16/04/2026
Perversione e legame
Tra scena e incontro
La perversione, se la si sottrae al giudizio morale ma anche alla sua neutralizzazione descrittiva, resta un punto di crisi del pensiero psicoanalitico. Non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che costringe a pensare. In essa non è in gioco soltanto una deviazione della sessualità, ma una trasformazione più radicale: il passaggio da una sessualità che si costruisce nell’incontro a una sessualità che si sostiene nella sua sostituzione.
Ciò che colpisce nella clinica non è tanto ciò che il paziente fa, ma ciò che non può permettersi che accada: l’imprevedibilità dell’altro, la sua opacità, il suo essere soggetto e non funzione. L’altro, per poter essere desiderato, deve essere ridotto, preparato, anticipato. Deve perdere qualcosa della sua vitalità. Non perché il perverso non riconosca l’altro, ma perché ne avverte troppo il peso: la sua presenza introduce tempo, differenza, dipendenza. E tutto questo, in certi assetti psichici, è insopportabile.
In questo senso, più che una deviazione della sessualità, la perversione appare come una disgiunzione tra sessualità e amore. Non una semplice separazione — già intravista da Sigmund Freud nella tensione tra corrente tenera e corrente sensuale — ma una vera e propria organizzazione in cui l’eccitamento si emancipa dal legame e si struttura contro di esso. Laddove nella sessualità relazionale il piacere si nutre della presenza dell’altro, nella perversione esso si costruisce a condizione che l’altro perda la propria soggettività e diventi funzione della scena. Si realizza così quella degradazione dell’oggetto, descritta in modi diversi da autori come Robert Stoller o Janine Chasseguet-Smirgel. Come suggerisce Silvio Zucconi, nell’amore perverso il legame non scompare: viene trattenuto, ma solo nella misura in cui l’altro può essere ridotto a funzione.
Non è il piacere a organizzare la scena, ma la necessità di non incontrare l’altro.
Una paziente porta in analisi una sessualità apparentemente libera, dichiaratamente “senza legami”. Ma il racconto è fatto di istruzioni. “Deve fare così… non deve guardarmi… non deve parlare”. Quando qualcosa sfugge, si blocca. Una volta dice: “Se cambia anche solo il ritmo… mi sento persa”. Poi, dopo un silenzio: “Come se sparissi”. Non c’è angoscia di perdere il piacere, ma di perdere se stessa. In un’altra seduta, più cruda: “Se lui decide qualcosa… io non esisto più”. L’eccitamento è possibile solo dentro una scena totalmente controllata. L’altro è ammesso solo se non introduce nulla di proprio. Non è l’intimità a essere evitata, ma l’irruzione dell’alterità.
La scena perversa nasce qui. Non come trasgressione, ma come costruzione. Non come eccesso, ma come organizzazione. Una scena che precede l’incontro e lo sostituisce, che non si apre ma si ripete. La ripetizione non è soltanto coazione: è una forma di tenuta. Tiene insieme qualcosa che, altrimenti, rischierebbe di disperdersi. In questo senso la perversione non è solo contro l’altro, ma contro il tempo.
Ed è qui che il corpo diventa decisivo. Non il corpo come luogo dell’esperienza condivisa, ma il corpo come scena. Il corpo non è abitato, è tenuto. Non è luogo di incontro, ma superficie che trattiene, che porta i segni di ciò che non ha trovato parola.
Come ho avuto modo di sottolineare altrove (De Simone), il corpo, in queste configurazioni, non è tanto vissuto quanto utilizzato, più supporto che esperienza, più luogo di iscrizione che spazio di incontro. Nella perversione esso viene sottratto alla sua opacità vivente e trasformato in dispositivo: deve rispondere, funzionare, mantenere lo stato. Può diventare frammento, dettaglio, oggetto parziale, o al contrario corpo interamente catturato in una coreografia che non tollera deviazioni.
Non è più un corpo che sente, ma un corpo che deve funzionare.
Deve reggere la scena, più che vivere un’esperienza.
Non è più un corpo del soggetto, né dell’altro: è il corpo della scena.
