Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

Vale più un minuto in cui ci si sente profondamente e disinteressatamente accolti così come si è...che anni di buoni con...
31/01/2026

Vale più un minuto
in cui ci si sente
profondamente
e disinteressatamente
accolti così come si è...

che anni di buoni consigli,
di indicazioni
e saggi concetti.

Chi si sente profondamente amato
comunque
e a prescindere

la Via arriva a vederla
e a divenirla
da Sé.

Maria Antonietta Scarafile.

Beato chi non si sente arrivato,perché resta disponibile a cambiare.Beato chi conosce la fatica di stare,e non la scambi...
31/01/2026

Beato chi non si sente arrivato,
perché resta disponibile a cambiare.
Beato chi conosce la fatica di stare,
e non la scambia per un errore.
Beato chi ha perso appigli,
perché non vive più aggrappato alle illusioni.
Beato chi non ha risposte pronte,
e per questo sa ascoltare davvero.
Beato chi ha conosciuto il vuoto
e non lo riempie in fretta con qualcuno.
Beato chi trema davanti all’amore
e non lo usa per dominare o fuggire.
Beato chi non chiede di essere salvato,
ma di essere incontrato.
Beato chi ha pianto senza vergognarsi,
perché ha smesso di difendersi dalla vita.
Beato chi non confonde la forza con il controllo, né la libertà con l’assenza di legami.
Beato chi sa restare anche quando non capisce, perché la verità non arriva sempre subito.
Beato chi non pretende di guarire l’altro,
ma regge la sua presenza.
Beato chi non si crede migliore,
perché ha visto da vicino la propria fragilità.
Beato chi attraversa senza indurirsi,
perché non tutto ciò che ferisce deve diventare corazza.
Non sono beati perché giusti.
Sono beati perché veri.
E perché hanno scelto di restare umani, anche quando costava.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Opera di Leiko Tar - "Flusso di mente rossa tra guardiani polari"

Le grandi emozioni si presentano indipendentemente da qualsiasi faticosa disperata intenzione di soffocarle e superarle,...
30/01/2026

Le grandi emozioni si presentano indipendentemente da qualsiasi faticosa disperata intenzione di soffocarle e superarle, perché sono moti costitutivi della condizione umana.
È inaccettabile dunque la ribellione della natura: fino a ieri credevo di poter fare tutto ciò che volevo, la ignoravo, non la consideravo un alter ego col quale colloquiare.
E ho cementificato, urbanizzato, non curato.

L’emozione, a differenza della ragione, ha in sé una spinta inesorabile verso gli altri.
Fragilità, timidezza, ansia, paura sono diverse forme di ricchezza umana.
Forme che bisogna rispettare, interpretare e spiegare ai bambini: "Sì, si può balbettare, essere timidi e insicuri" senza che questi siano elementi da cancellare.
Patologica è invece quella vita infantile nella quale siano soppresse queste forme, o dove i bambini siano invitati a considerare i propri sentimenti come se fossero malattie o disturbi dai quali fuggire.

Non solo insegnanti e genitori sono spesso fonte di anticura, di antieducazione, ma, anche i mass media che esaltano bellezza, forza, sicurezza, freddezza: i migliori sono i più freddi, sordi agli altri perché risucchiati dal raggiungimento della meta che viene loro proposta, fare i temi migliori anche nella vita.
Si vuole dimostrare agli altri che la paura può essere sconfitta.
Un’illusione: la paura resta presente.
I timidi, i fragili capiscono ancora più profondamente i problemi che non hanno magari modo di esprimere proprio perché sono timidi, ansiosi, sottoposti a fatica relazionale.

Non possiamo essere robot, invasi dalla freddezza.
I robot camminano guardando solo al loro domani, recidendo quel ponte levatoio che rende l’umanità densa di significato, mettendo in relazione il mio destino con quello degli altri, di chi soffre, di chi muore.
Mille volte meglio la paura dei ghiacciai dell’indifferenza e della mancanza di sentimenti, che sono preziosi compagni con le loro camaleontiche trasformazioni.

