Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

Ci sono modi di ferire che non alzano mai la voce. Camminano scalzi, avvolti in parole educate, profumati di buone inten...
24/02/2026

Ci sono modi di ferire che non alzano mai la voce. Camminano scalzi, avvolti in parole educate, profumati di buone intenzioni.

Non gridano, spiegano.
Non colpiscono, correggono.
Non dominano, "guidano".

Eppure il dolore che lasciano è antico.

Spesso il nostro modo di fare assomiglia a una foresta che ha dimenticato di essere viva.

Gli alberi parlano di luce mentre le radici strangolano.

Ci raccontiamo di agire per il bene, per la verità, per la giustizia e intanto, sotto la corteccia lucida della morale, si muove qualcosa di più primitivo come la paura di non valere, il bisogno di prevalere e la sottile ebbrezza del sentirsi superiori.

Il bullismo non è sempre un gesto brutale.
A volte è un sorriso che sminuisce.
Una verità usata come arma.
Una critica travestita da sincerità.

È arroganza che ha imparato il linguaggio della virtù.

La psiche umana è maestra nell’arte della giustificazione.

Trasforma la durezza in rigore,
la chiusura in lucidità,
la crudeltà in franchezza.

È un’alchimia oscura:
la violenza si dissolve nella retorica
e ciò che ferisce assume
il volto rispettabile del "necessario".

Così nascono le guerre quotidiane.
Piccole, invisibili ma persistenti.

Nei rapporti, dove l’ascolto cede il posto alla sentenza.
Nel lavoro, dove la competizione diventa svalutazione.
Nelle idee, dove il dissenso diventa minaccia.

E, più sottilmente, nello spazio che chiamiamo spirituale.

Perché anche lì, dove si parla di "coscienza", "luce", "risveglio", l’ombra trova dimora una dimora di perversione.

L’ego ipertrofico sa indossare vesti sacre.
Ama proclamare purezze,
stabilire gerarchie invisibili,
misurare chi è "più evoluto",
chi è "più consapevole".

Il linguaggio cambia, la dinamica malata resta:

Non è più arroganza, è "chiarezza".
Non è giudizio, è "discernimento".
Non è esclusione, è "protezione energetica".

La foresta interiore conosce bene questi travestimenti.

Nella visione antica della natura, ogni essere vivente è parte del cerchio.
Non esiste superiorità, solo interdipendenza.

L’albero non è più nobile del muschio,
il fiume non è più saggio della pietra.

Tutto è relazione, tutto è equilibrio dinamico.

Ma l’essere umano, dimentico del cerchio, costruisce scale.

Scale di valore, scale di purezza, scale di potere.

E su ogni gradino si insinua una distanza.
Dalla comprensione.
Dalla compassione.
Dalla semplice, radicale umiltà di riconoscere:
anche la mia luce proietta ombra.

La violenza più pervasiva non è quella che distrugge apertamente, ma quella che si ritiene legittima.

Quella che non si percepisce come tale.

Quella che nasce dalla convinzione incrollabile di avere ragione.

Perché quando la certezza diventa identità, ogni dubbio appare nemico.

E allora si ferisce senza accorgersene.
Si impone senza chiamarlo dominio.
Si schiaccia senza sentire il peso del gesto.

Forse il primo atto davvero spirituale non è elevarsi ma disarmarsi.

Osservare con onestà le proprie rigidità.
Riconoscere il piacere sottile del sentirsi migliori.

Accogliere l’inquietante verità che il bene,
nelle mani di un ego disregolato, può diventare strumento di separazione.

Nella saggezza della natura non c’è purezza,
c’è totalità.
Non c’è perfezione,
c’è trasformazione.

L’albero cresce contorto, il bosco include la decomposizione, la vita si nutre della morte.

Nulla viene espulso, tutto viene integrato.

Forse anche dentro di noi il cammino non è eliminare l’ombra, ma renderla cosciente.

Non reprimere l’impulso alla durezza, ma comprenderne la radice.

Non negare la violenza sottile, ma illuminarne i meccanismi.

