Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

Il Natale celebra la festa della nascita di Gesù, del Dio che si fa uomo, che si inabissa nella vita infranta che è la n...
25/12/2025

Il Natale celebra la festa della nascita di Gesù, del Dio che si fa uomo, che si inabissa nella vita
infranta che è la nostra vita, la vita di tutti gli esseri umani. Il messaggio cristiano non è, infatti,
quello di abbandonare questa vita per raggiungere un’altra vita, una vita che non conoscerebbe né
nascita né morte, una vita senza tempo, perfettamente compiuta, eterna, sottratta all’inferno di questo mondo. Piuttosto è quello di continuare a nascere in questa vita, di nascere nuovamente, di non smettere mai di nascere.
Si tratta di accogliere sino in fondo la sfida della vita, della sua insicurezza, della sua mancanza, del suo essere vita infranta.

È quello che non comprende Freud quando riduce la vita cristiana ad una vita che vorrebbe fuggire dall’asprezza del mondo, ad una vita che si ripara dalle turbolenze della vita grazie allo scudo offerto Dio. Tutto il contrario: sin dalla sua nascita l’essere umano incontra la sua vulnerabilità e la sua insufficienza. La vita cristiana non è vita assicurata, protetta, garantita, ma vita che fa esperienza dell’abbandono, della perdita, dello smarrimento. L’uomo di fede non si risparmia, non è soggiogato da una pulsione securitaria, non tende a fuggire dalle asperità della vita, ma si trova sempre gettato, come Paolo ha sottolineato con forza, nella “ristrettezza”, nella “persecuzione”, nella “fame”, nella “nudità”, nel “pericolo” (Rm, 8, 35). Nell’evento della nascita di Gesù il divino si abbassa e si svuota di ogni potere sovrannaturale per farsi uomo. È l’umiltà della stalla, della paglia, della mangiatoia, del fiato degli animali che riscalda il bambino venuto dal cielo. È lo sradicamento di una vita che non ha casa,alloggio, residenza, titoli, potere. Come se venisse qui ripresa radicalmente la divisione che attraversa la creatura umana descritta dalla Torah.
Essere immagine e somiglianza di Dio, incarnare lo splendore della creazione e, al tempo stesso, essere polvere destinata a ritornare nella polvere. La vita si afferma nella sua nuda forza e, nello
stesso tempo, nella sua altrettanto nuda inermità.

Massimo Recalcati, in “la Repubblica” del 24 dicembre 2023

🧭Questa riflessione nasce dopo una seduta di qualche giorno fa. Un tema che è venuto fuori quasi per caso, ma che mi ha ...
15/12/2025

🧭Questa riflessione nasce dopo una seduta di qualche giorno fa. Un tema che è venuto fuori quasi per caso, ma che mi ha fatto pensare molto: l’idea, a volte sottilissima, che fare terapia significhi diventare più consapevoli sì… ma anche più “alti”, più lucidi, più “arrivati".
Fare una terapia non ci rende onniscienti. Non ci rende onnipotenti, neanche sulla nostra stessa vita. Ci rende più consapevoli, più responsabili. Ma non superiori. Eppure capita, a molti, che dopo un grande lavoro personale si sviluppi una specie di effetto collaterale: un tono, un modo di guardare gli altri, un atteggiamento da “io ho visto cose che voi umani… perché io ho fatto terapia”. Non è arroganza pura, più qualcosa che nasce dalla parte che ha sofferto tanto e che ora rivendica il prezzo pagato. È quella parte che dice: “Io dal mio Vietnam personale ne sono uscito. Mi è costato tutto. Della tua guerra non voglio sapere niente. E se proprio devo guardarla, almeno fammi sentire che io ne sono uscito meglio di te”. Ed è proprio qui che nasce il rischio.
Perché quella parte ferita, stanca, che ha attraversato l’inferno, spesso pretende che anche gli altri facciano lo stesso viaggio, con la stessa intensità, con lo stesso sforzo.E se non lo fanno, scatta il giudizio: “non sei consapevole”, “non ti assumi la responsabilità”, “
Vero, chi non ha consapevolezze spesso proietta, manipola, usa gli altri come discariche emotive, scappa dalle proprie responsabilità adulte. Ma (ed è un ma gigante) questo non dà a chi ha fatto terapia il diritto di sentirsi un gradino sopra. Perché la terapia non mette nessuno su un piedistallo. Neanche il terapeuta.
Il terapeuta non è superiore: è accanto. Con competenze diverse, ma sullo stesso piano umano, spesso con altrettante o diverse difficoltà ancora in fase di elaborazione. Il problema è che quando si esce da un percorso faticoso, vero, potente, si può sviluppare una sorta di “superiorità difensiva”: una protezione spacciata per evoluzione, una distanza spacciata per confine, una freddezza spacciata per lucidità. Ma la salute emotiva non funziona così, la terapia rappresenta non una medaglia o un ruolo ma uno stare bene con se stessi e con l'altro.

