Studio logopedico Vella Valeria M.A. Aversa

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Cos è l indice Apgar ?
28/12/2025

Cos è l indice Apgar ?

Un bambino nato blu e silenzioso. Medici paralizzati dal panico. Poi una donna pronunciò cinque parole che avrebbero salvato 50 milioni di vite: "Valutiamo il bambino". Era il 1952, in una sala parto di New York City, e la dottoressa Virginia Apgar aveva appena cambiato per sempre la medicina, anche se nessuno lo sapeva ancora. Apgar sognava di diventare chirurgo. Aveva le capacità, la determinazione e la mente brillante per farlo. Ma negli anni '40, le porte degli ospedali rimanevano chiuse per le donne che volevano impugnare il bisturi. Dopo che le fu detto senza mezzi termini che nessun ospedale avrebbe assunto una chirurgo donna, fece una scelta: se non l'avessero fatta entrare in sala operatoria, avrebbe trovato un altro modo per salvare vite umane. Si dedicò all'anestesiologia e finì esattamente dove era destinata a essere. Lavorando nel reparto maternità del Columbia-Presbyterian, Apgar assistette a qualcosa che la tormentò: neonati che morivano pochi minuti dopo la nascita, mentre i medici rimanevano impotenti, incerti su quali bambini avessero bisogno di cure urgenti e quali si sarebbero ripresi da soli. Non c'era un sistema. Non c'era uno standard. Solo caos e dolore. Così, una mattina a colazione, prese un tovagliolo e ideò un test. Cinque semplici misurazioni: frequenza cardiaca, respirazione, tono muscolare, riflessi e colore della pelle. Da zero a dieci punti. Due minuti per la valutazione. Un punteggio che poteva significare la differenza tra la vita e la morte. Lo chiamò Apgar Score. Nel giro di un decennio, quasi tutti gli ospedali americani lo utilizzavano. La mortalità infantile crollò. I bambini che sarebbero stati lasciati morire venivano improvvisamente rianimati. I medici avevano finalmente un linguaggio universale per la cura dei neonati, e proveniva da una donna a cui avevano detto che non avrebbe potuto diventare chirurgo. Ma Apgar non si fermò lì. A 50 anni conseguì un master in sanità pubblica, entrò a far parte della March of Dimes e trascorse il resto della sua vita a lottare per le madri e i bambini di tutto il mondo. Divenne una delle voci più influenti nel campo della salute materna e infantile, il lavoro che le avevano detto non avrebbe mai potuto fare. Quando qualcuno le chiese come fosse riuscita ad affermarsi in un mondo che non la voleva, lei sorrise e rispose: "Le donne sono come le bustine di tè: non sai quanto sono forti finché non le metti nell'acqua bollente". La dottoressa Virginia Apgar morì nel 1974, ma la sua eredità vive in ogni sala parto della Terra. Ogni due secondi, da qualche parte nel mondo, un neonato fa il suo primo respiro mentre qualcuno assegna un punteggio. Un punteggio che onora la donna che si è rifiutata di accettare un "no" e che ha trasformato il rifiuto in un dono che continua a dare, un respiro alla volta.

25/12/2025
Poche sedute logopediche e il percorso è concluso …. Orgogliosissima di te Vittoria ♥️♥️♥️♥️♥️
19/12/2025

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Percorso logopedico concluso con grande successo …. Fiero di te Alfonso ♥️🌱😍
19/12/2025

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19/12/2025
17/12/2025
17/12/2025

Morì povero, in una stanza d’ospedale, con addosso lo stesso cappotto consumato che indossava da anni.

Giuseppe Moscati nasce a Benevento nel 1880, in un’Italia che sta cercando di diventare moderna ma dove la medicina è ancora un privilegio per pochi. È brillante, rigoroso, disciplinato. Si laurea in medicina giovanissimo e sceglie Napoli, una città splendida e feroce, dove la miseria convive con la scienza e la fede con la disperazione.

Nel 1906 il Vesuvio erutta. L’ospedale degli Incurabili rischia di crollare. Moscati non scappa. Organizza l’evacuazione dei pazienti, uno per uno, mentre la cenere cade e i muri tremano. Nessun morto. Da quel giorno, per molti, non è più solo un medico.

Lavora senza sosta. Cura i poveri gratuitamente, spesso lasciando di nascosto il denaro per le medicine sul comodino. Considera la scienza un dovere morale, non un mezzo per fare carriera. Introduce metodi moderni nello studio del diabete, insegna, fa ricerca, ma rifiuta il lusso e l’ambizione. Vive in una stanza spoglia, mangia poco, dorme ancora meno.

Durante le epidemie di colera e influenza resta in corsia quando altri si allontanano. Non fa proclami. Visita, ascolta, tocca. Per lui il malato non è mai un caso clinico, è una persona ferita nella carne e nello spirito.

Il 12 aprile 1927 si siede alla scrivania del suo ambulatorio. Ha appena finito di visitare alcuni pazienti. Si accascia lentamente sulla poltrona. Nessun grido, nessuna scena. Muore così, lavorando.

Al suo funerale Napoli si ferma. Migliaia di persone seguono il feretro. Poveri, studenti, medici, gente che non ha mai dimenticato una visita gratuita o una parola detta al momento giusto.

Giuseppe Moscati aveva capito una cosa semplice e durissima: la competenza senza compassione è vuota. E la fede, senza il servizio concreto, resta solo un’idea.

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