19/03/2026
Una donna cade a terra. Urla, si contorce, smette di parlare.
Le dicono che l'ha morsa una tarantola. E l'unico modo per salvarsi è ballare — senza fermarsi — finché il veleno non esce dal corpo con il sudore.
Siamo nel Salento. Parliamo di un rito che si è ripetuto per secoli.
Ogni anno, intorno al 28 giugno, le tarantate convergevano nella ca****la di San Paolo a Galatina. Lì, al ritmo frenetico della pizzica, danzavano per ore. A volte per giorni interi. Chi si fermava, si credeva, moriva.
Il rito aveva un nome preciso: tarantismo. E sembrava — a guardarla da fuori — una storia di veleni e guarigioni miracolose.
Spoiler: non era niente di tutto questo.
Nel giugno 1959, l'etnologo Ernesto De Martino arrivò nel Salento con una spedizione multidisciplinare: psichiatri, psicologi, il rinomato etnomusicologo Diego Carpitella, sociologi, un medico. Un team di ricerca come raramente si era visto per un fenomeno considerato folklore locale.
Ciò che trovarono smontò secoli di credenza popolare.
Il veleno della tarantola locale — la Lycosa tarantula — era quasi innocuo per l'essere umano. La maggior parte dei morsi era simbolica, o addirittura immaginata. Non c'era nessun veleno da espellere.
E allora perché quella danza funzionava?
De Martino pubblicò i risultati in un libro diventato riferimento obbligato negli studi antropologici: La terra del rimorso, uscito nel 1961. La sua tesi era radicale per l'epoca.
Le tarantate — quasi sempre donne, quasi sempre contadine — non stavano combattendo un veleno fisico. Stavano elaborando qualcosa di molto più difficile da espellere: lutti irrisolti, traumi, tensioni sessuali e sociali che il contesto rurale del dopoguerra non permetteva di esprimere in nessun altro modo.
La danza era la valvola. Il rituale era il contenitore. La comunità era il testimone necessario.
Senza quella struttura collettiva — la musica, i colori, la ca****la, la data fissa — l'elaborazione non avveniva. Il corpo aveva bisogno di una cornice culturale per poter crollare e rialzarsi.
De Martino lo chiamò "fenomeno storico-religioso con autonomia simbolica". Tradotto: non era ignoranza stupida. Era una tecnologia psichica sofisticatissima, costruita nei secoli da una comunità senza accesso a nessun'altra forma di cura.
La tarantola era solo il pretesto.
La danza non curava il veleno. Curava quello che il veleno rappresentava.
In breve:
Per secoli nel Salento le 'tarantate' danzavano freneticamente per giorni credendo di dover espellere il veleno di un ragno.
Nel 1959 De Martino scoprì che il veleno della tarantola locale era quasi innocuo e il morso spesso simbolico.
La danza era terapia psicologica collettiva: un modo per elaborare traumi, lutti e tensioni represse in un contesto rurale senza altra forma di cura.