Perché ciò che resta invisibile governa.
Ciò che viene visto, lentamente, perde il suo incantesimo.

E allora il linguaggio cambia davvero.

La sincerità smette di essere lama e diventa incontro.
La giustizia smette di essere superiorità e diventa equilibrio.
La forza smette di essere imposizione e diventa presenza.

Come una foresta che ricorda di essere un organismo unico, anche l’essere umano può ricordare di non essere separato.

E in quel ricordo, forse, la "gentilezza" che ferisce comincia a dissolversi.

Non per moralismo.
Ma per consapevolezza.

Non per disciplina.
Ma per comprensione profonda della nostra natura fragile, luminosa, imperfetta.

Radicata, come ogni cosa viva, nello stesso mistero.

(Luana Sanvidotto - "Quando la foresta dimentica il cerchio")

Immagine: Opera di Tony Drehfal

22/02/2026
ANDARE IN TERAPIA È UN ATTO DI CORAGGIO...Lo dico spesso nel mio studio, ma voglio dirlo anche qui: chiedere aiuto non è...
22/02/2026

ANDARE IN TERAPIA È UN ATTO DI CORAGGIO...

Lo dico spesso nel mio studio, ma voglio dirlo anche qui: chiedere aiuto non è un segno di debolezza...
È un momento di consapevolezza.
Significa fermarsi e riconoscere che qualcosa dentro di noi ha bisogno di spazio, ascolto, cura.
Molti arrivano nel mio studio con la paura di essere “troppo”, di sentire “troppo”, di non essere abbastanza forti. La verità è che le emozioni non sono un difetto da correggere, ma un linguaggio da imparare...
Ansia, tristezza, rabbia, senso di vuoto: non sono nemici da comba***re, ma segnali da comprendere.
La terapia non è una formula magica. Non cancella il dolore con un colpo di spugna. È un percorso. A volte lento. A volte faticoso. A volte sorprendente. È uno spazio sicuro dove poter dire ad alta voce ciò che per troppo tempo è rimasto in silenzio.
A voi che state affrontando questo cammino voglio dire:
– Non siete sbagliati.
– Non siete soli.
– Non siete “in ritardo” rispetto a nessuno.
Ognuno ha i propri tempi. Ognuno ha la propria storia. Il confronto con gli altri è spesso la trappola più grande. Il vostro percorso è unico, e merita rispetto.
Se state attraversando un momento difficile, ricordate: il cambiamento non è sempre rumoroso. A volte è silenzioso. È scegliere di reagire in modo diverso. È mettere un confine dove prima non c’era. È concedersi di sentire senza giudicarsi.
La terapia non serve a diventare qualcun altro. Serve a diventare più pienamente voi stessi.
E questo è un viaggio che vale la pena fare.
(Debora Leanza)

18/02/2026
Le difese non sono il nemico.Ogni difesa nasce per proteggerci. Nessuno si chiude per capriccio. Nessuno reagisce, tratt...
14/02/2026

Le difese non sono il nemico.
Ogni difesa nasce per proteggerci.
Nessuno si chiude per capriccio. Nessuno reagisce, trattiene, controlla o si allontana senza una ragione profonda.
Le difese non sono il contrario dell’amore: sono tentativi imperfetti di non soccombere al dolore.
Il distacco, l’impulsività, l’attaccamento, la gelosia, il silenzio, il bisogno di essere scelti non sono difetti morali. Sono risposte apprese. Strategie costruite quando, in qualche punto della nostra storia, sentire era diventato troppo rischioso.

Il problema non è avere difese. Il problema è quando le difese diventano l’unico modo di stare in relazione. Quando il distacco diventa chiusura permanente. Quando l’impulso diventa l’unica voce. Quando l’attaccamento diventa dipendenza. Quando la gelosia diventa controllo. Quando il silenzio diventa punizione. In quel momento la protezione si trasforma in prigione.

