Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

28/04/2026

Quando l’altro si muove, cosa succede dentro di te?

Quello che vivi non sono quattro problemi separati.
Paura dell’abbandono, bisogno di conferma, controllo, difficoltà nel silenzio, sono tutte espressioni di un unico nucleo interno.

Una sensazione antica, non sempre consapevole: se resto solo, perdo qualcosa di vitale.
Non è un pensiero logico.
È qualcosa che si attiva nel corpo.

Quando l’altro si allontana, anche solo un po’, non stai perdendo solo una persona.
Si muove qualcosa di più profondo: si incrina un senso di stabilità interna.
E lì nasce la paura dell’abbandono.
Non tanto paura che l’altro vada via, ma paura di come stai tu quando questo accade.

La domanda, sotto tutto, è sempre la stessa:
“Resto intero anche senza di lui?”
Se questa risposta non è solida, si attiva il resto.
Quando l’altro c’è, ti senti più pieno.
Quando manca, senti il vuoto.
E allora provi a gestire questo movimento.

Non per controllare l’altro, ma per controllare ciò che succede dentro di te.
Il controllo nasce qui.

Dal tentativo di non essere travolto.
Controlli segnali, distanze, tempi, parole.
Perché il vero timore non è l’altro, ma la tua reazione all’altro.

Quando poi non c’è più nulla da controllare, resta il silenzio. E lì si apre il punto più delicato.
Nel silenzio non ci sono distrazioni.
Non c’è qualcuno che ti rimanda un’immagine di te.
E allora emergono il vuoto, la mancanza, i pensieri.
Non è la solitudine che fa male.
È quello che senti quando sei solo.

Tutto questo si muove in un ciclo coerente.
L’altro si allontana, si attiva il vuoto, nasce il bisogno di conferma, parte il controllo o la ricerca, oppure il ritiro.
Non è caos.
È un sistema che ha imparato a proteggerti.

Il lavoro profondo non è eliminarlo.
È costruire qualcosa che forse non hai avuto abbastanza: una base interna stabile.
Un luogo dentro di te che non crolla quando l’altro si muove.

Questo non significa non avere bisogno degli altri. Significa non dipendere completamente da loro per sentirti intero.
E questo si costruisce in modo semplice, ma non facile.

Quando arriva il vuoto, non riempirlo subito.
Quando senti bisogno di conferma, riconoscilo senza agire immediatamente.
Quando nasce il controllo, accorgiti che è paura. Quando sei nel silenzio, resta anche solo un momento in più.

Non serve fare tutto perfettamente.
Serve iniziare a non reagire automaticamente.
Col tempo non sparisce ciò che senti.
Ma cambia la posizione da cui lo vivi.
Non sei più in balia. Inizi a reggere.

E lì nasce qualcosa di nuovo.
Non l’indipendenza dagli altri, ma la possibilità di stare in relazione senza perderti.

Perché il punto non è che l’altro non si muova.
Il punto è che, anche quando si muove,
tu resti.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Acquerello di Kris Parins

Sono come quegli alberi cresciuti storti per cercare il sole di là dal muro.La curvatura non è errore, ma racconto di un...
28/04/2026

Sono come quegli
alberi cresciuti storti per
cercare il sole di là dal muro.

La curvatura non è errore, ma
racconto di una sopravvivenza.

Imparare a stare nelle proprie macerie
senza averne orrore è il primo passo.

Perché chi ha accettato il buio
può riconoscere,
senza restarne abbagliato,
il valore di una piccola,
ostinata candela che resta accesa
al ti**re del vento.

(Anna Salzano)

28/04/2026

📌L’ENIGMA DELLA GENERATIVITÀ: TRA DESIDERIO, PENSIERO E LIBERTÀ

IL DESIDERIO/NON DESIDERIO DI GENITORIALITÀ.

​Nella clinica contemporanea, il concetto di "istinto materno" inteso come automatismo biologico è considerato un mito semplificatorio. La prospettiva psicodinamica ci insegna che la maternità non è un destino iscritto nel corpo, ma una complessa costruzione psichica che richiede la capacità di fare spazio all'altro, prima nella mente e poi nella vita.

