24/02/2026
Ci sono modi di ferire che non alzano mai la voce. Camminano scalzi, avvolti in parole educate, profumati di buone intenzioni.
Non gridano, spiegano.
Non colpiscono, correggono.
Non dominano, "guidano".
Eppure il dolore che lasciano è antico.
Spesso il nostro modo di fare assomiglia a una foresta che ha dimenticato di essere viva.
Gli alberi parlano di luce mentre le radici strangolano.
Ci raccontiamo di agire per il bene, per la verità, per la giustizia e intanto, sotto la corteccia lucida della morale, si muove qualcosa di più primitivo come la paura di non valere, il bisogno di prevalere e la sottile ebbrezza del sentirsi superiori.
Il bullismo non è sempre un gesto brutale.
A volte è un sorriso che sminuisce.
Una verità usata come arma.
Una critica travestita da sincerità.
È arroganza che ha imparato il linguaggio della virtù.
La psiche umana è maestra nell’arte della giustificazione.
Trasforma la durezza in rigore,
la chiusura in lucidità,
la crudeltà in franchezza.
È un’alchimia oscura:
la violenza si dissolve nella retorica
e ciò che ferisce assume
il volto rispettabile del "necessario".
Così nascono le guerre quotidiane.
Piccole, invisibili ma persistenti.
Nei rapporti, dove l’ascolto cede il posto alla sentenza.
Nel lavoro, dove la competizione diventa svalutazione.
Nelle idee, dove il dissenso diventa minaccia.
E, più sottilmente, nello spazio che chiamiamo spirituale.
Perché anche lì, dove si parla di "coscienza", "luce", "risveglio", l’ombra trova dimora una dimora di perversione.
L’ego ipertrofico sa indossare vesti sacre.
Ama proclamare purezze,
stabilire gerarchie invisibili,
misurare chi è "più evoluto",
chi è "più consapevole".
Il linguaggio cambia, la dinamica malata resta:
Non è più arroganza, è "chiarezza".
Non è giudizio, è "discernimento".
Non è esclusione, è "protezione energetica".
La foresta interiore conosce bene questi travestimenti.
Nella visione antica della natura, ogni essere vivente è parte del cerchio.
Non esiste superiorità, solo interdipendenza.
L’albero non è più nobile del muschio,
il fiume non è più saggio della pietra.
Tutto è relazione, tutto è equilibrio dinamico.
Ma l’essere umano, dimentico del cerchio, costruisce scale.
Scale di valore, scale di purezza, scale di potere.
E su ogni gradino si insinua una distanza.
Dalla comprensione.
Dalla compassione.
Dalla semplice, radicale umiltà di riconoscere:
anche la mia luce proietta ombra.
La violenza più pervasiva non è quella che distrugge apertamente, ma quella che si ritiene legittima.
Quella che non si percepisce come tale.
Quella che nasce dalla convinzione incrollabile di avere ragione.
Perché quando la certezza diventa identità, ogni dubbio appare nemico.
E allora si ferisce senza accorgersene.
Si impone senza chiamarlo dominio.
Si schiaccia senza sentire il peso del gesto.
Forse il primo atto davvero spirituale non è elevarsi ma disarmarsi.
Osservare con onestà le proprie rigidità.
Riconoscere il piacere sottile del sentirsi migliori.
Accogliere l’inquietante verità che il bene,
nelle mani di un ego disregolato, può diventare strumento di separazione.
Nella saggezza della natura non c’è purezza,
c’è totalità.
Non c’è perfezione,
c’è trasformazione.
L’albero cresce contorto, il bosco include la decomposizione, la vita si nutre della morte.
Nulla viene espulso, tutto viene integrato.
Forse anche dentro di noi il cammino non è eliminare l’ombra, ma renderla cosciente.
Non reprimere l’impulso alla durezza, ma comprenderne la radice.
Non negare la violenza sottile, ma illuminarne i meccanismi.
Perché ciò che resta invisibile governa.
Ciò che viene visto, lentamente, perde il suo incantesimo.
E allora il linguaggio cambia davvero.
La sincerità smette di essere lama e diventa incontro.
La giustizia smette di essere superiorità e diventa equilibrio.
La forza smette di essere imposizione e diventa presenza.
Come una foresta che ricorda di essere un organismo unico, anche l’essere umano può ricordare di non essere separato.
E in quel ricordo, forse, la "gentilezza" che ferisce comincia a dissolversi.
Non per moralismo.
Ma per consapevolezza.
Non per disciplina.
Ma per comprensione profonda della nostra natura fragile, luminosa, imperfetta.
Radicata, come ogni cosa viva, nello stesso mistero.
(Luana Sanvidotto - "Quando la foresta dimentica il cerchio")
Immagine: Opera di Tony Drehfal