Ogni difesa è una soglia. Non chiede di essere demolita, ma attraversata.
Perché sotto ogni reazione c’è una parte vulnerabile che chiede di essere riconosciuta. Sotto il distacco c’è il desiderio di essere cercati. Sotto l’impulsività c’è un’emozione non ascoltata. Sotto l’attaccamento c’è la paura di restare soli. Sotto la gelosia c’è il timore di non contare. Sotto il silenzio c’è un bisogno che non ha trovato parole.

Attraversare la soglia significa fermarsi un istante prima del gesto automatico e chiedersi: “Cosa sto proteggendo?”
Non per giudicarsi, ma per comprendersi. Non per diventare perfetti, ma per diventare più presenti.

La maturità affettiva non è assenza di difese.
È la capacità di riconoscerle senza identificarci con esse. È sapere che possiamo provare paura senza controllare, sentire rabbia senza ferire, desiderare vicinanza senza trattenere, scegliere il silenzio senza usarlo come arma.

Le difese non vanno combattute. Vanno accompagnate fino al punto in cui non servono più.
E quel punto non arriva con la forza, ma con la consapevolezza.
Perché la libertà non nasce dall’eliminare ciò che ci ha protetti, ma dal non averne più bisogno per restare in relazione.

Ogni volta che smettiamo di reagire automaticamente e scegliamo di restare, stiamo attraversan

L’innamoramento è forse la più sofisticata forma di autoinganno che la psiche abbia inventato per sopravvivere alla soli...
13/02/2026

L’innamoramento è forse la più sofisticata forma di autoinganno che la psiche abbia inventato per sopravvivere alla solitudine. Non perché sia falso, ma perché è creativo. Intensamente creativo.
Quando ci innamoriamo non vediamo soltanto l’altro, vediamo un’immagine amplificata, ritoccata, simbolica. L’altro diventa uno schermo su cui proiettiamo bisogni antichi, sogni irrisolti, parti di noi ancora in attesa di compimento.

L’idea dell’anima gemella nasce proprio da questa dinamica. È la fantasia che esista qualcuno capace di colmare le nostre fratture interiori, di comprendere senza spiegazioni, di rispondere perfettamente a desideri che nemmeno noi sappiamo formulare. In realtà ciò che chiamiamo “anima gemella” è spesso la coincidenza temporanea tra due sistemi di proiezioni compatibili. Io vedo in te ciò che desidero, tu vedi in me ciò che ti manca. Finché l’immagine regge, l’incanto continua.

L’innamoramento è uno stato alterato della percezione. La mente seleziona, enfatizza, abbellisce. Le differenze vengono minimizzate, le affinità amplificate. L’altro non è più una persona complessa, ma una promessa. E la promessa ha sempre un potere ipnotico maggiore della realtà.

Se però osserviamo con sguardo disincantato ciò che accade dopo uno o due anni, il paesaggio cambia. Le proiezioni iniziano a ritirarsi. I sogni devono fare i conti con la quotidianità. L’“anima gemella” torna a essere un individuo con limiti, contraddizioni, opacità. Non è un tradimento dell’amore, è il risveglio dalla fusione immaginaria.

E qui emerge un secondo autoinganno. Molte coppie credono di difendere l’amore quando in realtà stanno difendendo le abitudini condivise. Non è tanto la passione originaria a essere preservata, quanto l’architettura costruita insieme. Ritmi, rituali, linguaggi privati, reti sociali comuni. Si protegge ciò che è stato edificato, non necessariamente ciò che si sente.

Questo non è cinismo. È una constatazione antropologica. L’essere umano ha un bisogno profondo di appartenenza. L’amore romantico è una via privilegiata per soddisfarlo, ma non è l’unica dimensione in gioco. Dopo la fase idealizzata, ciò che appaga maggiormente può diventare il senso di essere “noi”. Un’unità riconosciuta non solo intimamente, ma anche socialmente. Una coppia è una micro-comunità, con confini, codici, memorie.