Guardiamoci da tutti coloro che ci aprono autostrade.
Cerchiamo piuttosto i sentieri che aprono vie forse faticose.
Sono i sentieri che ci fanno riflettere.

(Eugenio Borgna - da “Il lato buono della paura”)

Immagine: Opera di Valentino Albin

I giorni più luminosi della nostra vita, che sono sempre troppo pochi, sono quelli in cui ci siamo sentiti compresi e st...
27/01/2026

I giorni più luminosi della nostra vita, che sono sempre troppo pochi, sono quelli in cui ci siamo sentiti compresi e stimati non per i nostri meriti e demeriti ma perché qualcuno - un fratello, una madre, un amico - ci ha amati nelle nostre imperfezioni, nei nostri limiti, nelle nostre ambivalenze e ambiguità; perché, in un giorno diverso, quella persona ha visto il nostro cuore e la sua sincerità.
Perché non ci ha stimato e amato nonostante quei limiti e quelle imperfezioni, ma grazie a essi e a esse.
Quei pochi rapporti diversi che ci accompagnano per tutta la vita, sono incontri tra due cuori sinceri che almeno una volta si sono visti così.
Patti nati da alchimie tra anime che si sono incontrate nelle loro nudità oltre e prima i meriti e i demeriti.
Poi, anche in questi rapporti diversi, gioiamo per i meriti nostri e degli altri, soffriamo e ci arrabbiamo per i demeriti; ma sappiamo che sono cose poco importanti, perché molto, troppo più importante è quel cuore che abbiamo visto, capito e soprattutto amato almeno una volta in un giorno speciale.
Anche se non lo sappiamo, è questo sguardo che cerchiamo dal primo momento in cui veniamo alla luce, e lo inseguiamo con tenacia fino alla fine.
Senza questo sguardo diverso, senza almeno una persona che ci ha visto e ci vede così (questi sguardi resistono per sempre), l’esistenza diventa troppo difficile, forse impossibile.
E se c’è qualcosa nella vita che continua ancora ad affascinarmi e sedurmi ogni mattina non è la ricerca di qualche forma di perfezione morale, ma l’entusiasmo di continuare a camminare in cerca di sorprese, in compagnia dei vizi e virtù degli altri e miei.
Una vita dove le ferite che inevitabilmente segniamo nel corpo e nell’anima degli altri e che da loro riceviamo nei combattimenti corpo-a-corpo, sono anche finestre per provare a vedere un brandello di cielo.

(Luigino Bruni)

Immagine: Dipinto di Tim Cantor - "A feather in fate"

Il corpo tossisce. Starnutisce. Piange.Per espellere ciò che non gli appartiene.Perché non tutto ciò che entra è degno d...
23/01/2026

Il corpo tossisce. Starnutisce. Piange.
Per espellere ciò che non gli appartiene.
Perché non tutto ciò che entra è degno di restare.
Polvere, batteri, fumo, tossine.
Il corpo ha i suoi rituali: convulsi, rumorosi, a volte violenti.
Ma sono riti di purificazione.
La saggezza animale che ancora ci abita.

E l’anima?
L’anima non ha bronchi. Non ha trachea.
Ma ha soglie.
E quando qualcosa di tossico vi entra -
una menzogna, un tradimento, una catena,
un amore finto, un dio venduto, una vergogna imposta - l’anima cerca un’uscita.

E allora come tossisce l’anima?
A volte grida nel sonno.
A volte scrive poesie che nessuno leggerà.
A volte rompe tutto, senza sapere perché.
A volte si isola, per non infettare.
A volte smette di parlare, perché ogni parola sarebbe veleno.
A volte urla. O danza. O canta a squarciagola nel buio. O lascia. O parte. O si ribella.
Oppure ama di nuovo, con uno strappo.