​IL CONCEPIMENTO PSICHICO: PENSARE IL FIGLIO PRIMA DELLA VITA

​Il passaggio cruciale verso la genitorialità non è l'atto biologico, ma la creazione di uno spazio rappresentazionale. Secondo Piera Aulagnier, il bambino nasce come "erede" di un progetto pre-esistente: deve essere sognato, parlato e investito di significato dai genitori molto prima del concepimento fisico.
​Se non si edifica questo "spazio vuoto" mentale, il bambino reale rischia di essere vissuto come un intruso o un parassita del corpo materno. Monique Bydlowski sottolinea a questo proposito l'importanza della "trasparenza psichica" in gravidanza: quel particolare stato in cui il confine tra conscio e inconscio si assottiglia, permettendo alla donna di recuperare memorie infantili e identificarsi profondamente con il nascituro.

​“Per mesi ho guardato la pancia come se non mi appartenesse. Tutti parlavano di vestitini, ma io nella mia testa non avevo una stanza per lui. Ho dovuto iniziare a 'sognarlo' per sentirlo finalmente mio.” (G., 29 anni)

​IL DESIDERIO CONDIVISO: IL FIGLIO COME "TERZO" NELLA COPPIA

​La psicoanalisi relazionale e autori come Filippo Ammaniti pongono l'accento sulla genitorialità come funzione di coppia. Il figlio non nasce solo dall'incontro di due corpi, ma dall'incontro di due storie, due genealogie e due mondi immaginari.
​Quando il desiderio è realmente condiviso, la coppia crea quella che viene definita "funzione genitoriale comune". Il figlio diventa il Terzo, un elemento che non serve a "tappare i buchi" della relazione, ma a testimoniare la sovrabbondanza dell'amore tra i partner. Tuttavia, se il desiderio è unilaterale o usato come collante per una crisi, il bambino rischia di nascere con un carico di aspettative che ne soffocheranno l'autenticità.

​“Non era solo il mio desiderio o il suo. Era qualcosa che sentivamo crescere tra noi due, nelle sere in cui parlavamo di come sarebbe stato il futuro. Desiderarlo insieme ha reso quel bambino 'reale' molto prima che nascesse; era già un ponte tra i nostri due mondi.” (F. e Luca, 36 e 38 anni)

​IL DESIDERIO COME RIPARAZIONE E
"COSTELLAZIONE MATERNA"

​Il bisogno di diventare madre affonda le radici nella storia pulsionale della donna. La psicoanalisi offre diverse lenti per leggere questa spinta:
​La Riparazione Kleiniana: Per Melanie Klein, procreare può essere un atto riparativo per ricostruire internamente l'oggetto buono (la propria madre), sanando i conflitti e i fantasmi distruttivi vissuti durante l'infanzia.

​La Costellazione Materna: Daniel Stern definisce la maternità come una riorganizzazione identitaria radicale. La donna deve negoziare un equilibrio delicato tra se stessa come madre, se stessa come figlia e la propria madre come nonna.

​“Sentivo un vuoto che non era solitudine. Era un bisogno di 'essere necessaria' per qualcuno in modo assoluto. Come se senza un figlio io fossi un libro con le pagine bianche che aspettava solo che qualcuno iniziasse a scriverci sopra.” (S., 39 anni)

​“Desiderare questo figlio è stato come preparare una casa per un ospite che non avevo ancora incontrato. Non volevo 'qualcuno', volevo proprio lui, la possibilità di vedere il mondo attraverso i suoi occhi.” (A., 32 anni)

​IL BAMBINO IMMAGINARIO E IL LUTTO NECESSARIO

​Serge Lebovici evidenzia un compito psichico fondamentale e spesso doloroso: l'elaborazione del lutto del bambino immaginario. Ogni madre crea un figlio ideale che serve a colmare le proprie lacune. La salute della relazione dipende dalla capacità della donna di "uccidere" quel fantasma perfetto per poter finalmente incontrare e accettare il bambino reale.