Il senso di appartenenza offre stabilità. Riduce l’angoscia dell’incertezza. Colloca l’individuo in una trama di significati condivisi. Dire “noi” produce un effetto identitario potente. Si è meno esposti, meno dispersi. E allora può accadere che si resti insieme non tanto per l’intensità del sentimento originario, quanto per la sicurezza simbolica di quella costruzione.

L’autoinganno dell’innamoramento consiste nel credere che la fusione iniziale sia eterna e che il sogno possa restare intatto. L’autoinganno della maturità consiste nel chiamare “amore” ciò che è soprattutto bisogno di stabilità. Tra questi due poli si muove la realtà delle relazioni.

Ma forse il punto non è smascherare l’illusione per distruggerla. Le illusioni hanno una funzione evolutiva. Senza la fase di proiezione, probabilmente non avremmo il coraggio di avvicinarci così tanto a un altro essere umano. Senza il senso di appartenenza, faticheremmo a costruire continuità.

La vera consapevolezza nasce quando riconosciamo entrambi i movimenti. Quando sappiamo che all’inizio abbiamo amato anche la nostra immagine riflessa nell’altro. E quando ammettiamo che, col tempo, difendiamo anche ciò che abbiamo costruito insieme. Solo allora possiamo scegliere. Restare per abitudine o restare per decisione rinnovata.

Forse l’amore più adulto non è quello che crede all’anima gemella come destino predeterminato, ma quello che accetta la fine dell’incanto e decide comunque di restare. Non perché l’altro completi ciò che manca, ma perché insieme si crea un significato che, pur privo di magia assoluta, ha una densità reale.

Guardare le cose in modo disincantato non significa svuotarle. Significa togliere l’aura mitologica per vedere la trama concreta. E in quella trama, fatta di sogni, proiezioni, abitudini e appartenenza, si gioca la verità più umana dell’amore.

(Ciro Barberio - "Autoinganni")



Immagine: Dipinto di Evita Andujar

Sono tornata da me,perché sono stanca di cercare qualcosa che non so,di chiedere a chi non può offrireo di aspettare chi...
10/02/2026

Sono tornata da me,
perché sono stanca di cercare qualcosa che non so,
di chiedere a chi non può offrire
o di aspettare chi è già occupato a illuminare se stesso,
di desiderare un corpo che non è mio,
di avere aspettative che mai arriveranno
perché comunque lontane dalla mia natura,
di fingere di capire o essere sempre tollerante e disponibile
con chi non comprende il mio valore.
Sono tornata da me,
perché non posso più dedicare il mio tempo, occhi e speranza
in cuori che non desiderano ba***re con il mio,
a chi non crede nella magia,
a chi dedica il suo momento e il suo pensiero a lamentarsi di ciò che non va,
o ad anelare cose che non gli appartengono,
e a criticare in ogni dove.
Sono tornata da me,
come unica destinazione possibile,
come strada disponibile,
come quel ritorno a casa
in sospeso da tanto tempo.
Sono tornata da me,
ho visto quanto ho corso contro il tempo,
i dolori della mia anima assetata di verità
in cerca di acqua.
Mi sono ospitata e sono entrata,
mi sono chiamata,
mi sono abbracciata e accarezzata,
e mi sono imbattuta in una me stessa.
Mi stava aspettando con il cuore ricolmo di speranza,
diversa è vero ma sana.
Ho visto che ero comunque intatta e non frammentata come pensavo di essere,
ho ritrovato la magia nei miei occhi,
e l’ho voluta rivedere ancora e ancora.
Ho scoperto di aver sempre posseduto le chiavi,
ed è stato bellissimo ritrovarmi.
Da qui, da dove abito scelgo me,
scelgo chi e scelgo cosa desidero,
muoio e resuscito ogni giorno e sono pur sempre viva.
Ho capito che questa è resilienza
e la trovo solo dove abita me stessa.