Ma il suo vero colpo di tosse è il pianto sacro.
Non quello domestico, non quello educato.
Quello che viene da dentro.
Quello che non si può fermare.
Quello che ti svuota e ti salva.
Lì, l’anima sta sputando il male.

Il corpo tossisce. L’anima trasforma.
E quando non riesce a espellere il male, l’anima si ammala.
Diventa servile. Si rattrappisce. Fa sogni senza luce.
Diventa triste, ma non sa dire perché.
Per questo non va mai fermata la tosse dell’anima.
Va ascoltata.
Onorata.
Lasciata uscire.

(Manuele Dalcesti - da "I Sentieri del Lupo")

Immagine: Opera di Paul Klee - "Mythical Flower" (watercolor)

Arriva un momento in cui ci si rende conto di un qualcosa di importante:che le proprie reazioni non erano il vero proble...
19/01/2026

Arriva un momento in cui ci si rende conto di un qualcosa di importante:
che le proprie reazioni non erano il vero problema;
che i propri sentimenti non erano affatto esagerati;
che il proprio istinto non era per nulla spezzato.
Ci si rende conto che proprio quelle precise "reazioni" rappresentavano delle risposte autentiche ed umane a comportamenti che oltrepassavano i limiti.

Per molto tempo, a molti è stato insegnato a dubitare di se stessi per primi, per minimizzare l'operato violento generale.
A molti è stato insegnato a mettere in discussione la propria sanità mentale, invece di mettere in discussione le azioni che causavano quel dolore.
Questo tipo di condizionamento è profondo, e può tranquillamente erodere il senso di se stessi.

Guarire significa riuscire a fidarsi di nuovo di se stessi.
Significa sapere che riuscire a mettere dei confini non rende affatto insensibili o distaccati.
Significa ritornare ad essere integri e onesti.
Significa smettere di lasciare che gli altri riscrivano la propria realtà di sé.

(Zachary Fisher)

Immagine: Dipinto di Daniella Willett-Rabin - "Deep Into the Land of Enchantment"

Innamorati dell'oscuritàdelle ombre, delle parti nascostedei pezzi che nascondiamo per vergogna.Innamorati dell'innocenz...
17/01/2026

Innamorati dell'oscurità
delle ombre, delle parti nascoste
dei pezzi che nascondiamo per vergogna.
Innamorati dell'innocenza.
Delle nostre paure infantili del buio.
Di essere esposti. Di mostrarci.
Di essere visti, di uscire alla luce.

Dei dubbi, dei dolori segreti,
delle nostre strane fantasie, e dei sentimenti con cui non sappiamo cosa fare.
Del terrore della notte.
Della rabbia che bolle proprio sotto la superficie.
Del timore che non siamo degni d'amore.

Dei sentimenti e dei pensieri che nascondiamo
per mantenere l'immagine di 'me'.
Per essere bravi, essere gentili, essere spirituali.
Per essere 'quello che può essere mantenuto in un pezzo'.

Innamorati di questa umanità segreta.
L'oscurità non è oscuritá
ma solo frammenti spaventati che desiderano la luce.
Siamo Esseri che vogliono amore e attenzione, e aria,
e inclusione nella più grande immagine dell'essere.

Non cercare la luce,
abbi solo il coraggio di brillare completamente
nei luoghi doloranti, nei luoghi sensibili.

Illumina. Irradia.
Fa' che sia sicuro per i piccoli mostri
uscire di nascosto
Fai sapere loro che sono bellissimi.
E degni.
E che non sono affatto mostri.

(Jeff Foster)

Immagine: Dipinto di Fred Calleri

C’è un luogo in ciascuno di noiche aspetta di essere visto.È buio, come un abisso nascostosilenzioso e immenso.Lì dormon...
16/01/2026

C’è un luogo in ciascuno di noi
che aspetta di essere visto.
È buio, come un abisso nascosto
silenzioso e immenso.
Lì dormono le paure
le ambizioni che abbiamo seppellito
le parole che non abbiamo detto
per paura di romperci.
Guardarlo fa paura.
Abitarlo, ancora di più.

