come soggetto separato e di trasformare la perdita
in esperienza simbolica, piuttosto che in agito.
Un punto di divergenza cruciale riguarda il trattamento della vergogna e la
direzione dell’aggressività: nel funzionamento maschile patologico, la
vergogna tende a essere evacuata tramite l’attacco all’oggetto; nel
funzionamento femminile, è più frequentemente interiorizzata, con esiti
depressivi o auto-colpevolizzanti.
Questa asimmetria contribuisce a spiegare perché, a parità di sofferenza, gli
esiti agiti violenti siano statisticamente più frequenti negli uomini.
Il quadro clinico del femminicidio è spesso amplificato da deficit di
regolazione emotiva, scarsa tolleranza alla frustrazione, ridotte capacità di
mentalizzazione, uso di alcol o sostanze stimolanti e comorbidità con disturbi
di personalità. La separazione rappresenta il punto di massima
destabilizzazione del sistema difensivo.
Non esiste una superiorità mentale femminile in senso scientifico. Ciò che
emerge è un’asimmetria nella capacità di tollerare il limite, la perdita e
l’autonomia dell’altro. Il femminicidio rappresenta l’esito estremo di tale
asimmetria quando si innesta su narcisismo vulnerabile, logica proprietaria e
collasso della mentalizzazione.