Carla Babudri

Quello che sta accadendo davvero nel mondo non è solo una crisi economica, politica o culturale. Sta crollando un’idea d...
10/02/2026

Quello che sta accadendo davvero nel mondo non è solo una crisi economica, politica o culturale. Sta crollando un’idea di umano.
Sta crollando l’illusione che si possa vivere separati: separati dal corpo, dal limite, dal tempo, dagli altri.
Sta cedendo il mito dell’efficienza come misura del valore, della prestazione come identità, del controllo come sicurezza.
Crollano le narrazioni forti che promettevano salvezza: le ideologie, le appartenenze automatiche, le spiegazioni semplici per realtà complesse.
Crolla l’autorità che non è più credibile perché non è più incarnata.
Crollano le relazioni costruite sul ruolo e non sulla presenza.
Questo crollo riguarda le strutture simboliche che per decenni hanno sostituito l’esperienza viva dell’umano.
Crollano le narrazioni forti perché promettevano salvezza dall’alto, dall’esterno, senza chiedere un attraversamento personale. Ideologie, sistemi di pensiero, appartenenze automatiche hanno offerto identità pronte all’uso in cambio di obbedienza, semplificando ciò che è complesso, addomesticando l’ambiguità, anestetizzando il conflitto.
Ma l’umano non è riducibile a slogan: quando la realtà diventa troppo complessa, queste narrazioni smettono di reggere e si sgretolano.
Crolla l’autorità non incarnata: quella che parla senza vivere ciò che dice, che prescrive senza esporsi, che pretende adesione senza presenza.
L’autorità oggi non viene più riconosciuta per il ruolo, il titolo o la posizione, ma per la coerenza tra parola e vita.
Quando questa coerenza manca, l’autorità perde peso simbolico e diventa rumore.
Crollano infine le relazioni costruite sul ruolo: genitore, partner, professionista, guida, senza un reale esserci.
Le relazioni reggono solo se sono attraversate da presenza, responsabilità e contatto.
Quando restano solo funzioni, aspettative e doveri, si svuotano e collassano.
Questo crollo non è una degenerazione: è una resa dei conti con il reale.
Non sta venendo meno il senso.
Sta venendo meno ciò che si era sostituito al senso.
E ciò che resta chiede meno risposte e più verità vissute.
E questo crollo fa paura.
Perché quando crolla ciò che teneva insieme, emerge ciò che era stato messo a tacere: fragilità, solitudine, rabbia, smarrimento.
Ma non tutto sta crollando.
Resta ciò che non era mai stato garantito:
la relazione vera, la responsabilità personale,
la possibilità di stare nel limite senza disumanizzarsi.
Resta chi sceglie di abitare le soglie invece di scappare: chi non cerca colpevoli ma senso, chi non chiede certezze ma verità, chi accetta che l’umano non si aggiusta, si accompagna.
Resta la presenza.
Resta il corpo che sente.
Resta la parola che non seduce ma tiene.
Resta il gesto piccolo, quotidiano, non spettacolare.
Forse non stiamo assistendo alla fine del mondo.
Forse stiamo vivendo la fine di un mondo che non reggeva più l’umano.
E ciò che resta non fa rumore.
Ma è l’unica cosa da cui può nascere qualcosa di vero.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

E poi arriva lei, la tenerezza ad ammorbidirci il cuore. Siamo impressionabili. Impressionati, come pellicole impression...
09/02/2026

E poi arriva lei, la tenerezza ad ammorbidirci il cuore.
Siamo impressionabili. Impressionati, come pellicole impressionate.
Ripetenti che ripetono a memoria lo stesso riso e lo stesso pianto, senza avere il tempo di metabolizzare quello che ci scorre dentro. Flusso continuo di abitudini emotive.
Ma a volte arriva lei, la tenerezza, a ricordarci l'intimità che possediamo.

La tenerezza è scendere, farsi terra, fragile terra di fronte al delicato che ci abita.
Umani, teneri esseri umani, posti uno ad uno davanti alla bellezza di un dettaglio.
É un'intima carezza che guarisce, per una vita che nasce o per un amore che finisce.
La tenerezza mostra senza clamore. Accoglie. Raccoglie.
E in quel momento tutta la vita acquista di nuovo il suo valore.

