15/07/2025
Quel senso di e i sensi di che accompagnano alcuni soggetti affetti da ... c'è un mondo dietro, mascherato di
STORIE DI PSICOTERAPIA #9
“Quello che non mangiavi, era te stessa”
La chiamerò Giulia, anche se non si chiamava così.
Aveva 19 anni, ma gli occhi di una che si era sentita vecchia già a tredici. Quando entrò in studio, aveva il corpo di una piuma e il passo di chi cerca di non fare rumore nemmeno nell’esistere.
“Mia madre ha insistito per questa terapia” disse, quasi scusandosi.
Poi si sedette. Anzi: si appoggiò, come se anche il contatto con una poltrona fosse di troppo.
Non mangiava da mesi. Ma non era il cibo, il punto.
Il punto era cosa non riusciva a mandare giù.
Giulia era cresciuta con un padre ipercritico e una madre ansiosa che le toglieva ogni spazio di errore. Brava a scuola, gentile con tutti, invisibile con se stessa.
Aveva imparato presto che più ti controlli, più vieni amata. Che se fai sempre la cosa giusta, nessuno ti abbandona.
Così aveva cominciato a togliere.
Prima i dolci.
Poi il pane.
Poi le cene in famiglia.
Poi le uscite con gli amici.
Poi le emozioni.
E infine se stessa.
“Mi sento forte quando non mangio”, mi disse un giorno.
“È l’unico momento in cui ho il potere su qualcosa.”
Era sincera. Lo sguardo lucido, lucido di fame e di controllo.
Allora le feci una domanda semplice:
“Ma chi stai punendo davvero?”
Silenzio.
Poi un’espressione che non dimenticherò mai. Come se avessi appena detto qualcosa che sapeva già da sempre, ma non aveva mai osato formulare.
Iniziammo lì il lavoro.
Non sulle calorie, né sulle bilance.
Ma sul significato del vuoto.
Le chiesi, in una seduta intensa, di chiudere gli occhi e immaginare il suo corpo parlasse. Di ascoltare quella parte che lei chiamava “il mostro” dentro di sé.
E quando ci riuscì, la sua voce cambiò.
Non era più fragile. Era tagliente, dura, affamata d’amore.
“Mi hai lasciata sola. Mi hai ignorata per anni. Ti sei presa cura di tutti, tranne che di me.”
Era lei.
La parte viva di Giulia. Quella che non aveva mai avuto spazio.
Nei giorni successivi iniziammo a costruire. Un passo alla volta.
Le feci riscrivere il suo racconto:
“Io non sono il mio peso.”
“Io non sono solo il mio controllo.”
“Io sono anche rabbia, desideri, bisogno.”
Parole semplici. Ma rivoluzionarie.
Usammo tecniche rapide per sganciare l’identità dal disturbo.
Le feci sperimentare esercizi paradossali: dare nomi agli impulsi, parlare col sintomo, persino dargli un volto in seduta.
E quando finalmente Giulia iniziò a piangere – davvero – lo capii: stava tornando.
Non fu un percorso lineare.
Ci furono ricadute, giornate mute, picchi di vergogna.
Ma anche sorrisi nuovi.
Colazioni condivise.
E un giorno, un messaggio sul mio telefono:
“Doc, oggi ho mangiato una pizza intera. E non ho chiesto scusa a nessuno.”
Mi venne da ridere. E da piangere.
Giulia non aveva più fame. Ma nemmeno bisogno di essere perfetta per essere amata.
Cosa insegna questa storia?
Che l’anoressia non è solo una paura del cibo.
È la paura di occupare spazio, di deludere, di essere.
È il modo disperato che alcune ragazze (e ragazzi) trovano per avere voce, quando il mondo chiede loro solo di essere “brave”.
E che la cura non sta nel forzarle a mangiare, ma nell’aiutarle a nutrire ciò che dentro è stato escluso.
La vera terapia, in questi casi, è restituire significato, voce, identità.
E ricordare che il corpo non è mai il problema. È il messaggero.
Se questa storia ti ha aperto gli occhi, condividila.
Perché là fuori c’è qualcuno che si sta togliendo pezzi, convinto che solo così potrà essere accettato.
E forse ha solo bisogno di sapere che esiste un altro modo.
Enrico Chelini