​“Quando è nato, per i primi giorni piangevo perché non era come lo avevo immaginato. Poi ho capito che quel bambino perfetto della mia mente era solo un'ombra. Amare lui, con le sue coliche e il suo pianto sgraziato, è stato l'inizio della mia vera libertà come madre.” (E., 35 anni)

​LA SCELTA CHILDFREE: L'AUTONOMIA DEL DESIDERIO

​Oggi la psicoanalisi contemporanea, grazie al lavoro di autrici come Joan Raphael-Leff, riconosce che l'identità femminile non coincide necessariamente con la procreazione. Rispettare chi sceglie di non essere madre — o la coppia che sceglie di non procreare — significa validare una configurazione psichica integra e consapevole.
​Generatività Psichica: Come sosteneva Françoise Dolto, la capacità di "dare vita" non si esaurisce nella biologia, ma può esprimersi nell'arte, nel sociale o nella cura di progetti che sopravvivono al Sé.
​La Responsabilità del "No": Riconoscere di non avere "spazio mentale" per un figlio è un atto di onestà e di estrema cura verso la vita, evitando la creazione di un "falso Sé" materno dettato dal dovere sociale.

​“Tutti dicono che mi pentirò. Ma nel mio futuro vedo spazio, silenzio e progetti miei, non vedo una mancanza. Perché il mio corpo dovrebbe essere un destino obbligato?” (L., 31 anni)

​L'ETICA DEL DESIDERIO E LA LIBERTÀ DEL NON-VOLERE

​In conclusione, la riflessione psicodinamica ci porta a una verità ineludibile: la maternità è un atto etico, non biologico. Desiderare un figlio "realmente" — da sole o in coppia — significa essere pronti a ospitare l'alterità. Il vero desiderio è quello che accetta la sfida di amare qualcuno che non ci appartiene. Come sottolinea Massimo Recalcati, la madre non è colei che possiede il figlio, ma colei che sa testimoniare che la vita può avere un senso. Se questo desiderio manca, o è sostituito dal mandato sociale, il legame diventa una prigione.
​Altrettanto fondamentale è la libertà di non desiderare. Una società che colpevolizza chi non procrea nega la soggettività dell'individuo. Rispettare questa scelta significa onorare la molteplicità del femminile. La salute psichica risiede nella coerenza tra il proprio mondo interno e le proprie scelte: solo quando la maternità è una scelta libera, essa può diventare un'esperienza di autentica gioia e creatività.

​“Ho capito che non volevo un bambino, volevo il permesso di essere me stessa senza sentirmi sbagliata. Una volta che mi sono data quel permesso, il 'bisogno' di procreare è svanito, lasciando posto a una libertà che non conoscevo.” (R., 42 anni)

27/04/2026
La manipolazione avviene sempre per quell'aspetto di noi stessi che è mancante e che richiede di essere completato da qu...
25/04/2026

La manipolazione avviene sempre per quell'aspetto di noi stessi che è mancante e che richiede di essere completato da qualcosa.
È così che compensiamo il vuoto di idee, la mancanza di valori o il senso di una spiritualità che aspetta da altri le indicazioni per emergere.

L'essere indipendenti vuol dire avere un'autonomia interiore così completa che gli stimoli esterni diventano meno importanti degli stimoli interiori. Saranno questi ultimi a indirizzare la nostra vita e nessuna pressione esterna o manipolazione potranno attecchire se non sarà riconosciuta nei propri ideali.

(Umberto Ridi)

Immagine: Opera di Kaoru Yamada

Senza protezioni.Senza freni.Con il cuore scoperto e le mani sporche di verità.Ci hanno insegnato a stare attenti.A non ...
19/04/2026

Senza protezioni.
Senza freni.
Con il cuore scoperto e le mani sporche di verità.

Ci hanno insegnato a stare attenti.
A non sentire troppo.
A non toccare troppo.
A non lasciarci attraversare.

Ci hanno chiamato maturi quando ci siamo raffreddati.
Forti quando abbiamo smesso di piangere.
Equilibrati quando abbiamo imparato a non chiedere più nulla.

Ma dentro
qualcosa ha cominciato a morire in silenzio.

Perché l’energia luminosa non nasce nei corpi che si trattengono.
Non nasce nei cuori che si proteggono.
Non nasce nelle relazioni educate ma vuote.

L’energia vera nasce quando la pelle ascolta.
Quando il corpo dice sì prima ancora della mente.
Quando qualcuno si avvicina senza voler aggiustare
senza voler salvare
senza voler vincere.

La pelle è un organo sacro.
È la prima casa dell’anima.
È il luogo dove abbiamo imparato cosa significa essere amati
o dimenticati.

E ci sono ferite
che non rispondono alle spiegazioni
che non vogliono essere capite
che non hanno bisogno di parole giuste.

Ci sono ferite che aspettano solo una cosa:
una presenza che non scappa.