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo s...
15/12/2025

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive.

Banana Yoshimoto

I migliori, i peggiori con cui competiamo.La psicoterapia non ti aggiusta, non cura, ti smonta. Ti accompagna a guardare...
12/12/2025

I migliori, i peggiori con cui competiamo.

La psicoterapia non ti aggiusta, non cura, ti smonta. Ti accompagna a guardare dove non vuoi, dove non ti conviene guardare. Ti toglie le scuse, le maschere, le frasi fatte, rivalutare ciò che pensavi di volere, che fosse "giusto" per te.
Non è uno spazio comodo. Delle volte è un campo di battaglia, la più importante e il nemico, spesso, sei tu; altre, un luogo dove ti accarezzi finalmente il cuore.
Non funziona se ci vai per sentirti semplicemente meglio. Funziona quando ci vai per diventare vero, almeno con te stesso, diventi un tuo alleato e non un complice.
Quando smetti di raccontarti che “posso continuare ancora così” e inizi a chiederti: “Ma io, come sto? Voglio vivere davvero in questo modo, mi piaccio, dove sto andando?”.
La terapia non ti salva, ti porta a scegliere come salvarti.
Il terapeuta non dà consigli, non usa una tecnica mirabolante da ultima spiaggia per togliere un sintomo, senza farti riflettere sul “perché stai male” o perchè ti senti così lontano da te stesso. Non é un tour che si fa passando da un professionista all’altro in cerca del “più bravo” o del più "comodo". Certamente è un atto di fiducia verso un professionista, ma l'onore lo stai dando unicamente a te stesso. E' mettere in discussione ciò che ti ha sempre tenuto apparentemente in piedi, accettare che alcune cose non torneranno mai più come prima e trovare comunque un modo per andare oltre, spogliandoti da quel passato.
Avviene solo se sei disposto a fare il lavoro sporco, spesso faticoso, ma estremamente gratificante, fino all'incontro con te stesso. In alternativa, nessun altro lo farà al tuo posto. Il terapeuta non ha la tua chiave, la chiave la fabbrichi tu. E finché non decidi di costruirla, osservarla e poi usarla, la porta più importante resta chiusa.

L’AMORE E IL SENSO DEL DOVEREL’amore ingessato… La parola dovere è una costruzione umana.In natura il dovere non esiste....
12/12/2025

L’AMORE E IL SENSO DEL DOVERE

L’amore ingessato…

La parola dovere è una costruzione umana.
In natura il dovere non esiste.
Esistono il movimento, l’intelligenza della vita, la risposta spontanea a ciò che è reale.

Nessun essere umano nasce per soddisfare le aspettative di un altro.
Per nessuna ragione.
Nessuno è venuto al mondo per vivere la vita che qualcun altro si aspetta da lui.

Ogni adulto è responsabile prima di tutto verso il proprio Essere, non verso il bisogno, la paura o le proiezioni di un’altra persona adulta.
Ci si incontra, ci si accompagna, ci si aiuta per amore — mai per obbligo, mai per senso di colpa, mai per paura di deludere.

Il senso del dovere è uno degli strumenti principali con cui la mente viene addestrata fin dall’infanzia.
È così che si crea la colpa.
È così che si mantiene il controllo.
È così che le persone imparano a tradire se stesse pur di essere accettate.

Quando qualcuno ti dice “devi”, quasi sempre sta dicendo:
ho bisogno che tu viva secondo le mie paure, i miei limiti, la mia insoddisfazione.

Solo persone profondamente infelici e irrisolte sentono il bisogno di interferire nella vita degli altri.
Chi è in pace con se stesso non controlla, non impone, non ricatta emotivamente.