(Catia Ferrara)

Immagine: Opera di Susan Entwistle - "Azure Alliums"

Nascono legami che ignorano la pelle e il tempo. Si insinuano tra respiro e pensiero, senza nome, senza forma, come corr...
07/02/2026

Nascono legami che ignorano
la pelle e il tempo.
Si insinuano
tra respiro e pensiero,
senza nome, senza forma,
come correnti che attraversano
ciò che non si vede.
Non chiedono parole eppure parlano;
non cercano mani eppure stringono.
Vibrano
negli spazi piegati dal silenzio,
dove l’assenza diventa presenza
e il vuoto diventa casa.
Si manifestano nei sorrisi
che cadono dal nulla,
negli istanti in cui l’altro
appare senza apparire,
nelle intuizioni
che germogliano senza radici.
Alcuni incontri
lasciano impronte invisibili,
geometrie
nel campo silenzioso dell’anima,
persistendo
anche quando tutto il resto svanisce.
In quei legami, l’energia pulsa
più densa del respiro,
più viva di ogni contatto.
Non si prendono,
non si trattengono,
non si possiedono:
si attraversano,
e chi lo percepisce muta.
Ciò che vibra
tra gli invisibili ritorna sempre,
prima che il nome lo catturi,
prima che il mondo lo riconosca.

(Kirti Stephanie *Aham Santih Asmi)

Immagine: Opera di Laura Makabresku

Tutti dicono di volere la verità, ma quando la verità rompe l'illusione allora si avverte uno schianto.Perché la verità ...
05/02/2026

Tutti dicono di volere la verità, ma quando la verità rompe l'illusione allora si avverte uno schianto.
Perché la verità non è sempre gentile.
Non sempre bussa educatamente.
A volte ci schiaccia contro i muri che abbiamo costruito per sentirci al sicuro.
A volte smonta le credenze che abbiamo difeso per anni.
A volte ci chiede di ammettere che quella che un tempo chiamavamo certezza era solo conforto.

Non è la verità in sé che ferisce.
Quello che fa male è lo svelarsi della storia entro cui abbiamo avvolto la nostra identità: I ruoli che abbiamo interpretato. Le narrazioni che abbiamo ereditato. Le illusioni che avevamo paura di liberare.

Arriva un momento in ogni sentiero di risveglio in cui non si riesce più a far finta di non vedere.
Arriva quando la conoscenza interiore diventa più forte del rumore collettivo.
Quando l'allineamento conta più dell'approvazione.
Da quel momento in poi cambia tutto.

Potremmo piangere la versione di noi che una volta ci faceva sentiva al sicuro. Potremmo sentirci soli. Potremmo mettere in discussione quasi tutto.
Ma questo è un bene.
Non perché la confusione sia la destinazione, ma perché sta nascendo la chiarezza.

Il risveglio è raramente comodo, ma è sempre liberatorio.
Ogni illusione che cade fa spazio a qualcosa di più reale. Si sta più con i piedi per terra. Si diviene più padroni di sé.
Non si cade a pezzi. Ci si raffina.
Si esce dalla percezione ereditaria e ci si dirige verso la verità vissuta.

La maggior parte della gente si ferma qui e tenta di tornare indietro.
Tenta di ricostruisce l'illusione perché risulta più familiare.
Ma chi continua a camminare scopre qualcosa di straordinario.
Scopre che dall'altra parte dell'illusione c'è la pace che non dipende dalle circostanze.
Dall'altra parte c'è una forza che non può essere manipolata.
Dall'altra parte c'è la libertà.

(Zachary Fisher)

Immagine: Opera di Victor Tkachenko - "Patio Lanterns"

«Puoi avere una vita durissimae rispondere con delicatezza fiduciosa. Puoi avere una vita più agevole e chiuderti nella ...
05/02/2026

«Puoi avere una vita durissima
e rispondere con delicatezza fiduciosa.
Puoi avere una vita più agevole e chiuderti nella scontatezza.
Il modo in cui rispondiamo crea frequenze e risposte dalla vita stessa.
Ma non è aritmetica, è danza.»

Chandra Livia Candiani

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