Una mano che resta
anche quando sente il tremore
anche quando sente il dolore
anche quando sente l’abisso.

Il rispetto vero non è distanza.
Il rispetto vero è coraggio.

È saper toccare senza invadere.
È saper amare senza possedere.
È saper restare senza promettere nulla
se non verità.

Quando questo accade
l’energia passa.

Non come comando
non come tecnica
non come potere.

Passa come resa dolce.
Come fiducia che si riaccende.
Come un corpo che finalmente smette di difendersi
perché si sente al sicuro.

Ed è lì che avviene il miracolo silenzioso.
Il corpo si arrende
non perché è guidato
ma perché è amato davvero.

Amato nei suoi vuoti
nelle sue paure
nelle sue parti storte
nelle sue memorie più antiche.

Amato abbastanza
da essere sentito
nel corpo
e nell’anima.

Questa è la guarigione che nessuno sa insegnare.
Quella che non si può fingere.
Quella che non si compra.

È un incontro.
N**o.
Presente.
Lento.

Le nuove relazioni non nasceranno dall’ego
ma dal coraggio di sentire.

Saranno relazioni che non hanno paura delle mani
che non scappano dal contatto
che non confondono il rispetto con l’assenza.

Saranno relazioni dove l’energia non cura perché vuole cambiare
ma perché ama tutto
anche ciò che fa male.

E quando questo accade
non c’è più bisogno di convincere nessuno.
Il corpo lo sa.
L’anima lo riconosce.

E qualcosa
dopo tanto tempo
smette di sopravvivere
e ricomincia
finalmente
a vivere.

(Giuseppe Totaro)

Immagine: Illustrazione di Taryn Knight - "Vieni, piccolo amico"

Cosa significa davvero il tuo "Io più alto"?Tutti parlano di diventare il "te stesso più alto". Purtoppo la maggior part...
16/04/2026

Cosa significa davvero il tuo "Io più alto"?

Tutti parlano di diventare il "te stesso più alto".
Purtoppo la maggior parte delle persone tende a trasformare il proprio "io" in un qualcosa di astratto e lontano, qualcosa di quasi irraggiungibile.
Come se si dovesse divenire una versione perfetta di ciò che "si è" e che esiste da qualche parte nel futuro.

Non è così.
Il tuo "io più alto" non è qualcuno che diventi un giorno. È quello che sei già.
Solo che ti sei nascosto per tanto tempo sotto il rumore, la paura, i condizionamenti e tutti i modi in cui hai imparato a rimpicciolirti o ad esibirti solo per renderti accettabile.

Il "tuo io più alto" sei semplicemente tu, ma senza più fingere.
È la "versione di te" che non ha bisogno di approvazione per muoversi.
La "parte di te" che sa già quando qualcosa non va, o quando ti trattieni, o quando stai tradendo te stesso solo per stare "comodo".

La verità è che per entrare nel tuo proprio "io più alto" non devi diventare qualcun altro o qualcuno di nuovo.
Ti basta solo lasciare andare tutto ciò che è automatico e non è reale: le maschere, i ruoli, gli schemi.

Il tuo "io piu alto" ti chiede di dire la verità.
Per stabilire dei confini. Per andare via quando è più facile restare. Per smettere di dare spiegazioni a chi non può o non vuole capire. Per seguire quello che già sai di dover fare.

È semplice, ma non è facile.
Il "te stesso più alto" è quello che sei quando smetti di tradire te stesso.
Non in un momento enorme e drammatico, ma nelle piccole decisioni che prendi ogni singolo giorno.

Non c'è nessuna versione futura che ti salva.
C'è solo questo momento, e la scelta che fai al suo interno.
Ogni volta che scegli la tua autenticità, invece che la comodità, diventi più integro.
Ogni volta che resti allineato a te stesso.

Non diventi "più alto".
Solo ti ricordi chi sei sei già, ma senza più nasconderti.