Dove manca l’amore compaiono il dominio, il controllo, il senso di colpa, il dovere.
E con essi scompaiono la gioia, la spontaneità, la libertà.

Questo meccanismo distrugge lentamente l’essere naturale che eri da bambino.
Ogni bambino nasce aperto, vivo, presente.
Poi cresce in sistemi familiari addormentati, condizionati, governati dalla paura, e impara a funzionare come una macchina programmata a soffrire — e, inconsapevolmente, a trasmettere lo stesso schema.

L’amore non è controllo.
L’amore è libertà.
E la libertà richiede spontaneità, verità, responsabilità interiore — non il possesso di persone, ruoli o relazioni.

Il bisogno di controllare nasce sempre dalla paura.
E dove c’è paura non può esserci amore reale.

Nessuno ti appartiene.
E tu non appartieni a nessuno.
Ci si può solo incontrare e fare un tratto di strada insieme — in amore, in amicizia, nella totale libertà di essere ciò che si è.

11/12/2025
🧭Questa riflessione nasce dopo una seduta di qualche giorno fa.Un tema che è venuto fuori quasi per caso, ma che mi ha f...
04/12/2025

🧭Questa riflessione nasce dopo una seduta di qualche giorno fa.
Un tema che è venuto fuori quasi per caso, ma che mi ha fatto pensare molto: l’idea, a volte sottilissima, che fare terapia significhi diventare più consapevoli sì… ma anche più “alti”, più lucidi, più “arrivati”.

Come se un percorso doloroso, profondo, trasformativo, desse automaticamente una specie di autorizzazione speciale.
Fare una terapia non ci rende onniscienti. Non ci rende onnipotenti, neanche sulla nostra stessa vita. Ci rende più consapevoli, più responsabili. Ma non superiori.

Eppure capita, a molti, che dopo un grande lavoro personale si sviluppi una specie di effetto collaterale: un tono, un modo di guardare gli altri, un atteggiamento da “io ho visto cose che voi umani… perché io ho fatto terapia”. Non è arroganza pura, più qualcosa che nasce dalla parte che ha sofferto tanto e che ora rivendica il prezzo pagato.

È quella parte che dice: “Io dal mio Vietnam personale ne sono uscito. Mi è costato tutto. Della tua guerra non voglio sapere niente. E se proprio devo guardarla, almeno fammi sentire che io ne sono uscito meglio di te”.

Ed è proprio qui che nasce il rischio.
Perché quella parte ferita, stanca, che ha attraversato l’inferno, spesso pretende che anche gli altri facciano lo stesso viaggio, con la stessa intensità, con lo stesso sforzo. Per forza.
E se non lo fanno, scatta il giudizio: “non sei consapevole”, “non ti assumi la responsabilità”, “sei ancora nella proiezione”.
Vero, chi non ha consapevolezze spesso proietta, manipola, usa gli altri come discariche emotive, scappa dalle proprie responsabilità adulte. Ma (ed è un ma gigante) questo non dà a chi ha fatto terapia il diritto di sentirsi un gradino sopra.

Perché la terapia non mette nessuno su un piedistallo. Neanche il terapeuta.
Il terapeuta non è superiore: è accanto. Con competenze diverse, ma sullo stesso piano umano, spesso con altrettante o diverse difficoltà ancora in fase di elaborazione.
Il problema è che quando si esce da un percorso faticoso, vero, potente, si può sviluppare una sorta di “superiorità difensiva”: una protezione spacciata per evoluzione, una distanza spacciata per confine, una freddezza spacciata per lucidità.

È come dire: “Io ho fatto terapia, quindi sono sano. Tu no: quindi arrangiati”.
Ma la salute emotiva non funziona così, la terapia fatta davvero non produce persone che si sfilano la mano perché “non vogliono sporcarsi”. Produce persone che sanno tendere la mano senza perdere se stesse.

C’è poi un’altra deriva, ancora più insidiosa: quella di chi, dopo un percorso, si comporta come se avesse preso la laurea e la specializzazione in psicoterapia ad honorem, solo per aver fatto terapia.

All’improvviso si sente autorizzato a spiegare agli altri la loro vita: interpreta, analizza, fa diagnosi improvvisate, dispensa consigli camuffati da rivelazioni spirituali.
Lo fa perché deve convincersi che tutta la fatica, tutto il dolore affrontato, ha prodotto un sapere speciale.