È su questo punto che il riferimento a Masud Khan diventa decisivo. Con il concetto di trauma cumulativo, Khan ci riporta a quelle discontinuità minime, ripetute, quasi invisibili, che non distruggono il soggetto ma ne incrinano la continuità interna. In questi contesti, il bambino non crolla: si organizza. Costruisce aree autosufficienti, narcisistiche, spesso autoerotiche, che funzionano come rifugi.
Ma già Sándor Ferenczi aveva mostrato come il trauma non coincida soltanto con l’evento, ma con il suo diniego, con la smentita dell’esperienza del bambino, con quella frattura per cui ciò che è stato vissuto non può essere né pensato né rappresentato. Ciò che resta non è un ricordo, ma una presenza che insiste.
Khan aggiunge un elemento ancora più sottile: in alcune configurazioni il bambino non è solo trascurato o invaso, ma anche idoleggiato. Viene investito narcisisticamente come oggetto speciale, chiamato a incarnare un desiderio dell’altro che lo eccede. Non è riconosciuto nella sua separatezza, ma catturato in una funzione.
È in questi assetti che, talvolta, si struttura il nucleo perverso.
Un uomo, apparentemente ben integrato, arriva in analisi dopo anni di tentativi falliti di relazione. All’inizio parla poco, poi emerge lentamente che riesce a eccitarsi solo in presenza di donne con una zoppia evidente. “Se camminano normalmente… non succede niente”. Racconta di cercarle attivamente, quasi ossessivamente: “Le vedo subito… le riconosco”. Poi aggiunge: “A volte passo giorni interi a cercarle… giro… guardo… come se dovessi trovarne una per poter cominciare”.
Quando non le trova, compare un’angoscia crescente: “È come se non potessi cominciare… come se tutto si bloccasse”. La ricerca diventa più cupa. “A volte penso… che potrei far succedere qualcosa… non so se mi fermerei”. L’idea di azzoppare una donna lo attraversa come una possibilità reale: lo spaventa, ma allo stesso tempo lo eccita. A volte il solo pensiero produce scariche corporee improvvise, eiaculazioni non cercate.
Non c’è scena esterna. È il pensiero che si incarna nel corpo.
L’angoscia e l’eccitamento coincidono.
“Con loro non devo inseguire niente… stanno”. Il corpo dell’altro diventa garanzia. Un corpo che non può andare via.
Non è l’assenza. È una presenza che non arriva.
A tre mesi, la madre subisce un incidente domestico e resta immobilizzata a lungo. Non può prenderlo in braccio. È lì, ma non raggiungibile. Non manca: non arriva.
Forse è qui che qualcosa si inscrive. La ricerca di un corpo che non si muova, che non introduca distanza, che non costringa a tollerare l’attesa.
Un corpo che non può andare via, perché una volta è già andato via, pur restando.
La sessualizzazione, in questa prospettiva, non è solo ricerca di piacere ma tecnica di sopravvivenza. Un modo per produrre uno stato, per non esporsi alla perdita. Ciò che non è stato rappresentato ritorna come scena.
E, come aveva intravisto Melanie Klein, quando l’aggressività non può essere trasformata, può essere sessualizzata. La distruttività diventa eccitamento.
Ma questa organizzazione ha un costo. Ciò che viene escluso è la possibilità dell’incontro. Perché l’incontro implica sempre una perdita di controllo. Implica che l’altro esista davvero.
Dal punto di vista clinico, questo impone cautela. Non si tratta di smontare la scena, ma di comprenderne la funzione.
Altrimenti si rischia di togliere al paziente il suo unico modo di stare insieme a se stesso.
Il piacere, allora, non nasce dall’incontro ma dalla sua evitabilità.
Il corpo prende il posto della mente, la scena quello della storia.
E finché la scena tiene, l’altro non è necessario.
Solo quando qualcosa cede — non per essere interpretato, ma per essere tollerato — può riaprirsi uno spazio minimo: non ancora incontro, ma possibilità di non evitarlo.
È lì, forse, che il tempo ricomincia.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA ( associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)
ph: Francesca Tilio