(Zachary Fisher)

Immagine: Opera di Chema Mendez

La casa delle storie"Anche le storie abitano, hanno una casa.Siamo noi la loro casa.Dentro di noi nascono, nella nostra ...
16/04/2026

La casa delle storie

"Anche le storie abitano, hanno una casa.
Siamo noi la loro casa.
Dentro di noi nascono, nella nostra testa riposano o si agitano insonni, ai nostri occhi si affacciano e guardano, alle nostre orecchie si ascoltano,
Contenute nelle braccia lievitano, nel nostro cuore ridono o piangono.
Ma ci sono case di ghiaccio, con occhi che non sanno vedere e orecchie che non sanno ascoltare e braccia che non sanno abbracciare, allora le nostre storie si ammalano, cercano una nuova casa che abbia orecchie buone e fini,
Perché le storie non ascoltate, muoiono."
Vivian Lamarque

In immagine: Gustave Klimt "Case a Unterach sull'Attersee"

La terapia autentica comincia con l'ammettere il caos, procedendo con fatica, non avendo timore degli errori, in ascolto...
16/04/2026

La terapia autentica comincia con l'ammettere il caos, procedendo con fatica, non avendo timore degli errori, in ascolto del feedback e delineando gli schemi di interazione man mano che emergono dell'esperienza reciproca. Un sentimento di intimità, un senso di impegno personale intenso, può emergere nei momenti più spiacevoli o tempestosi. Si rischia la propria identità in ogni vera terapia. Questa è una base sufficiente per una relazione autentica.
Levenson, E.A. (1974)