È come se dentro dicesse: “Ho fatto tutto questo lavoro, quindi adesso so come funziona la mente umana. E adesso te lo insegno io.”

Il problema è che questa non è cura. Non è nemmeno condivisione.
È controllo, puro e semplice. È il tentativo di evitare di rivedere negli altri quello che in noi è ancora vivo, ancora vulnerabile, ancora fragile.
È un modo elegante per dire: “Il caos degli altri non mi riguarda, perché il mio mi fa ancora un pò paura.”

Ma più ci si mette a fare i terapeuti della vita altrui, più si rivela una verità scomoda: che il percorso non è stato davvero integrato e che la sicurezza mostrata fuori serve solo a coprire lo scricchiolio che si sente dentro.

Perché quando un percorso è davvero integrato, non ti fa ve**re voglia di salire un gradino sopra. Ti fa ve**re voglia di guardare negli occhi. Di ascoltare. Di esserci.

E in quel punto la terapia diventa ciò che dovrebbe essere: non una medaglia, non un patentino, non un ruolo. Ma una qualità del vivere. Uno stare meglio con noi stessi e non a discapito degli altri.

Una presenza pulita, forte, ma non rigida. Radicata, ma non chiusa.
Una presenza che non fa il guru. Fa l’essere umano e lo fa bene.

Dott.ssa Stefania Pugliese

Molti genitori si sentono feriti  quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpreta...
29/10/2025

Molti genitori si sentono feriti quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpretano il discorso come un’accusa verso se stessi e si sentono giudicati rispetto al loro impegno genitoriale. E certamente può essere un aspetto che genera dolore e tristezza. In realtà il punto fondamentale non è tanto stabilire se abbiano voluto bene ai figli, ma è riconoscere che per generazioni intere è mancato il linguaggio emotivo necessario per trasmettere davvero quell’amore. Ci sono persone che hanno dato tutto ciò che avevano, ma quel “tutto” era LIMITATO a causa della mancanza di strumenti interiori ricevuti a loro volta durante l’infanzia.
Chi è stato cresciuto senza un modello affettivo sano spesso fatica a vedere e a credere che questo lo abbia ferito, perché ammetterlo darebbe la sensazione di mettere in discussione l’intera storia familiare, i propri genitori. Si sviluppa una fedeltà invisibile ,ovvero si difendono i genitori proprio come un tempo si è dovuto difendere e proteggere se stessi. E' una questione di sopravvivenza emotiva.I figli da adulti possono pensare che la loro infelicità dipenda dal carattere, dalla fragilità personale o dal destino, e questo perché nessuno gli ha insegnato a collegare il disagio alle prime ferite non riconosciute.
Non si tratta tanto di colpa, ma di responsabilità intergenerazionale. La colpa dice che avresti potuto fare meglio ma non l’hai fatto, non te ne sei curato, non hai fatto nulla per metterti in discussione e crescere, ma sei rimasto arroccato sulle tue posizioni. La responsabilità affettiva dice invece che hai fatto ciò che era possibile con ciò che avevi, che ti è stato trasmesso, ma oggi hai la possibilità di metterti in discussione e di decidere di acquisire ciò che ieri ti mancava. Questa è ciò che permette di guarire senza distruggere il legame, di riconoscere la ferita senza negare la realtà. Spezzare questa catena si traduce nella presa di coscienza di aver avuto una determinata storia affettiva, educativa, familiare, e quindi nel vedere le proprie ferite, il proprio dolore, accoglierlo, validarlo con l'intento di agire diversamente.