La realtà ci spinge fuori
dove il rumore è più forte
dove i gesti si affrettano
dove il cielo sembra sempre più alto
e la terra sempre più lontana.
E noi, lì, a rincorrere ombre
a costruire muri
mentre la voce dentro sussurra:
“Vieni, fermati. Guarda.”
La vita non è pubblicità di emozioni
ma improvvisazione di anima.

Ma guardare dentro è un lavoro difficile.
È come spogliarsi con dita fragili.
È come ascoltare un vecchio canto
fatto di cose dimenticate
di dolore che non ha avuto parole
di luci mai accese.

Eppure, lì dentro
nell’oscurità che temiamo
c’è la radice di ogni nostro sogno
c’è il seme che aspetta solo
di essere portato alla luce.
Perché non si cresce con le illusioni
ma con il coraggio di guardarsi interi:
le crepe, i vuoti
i piccoli miracoli nascosti.

Anche il mondo - il nostro mondo -
ha bisogno di questo sguardo.
Non più occhi distratti
che si posano solo dove il vento luccica
ma mani che scavano
nelle pieghe profonde della terra
nelle storie che nessuno ascolta.

La coscienza non è un grido
è un sussurro che cresce.
È il tocco leggero
di chi sa che ogni gesto
anche il più piccolo
cambia la forma del tempo.

E allora impariamo ad abitare
questa profondità che chiama
questa bellezza che non grida
questo silenzio che insegna.
Perché solo chi sa guardarsi dentro
può davvero svegliarsi.
E quando ci svegliamo
noi, come alberi
portiamo alla luce
un’intera foresta.
E in quella foresta
nel bosco infinito dell’essere
il ramo si spacca e fiorisce
il canto del buio diventa luce
e la vita intera
finalmente ringrazia.

L'intimità non è ciò che ci è stato insegnato.La maggior parte delle persone, infatti, ancora pensa che l'intimità sia f...
11/01/2026

L'intimità non è ciò che ci è stato insegnato.
La maggior parte delle persone, infatti, ancora pensa che l'intimità sia fisica. Non lo è.

L'intimità è verità.
È il momento in cui smetti di esibirti e inizi a rivelarti.
Quando lasci che qualcuno veda le parti di te che non sono impressionanti, lucide o certe.
Quando non usi armature. Ti presenti e basta.
La vera intimità è stare emotivamente nudi davanti a un altro essere umano e non essere puniti per questo.
È offrire una presenza, anche silenziosa, che dice: "Sei al sicuro con me".
Questo tipo di intimità cambia le persone.
Guarisce vecchie ferite. Ammorbidisce le difese che hanno impiegato anni per essere costruite.
Permette al sistema nervoso di respirare.
Crea un tipo di connessione che non svanisce quando il desiderio oscilla o è assente.
L'intimità non è essere desiderati. Si tratta di essere ricevuti.
Completamente. Onestamente. Senza condizioni.

Quando qualcuno riesce a contenere la tua verità senza giudicarla e senza cercare di rimodellarla, questa è intimità.
Quando puoi fare lo stesso per quel qualcuno, questo è amore.

(Zachary Fisher)

Immagine: Opera fotografica di Alain Laboile

Abitare la vita senza più dimostrare.Ci sono momenti in cui la vita non chiede di essere capita, ma sopportata senza ess...
10/01/2026

Abitare la vita senza più dimostrare.

Ci sono momenti in cui la vita non chiede di essere capita, ma sopportata senza essere tradita.
Non nel senso della rassegnazione, ma in quello più difficile della fedeltà a ciò che accade dentro quando nessuna spiegazione basta più.

Abbiamo imparato a funzionare bene: a reggere, a rispondere, a essere all’altezza. Ma quasi nessuno ci ha insegnato a restare quando tutto questo cade.
Restare quando il senso si ritira.
Quando le cose che ci definivano non parlano più.
Quando non sappiamo più dire chi siamo senza usare il passato.
È lì che molti fuggono. Riempiono. Accelerano. Si sostituiscono.
Non perché siano deboli, ma perché il vuoto fa paura e nessuno ci ha mai detto che non è un errore.