16/04/2026

Perversione e legame
Tra scena e incontro
La perversione, se la si sottrae al giudizio morale ma anche alla sua neutralizzazione descrittiva, resta un punto di crisi del pensiero psicoanalitico. Non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che costringe a pensare. In essa non è in gioco soltanto una deviazione della sessualità, ma una trasformazione più radicale: il passaggio da una sessualità che si costruisce nell’incontro a una sessualità che si sostiene nella sua sostituzione.
Ciò che colpisce nella clinica non è tanto ciò che il paziente fa, ma ciò che non può permettersi che accada: l’imprevedibilità dell’altro, la sua opacità, il suo essere soggetto e non funzione. L’altro, per poter essere desiderato, deve essere ridotto, preparato, anticipato. Deve perdere qualcosa della sua vitalità. Non perché il perverso non riconosca l’altro, ma perché ne avverte troppo il peso: la sua presenza introduce tempo, differenza, dipendenza. E tutto questo, in certi assetti psichici, è insopportabile.
In questo senso, più che una deviazione della sessualità, la perversione appare come una disgiunzione tra sessualità e amore. Non una semplice separazione — già intravista da Sigmund Freud nella tensione tra corrente tenera e corrente sensuale — ma una vera e propria organizzazione in cui l’eccitamento si emancipa dal legame e si struttura contro di esso. Laddove nella sessualità relazionale il piacere si nutre della presenza dell’altro, nella perversione esso si costruisce a condizione che l’altro perda la propria soggettività e diventi funzione della scena. Si realizza così quella degradazione dell’oggetto, descritta in modi diversi da autori come Robert Stoller o Janine Chasseguet-Smirgel. Come suggerisce Silvio Zucconi, nell’amore perverso il legame non scompare: viene trattenuto, ma solo nella misura in cui l’altro può essere ridotto a funzione.
Non è il piacere a organizzare la scena, ma la necessità di non incontrare l’altro.
Una paziente porta in analisi una sessualità apparentemente libera, dichiaratamente “senza legami”. Ma il racconto è fatto di istruzioni. “Deve fare così… non deve guardarmi… non deve parlare”. Quando qualcosa sfugge, si blocca. Una volta dice: “Se cambia anche solo il ritmo… mi sento persa”. Poi, dopo un silenzio: “Come se sparissi”. Non c’è angoscia di perdere il piacere, ma di perdere se stessa. In un’altra seduta, più cruda: “Se lui decide qualcosa… io non esisto più”. L’eccitamento è possibile solo dentro una scena totalmente controllata. L’altro è ammesso solo se non introduce nulla di proprio. Non è l’intimità a essere evitata, ma l’irruzione dell’alterità.
La scena perversa nasce qui. Non come trasgressione, ma come costruzione. Non come eccesso, ma come organizzazione. Una scena che precede l’incontro e lo sostituisce, che non si apre ma si ripete. La ripetizione non è soltanto coazione: è una forma di tenuta. Tiene insieme qualcosa che, altrimenti, rischierebbe di disperdersi. In questo senso la perversione non è solo contro l’altro, ma contro il tempo.
Ed è qui che il corpo diventa decisivo. Non il corpo come luogo dell’esperienza condivisa, ma il corpo come scena. Il corpo non è abitato, è tenuto. Non è luogo di incontro, ma superficie che trattiene, che porta i segni di ciò che non ha trovato parola.
Come ho avuto modo di sottolineare altrove (De Simone), il corpo, in queste configurazioni, non è tanto vissuto quanto utilizzato, più supporto che esperienza, più luogo di iscrizione che spazio di incontro. Nella perversione esso viene sottratto alla sua opacità vivente e trasformato in dispositivo: deve rispondere, funzionare, mantenere lo stato. Può diventare frammento, dettaglio, oggetto parziale, o al contrario corpo interamente catturato in una coreografia che non tollera deviazioni.
Non è più un corpo che sente, ma un corpo che deve funzionare.
Deve reggere la scena, più che vivere un’esperienza.
Non è più un corpo del soggetto, né dell’altro: è il corpo della scena.
È su questo punto che il riferimento a Masud Khan diventa decisivo. Con il concetto di trauma cumulativo, Khan ci riporta a quelle discontinuità minime, ripetute, quasi invisibili, che non distruggono il soggetto ma ne incrinano la continuità interna. In questi contesti, il bambino non crolla: si organizza. Costruisce aree autosufficienti, narcisistiche, spesso autoerotiche, che funzionano come rifugi.
Ma già Sándor Ferenczi aveva mostrato come il trauma non coincida soltanto con l’evento, ma con il suo diniego, con la smentita dell’esperienza del bambino, con quella frattura per cui ciò che è stato vissuto non può essere né pensato né rappresentato. Ciò che resta non è un ricordo, ma una presenza che insiste.
Khan aggiunge un elemento ancora più sottile: in alcune configurazioni il bambino non è solo trascurato o invaso, ma anche idoleggiato. Viene investito narcisisticamente come oggetto speciale, chiamato a incarnare un desiderio dell’altro che lo eccede. Non è riconosciuto nella sua separatezza, ma catturato in una funzione.
È in questi assetti che, talvolta, si struttura il nucleo perverso.
Un uomo, apparentemente ben integrato, arriva in analisi dopo anni di tentativi falliti di relazione. All’inizio parla poco, poi emerge lentamente che riesce a eccitarsi solo in presenza di donne con una zoppia evidente. “Se camminano normalmente… non succede niente”. Racconta di cercarle attivamente, quasi ossessivamente: “Le vedo subito… le riconosco”. Poi aggiunge: “A volte passo giorni interi a cercarle… giro… guardo… come se dovessi trovarne una per poter cominciare”.
Quando non le trova, compare un’angoscia crescente: “È come se non potessi cominciare… come se tutto si bloccasse”. La ricerca diventa più cupa. “A volte penso… che potrei far succedere qualcosa… non so se mi fermerei”. L’idea di azzoppare una donna lo attraversa come una possibilità reale: lo spaventa, ma allo stesso tempo lo eccita. A volte il solo pensiero produce scariche corporee improvvise, eiaculazioni non cercate.
Non c’è scena esterna. È il pensiero che si incarna nel corpo.
L’angoscia e l’eccitamento coincidono.
“Con loro non devo inseguire niente… stanno”. Il corpo dell’altro diventa garanzia. Un corpo che non può andare via.
Non è l’assenza. È una presenza che non arriva.
A tre mesi, la madre subisce un incidente domestico e resta immobilizzata a lungo. Non può prenderlo in braccio. È lì, ma non raggiungibile. Non manca: non arriva.
Forse è qui che qualcosa si inscrive. La ricerca di un corpo che non si muova, che non introduca distanza, che non costringa a tollerare l’attesa.
Un corpo che non può andare via, perché una volta è già andato via, pur restando.
La sessualizzazione, in questa prospettiva, non è solo ricerca di piacere ma tecnica di sopravvivenza. Un modo per produrre uno stato, per non esporsi alla perdita. Ciò che non è stato rappresentato ritorna come scena.
E, come aveva intravisto Melanie Klein, quando l’aggressività non può essere trasformata, può essere sessualizzata. La distruttività diventa eccitamento.
Ma questa organizzazione ha un costo. Ciò che viene escluso è la possibilità dell’incontro. Perché l’incontro implica sempre una perdita di controllo. Implica che l’altro esista davvero.
Dal punto di vista clinico, questo impone cautela. Non si tratta di smontare la scena, ma di comprenderne la funzione.
Altrimenti si rischia di togliere al paziente il suo unico modo di stare insieme a se stesso.
Il piacere, allora, non nasce dall’incontro ma dalla sua evitabilità.
Il corpo prende il posto della mente, la scena quello della storia.
E finché la scena tiene, l’altro non è necessario.
Solo quando qualcosa cede — non per essere interpretato, ma per essere tollerato — può riaprirsi uno spazio minimo: non ancora incontro, ma possibilità di non evitarlo.
È lì, forse, che il tempo ricomincia.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA ( associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)
ph: Francesca Tilio