Molti genitori si sentono feriti  quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpreta...
29/10/2025

Molti genitori si sentono feriti quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpretano il discorso come un’accusa verso se stessi e si sentono giudicati rispetto al loro impegno genitoriale. E certamente può essere un aspetto che genera dolore e tristezza. In realtà il punto fondamentale non è tanto stabilire se abbiano voluto bene ai figli, ma è riconoscere che per generazioni intere è mancato il linguaggio emotivo necessario per trasmettere davvero quell’amore. Ci sono persone che hanno dato tutto ciò che avevano, ma quel “tutto” era LIMITATO a causa della mancanza di strumenti interiori ricevuti a loro volta durante l’infanzia.
Chi è stato cresciuto senza un modello affettivo sano spesso fatica a vedere e a credere che questo lo abbia ferito, perché ammetterlo darebbe la sensazione di mettere in discussione l’intera storia familiare, i propri genitori. Si sviluppa una fedeltà invisibile (quello che Benjamin chiama il dono d'amore),ovvero si difendono i genitori proprio come un tempo si è dovuto difendere e proteggere se stessi. E' una questione di sopravvivenza emotiva.I figli da adulti possono pensare che la loro infelicità dipenda dal carattere, dalla fragilità personale o dal destino, e questo perché nessuno gli ha insegnato a collegare il disagio alle prime ferite non riconosciute. È proprio così chr il ciclo continua e si ripete, come ha scritto e riscritto Alice Miller, chi non è stato visto interiormente, chi non ha avuto vicino a sé un testimone compassionevole, fatica a vedersi e a vedere a sua volta.
Quindi non si tratta tanto di colpa, ma di responsabilità intergenerazionale. La colpa dice che avresti potuto fare meglio ma non l’hai fatto, non te ne sei curato, non hai fatto nulla per metterti in discussione e crescere, ma sei rimasto arroccato sulle tue posizioni. La responsabilità affettiva dice invece che hai fatto ciò che era possibile con ciò che avevi, che ti è stato trasmesso, ma oggi hai la possibilità di metterti in discussione e di decidere di acquisire ciò che ieri ti mancava. Questa è ciò che permette di guarire senza distruggere il legame, di riconoscere la ferita senza negare la realtà.
Spezzare questa catena si traduce nella presa di coscienza di aver avuto una determinata storia affettiva, educativs, familiare, e quindi nel vedere le proprie ferite, il proprio dolore, accoglierlo, validarlo con l'intento di agire diversamente, con consapevolezza. Non serve avere fatto tutto perfetto, è praticamente impossibile, ma è fondamentale vedere la nostra storia, vedere quel dolore, da dove proviene e avere il coraggio di metterci mano.
L’affetto non basta se non c'è un ascolto profondo, che passa prima dall' ascolto di sé.

"Temono l’amore perché crea un mondo che non possono controllare".Questa frase mi risuona oggi come un monito e una care...
24/10/2025

"Temono l’amore perché crea un mondo che non possono controllare".
Questa frase mi risuona oggi come un monito e una carezza insieme: un monito per chi dimentica il potere della libertà dell’anima, e una carezza per chi ha scelto, nonostante tutto, di amare davvero.

Nel mondo che Orwell descrive - un mondo regolato dalla paura, dal controllo, dalla disciplina regolare del pensiero - l’amore rappresenta qualcosa di ribelle. Qualcosa che non si lascia incasellare, non si lascia dominare, non si lascia banalizzare.
Amare significa aprire spazi che vanno oltre la logica della mera utilità, del “ciò che si può governare”.
Amare significa dare vita a universi che sfuggono alle maglie strette del potere, della manipolazione, del conformismo.

E allora capisco: “temono l’amore" perché dove compare l’amore vero, autentico non si può più ridurre l’essere umano a pedina.
Dove appare l’amore vero, il controllo vacilla. E ci si perde per ritrovarsi davvero.
L’amore costruisce ponti, moltiplica relazioni, abbatte silenzi, inaugura verità.
L’amore è creazione, è apertura, è dono - ed è proprio questo dono che diventa un “mondo che non possono controllare”.

Credo che siamo chiamati a non avere paura di questo “mondo che non si può controllare”.
Sì, perché è nel rischio dell’amare che la nostra libertà si manifesta.
È nell’abbandonarsi - non come debolezza, ma come forza - che scopriamo quanto possiamo essere umani e generare relazioni che non si reggono su paura e dominio, ma su gratuità, fiducia, rispetto, libertà e amore vero.

Amare è l'atto di libertà più autentico e coraggioso: voler bene senza pretendere di possedere, ascoltare senza dover dominare, restare fedeli e scegliere e riscegliere anche quando per tanti motivi tutto invita a rinunciare.
L’amore apre un mondo che non è governato dall’ansia del controllo, ma dalla meraviglia del dono.
E in questo modo viviamo davvero, non subiamo gli accadimenti, non siamo in balia delle paure e dei meri ragionamenti.