Il vuoto non è sempre mancanza.
A volte è spazio che si apre dopo che qualcosa ha finito di reggere.
E il lavoro più profondo, quello che non si vede, non è “migliorarsi”, ma non violentare questo tempo.
Non chiamare soluzione ciò che è fuga. Non chiamare forza ciò che è controllo. Non chiamare guarigione ciò che è solo adattamento.

C’è un momento in cui l’unica cosa vera che si può fare è non tradirsi.
Non riempire. Non spiegare. Non giustificare.
Restare abbastanza a lungo da permettere a qualcosa di nuovo di emergere senza essere forzato.

Questo lavoro non rende speciali. Non rende migliori.
Rende più sobri.
Meno illusioni. Meno maschere.
Più rispetto per i tempi lenti dell’umano.
È un lavoro silenzioso, che non dà riconoscimenti immediati.
Ma se viene attraversato con onestà, restituisce una cosa rara: la possibilità di abitare la vita senza doverla continuamente dimostrare.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Dipinto di Teresa Saia

La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilit...
07/01/2026

La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione.
La fragilità è come uno scudo che ci difende dalle calamità, quello che di solito consideriamo un difetto è invece la virtuosa attitudine che ci consente di stabilire un rapporto di empatia con chi ci è vicino.
Il fragile è l’uomo per eccellenza, perché considera gli altri, suoi pari e non, potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende.

[Vittorino Andreoli]

Il tema della "verità" attraversa la nostra vita in modo silenzioso e spesso doloroso. Da una parte c’è la verità immedi...
07/01/2026

Il tema della "verità" attraversa la nostra vita in modo silenzioso e spesso doloroso. Da una parte c’è la verità immediata, quella che nasce dai sensi e dall’esperienza diretta. Dall’altra c’è la verità imposta, cioè ciò che la società considera accettabile e che pretende di sostituire alla percezione autentica. Il bambino ci offre un esempio emblematico. Vive immerso nel suo sentire, interpreta il mondo con innocenza e lo racconta senza filtri. Dice ciò che vede e ciò che sente con la naturalezza di chi non conosce ancora le regole del tacere. E proprio questa verità ingenua mette in crisi gli adulti. Quante volte un bambino dice ad alta voce qualcosa di imbarazzante e i genitori intervengono prontamente per zittirlo. Il messaggio che riceve è chiaro: non fidarti dei tuoi sensi, non esprimere ciò che percepisci, limita la tua voce a ciò che gli altri vogliono sentire. Ciò che chiamiamo educazione rischia così di diventare, un processo di nevroticizzazione. Perché crea una frattura tra l’esperienza immediata e la sua espressione, tra il corpo che sente e la mente che censura. È vero, una società senza filtri sarebbe difficile da vivere. Se tutti dicessero sempre tutto, la convivenza diventerebbe conflitto permanente. Le regole del linguaggio sociale hanno dunque una funzione necessaria. Ma l’altra faccia della medaglia è che, se impariamo troppo presto a reprimere la verità interiore, cresciamo divisi: da un lato un sentire vivo e autentico, dall’altro una maschera compiacente. La sfida sta proprio nel custodire la verità del sentire senza trasformarla in colpa, e al tempo stesso nel saperla esprimere in forme che non distruggano ma costruiscano. Se la menzogna diventa l’unica via per sopravvivere socialmente, allora sì, l’educazione non è più tale: diventa una patologia collettiva. Ma se educare significa insegnare a tradurre la verità in parola fertile, capace di aprire invece che ferire allora non si tradisce il bambino, lo si arricchisce. La questione rimane aperta: vogliamo crescere generazioni capaci di mentire o dire la verità con sensibilità e intelligenza.

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