A volte non vediamo davvero l’altra persona per ciò che è, ma le cuciamo addosso qualità che in noi chiedono di essere r...
14/04/2026

A volte non vediamo davvero l’altra persona per ciò che è, ma le cuciamo addosso qualità che in noi chiedono di essere riconosciute.
Tendiamo a innalzare gli altri, a metterli su un piedistallo.
Lo facciamo in amore, in amicizia, nel lavoro.
Come se il nostro subconscio, nel suo silenzio, proiettasse immagini sul volto di chi incontriamo.
Dove ancora non sappiamo riconoscere dentro, proiettiamo fuori.
E così nasce un’illusione luminosa.

Creiamo un’immagine mentale su cui riversiamo tutto ciò che desideriamo:
perfetta, intoccabile, intelligente, sensibile.
Ma non è l’altro. È una proiezione.
Un’immagine costruita con fili sottili di desiderio, di mancanza, di nostalgia di ciò che non abbiamo ancora abitato.
Ma che vive in noi, non nell’altro.
E senza accorgercene mettiamo l’altro su un piedistallo.

Non per ciò che è, ma per ciò che vogliamo sentire. Per riempire, per compensare.
Ma ogni immagine, anche la più sacra, prima o poi incontra la realtà. E lì si incrina.
Non perché l’altro cade, ma perché lo sguardo inizia a vedere.
E ciò che sembrava luce assoluta mostra crepe, forme imperfette, verità non levigate.
È in quel momento che nasce il conflitto.
Non tra te e l’altro, ma tra ciò che è e ciò che avevi bisogno che fosse.

E il dolore non è tradimento.
È il ritorno. Il ritorno da un’illusione a una verità.
Perché vedere davvero qualcuno non è innalzarlo.
È lasciarlo essere. Senza aggiungere, senza togliere, senza usarlo per sentirti completo.
Solo incontrare ciò che è.
E forse è lì che qualcosa cambia davvero. Non l’altro.
Il tuo sguardo.
E quando lo sguardo si libera da ciò che voleva vedere, smettiamo di cercare perfezione e iniziamo a riconoscere realtà.

(Alessandro D'Adamo - "Non usare l'altro per sentirti completo")

Immagine: Opera di Tarsila de Aguiar do Amaral

Innamorati dell'oscuritàdelle ombre, delle parti nascostedei pezzi che nascondiamo per vergogna.Innamorati dell'innocenz...
13/04/2026

Innamorati dell'oscurità
delle ombre, delle parti nascoste
dei pezzi che nascondiamo per vergogna.
Innamorati dell'innocenza.
Delle nostre paure infantili del buio.
Di essere esposti. Di mostrarci.
Di essere visti, di uscire alla luce.

Dei dubbi, dei dolori segreti,
delle nostre strane fantasie, e dei sentimenti con cui non sappiamo cosa fare.
Del terrore della notte.
Della rabbia che bolle proprio sotto la superficie.
Del timore che non siamo degni d'amore.

Dei sentimenti e dei pensieri che nascondiamo
per mantenere l'immagine di 'me'.
Per essere bravi, essere gentili, essere spirituali.
Per essere 'quello che può essere mantenuto in un pezzo'.

Innamorati di questa umanità segreta.
L'oscurità non è oscuritá
ma solo frammenti spaventati che desiderano la luce.
Siamo Esseri che vogliono amore e attenzione, e aria,
e inclusione nella più grande immagine dell'essere.

Non cercare la luce,
abbi solo il coraggio di brillare completamente
nei luoghi doloranti, nei luoghi sensibili.

Illumina. Irradia.
Fa' che sia sicuro per i piccoli mostri
uscire di nascosto
Fai sapere loro che sono bellissimi.
E degni.
E che non sono affatto mostri.

(Jeff Foster)

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