La via più facile è fuggire, chiudere il cuore, proteggersi. Chi ama non piega lo sguardo, non boicotta ciò che il cuore percepisce.
Si teme l'amore perché è la vera rivoluzione.

(Davide Banzato)

Immag

I LIVELLI DELL’AMOREC’è una fase, all’inizio di molte relazioni, che viene spesso scambiata per amore ed è quella in cui...
20/10/2025

I LIVELLI DELL’AMORE

C’è una fase, all’inizio di molte relazioni, che viene spesso scambiata per amore ed è quella in cui l’altro sembra incarnare tutto ciò che stavamo aspettando.
Non si tratta ancora di un incontro reale tra due esseri coscienti, ma di una attivazione del corpo astrale, cioè la parte energetico-emotiva che vive di impulsi, proiezioni e desideri.
In quella fase siamo sotto l’effetto di un’onda che ci sovrasta: non riusciamo a vedere l’altro per com’è, perché ci stiamo guardando attraverso di lui.
Ciò si presenta come una forma di euforia, ma al tempo stesso è anche di ipnosi.
Qui non c’è ancora libertà: c’è bisogno… non c’è contatto, ma solo attrazione.
Il fatto è che il corpo astrale non è stabile, non conosce equilibrio, ma solo picchi. Il problema sta nel fatto che ciò che sale troppo velocemente, inevitabilmente precipita.
Per questo motivo, lo stesso meccanismo che ci ha fatto idealizzare l’altro, col tempo ci fa cambiare polarità:
dall’idealizzazione alla delusione,
dall’attaccamento all’irritazione,
dal desiderio all’allontanamento.
Molte relazioni non finiscono per incompatibilità, ma per crollo dell’illusione in quanto il legame non era costruito su qualcosa di reale, ma su un investimento astrale reciproco e, quando l’energia emotiva si consuma, resta il vuoto… o peggio, il rancore.
Chi prima era “tutto”, ora diventa “il problema” e nel momento in cui il legame si rompe, fa male come se ci strappassero qualcosa di vivo:
perché un legame astrale, quando si spezza, lacera.

Poi c’è un altro tipo di esperienza: quella fisica.
Questo tipo di relazione viene spesso disprezzata da chi si dichiara spirituale, ma in realtà è quantomeno più pura di quella emotiva.
L’incontro fisico tra due corpi può essere diretto, istintivo, naturale…non ha pretese, non ha bisogno di giustificazioni metafisiche.
Semplicemente il corpo cerca unione, rilascio, piacere e in sé, questo movimento è neutro:
diventa problematico solo quando si aggancia all’emotivo, cioè quando si comincia ad aspettarsi qualcosa, a chiedere garanzie, a pretendere ruoli.
Il dramma non è nel corpo… il dramma nasce quando l’atto fisico diventa pretesto per costruire legami emotivi/astrali.

Ma esiste un altro amore che non nasce né dall’emotivo né dal bisogno fisico, ma da un riconoscimento animico.
Questo è un amore lucido che non chiede che l’altro ci riempia e non viene usato per colmare un’assenza, ma riconosce l’altro come essere autonomo e lo ama proprio in virtù della sua libertà.
Non cerca di trattenerlo, lo sostiene nel suo cammino.
L’amore cosciente non dice “stai con me perché ne ho bisogno”.
Dice: “Se la tua anima fiorisce accanto a me, restiamo. Altrimenti, vai”.
È un amore che si prende cura, ma non controlla, che non si misura in parole dolci, ma in presenza reale…non è dipendenza emotiva.
Questa è la vera differenza:
nell’amore emotivo, chiedi che l’altro si comporti in un certo modo per non stare male tu.
Nell’amore consapevole, desideri che l’altro realizzi sé stesso, anche se questo significasse perderlo.
La maggior parte delle relazioni oggi si muove tra il piano emotivo e quello fisico, con qualche illusione spirituale che copre la dipendenza… ma se non si attraversano questi due primi livelli con lucidità e verità, non si arriva mai a quello autentico.

L’amore vero non ti fa perdere la testa.
Ti fa trovare te stesso… e non perché l’altro ti completa, ma perché accanto a lui… ricordi chi sei.

Maria Rayka

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Bari

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