14/02/2026
Ecco cosa succedeva..
Dopo cinque anni di ricerche, un team internazionale guidato dall'Università Flinders in Australia e dall'Università di Greifswald in Germania ha finalmente chiarito con precisione molecolare cosa succedeva in quei rarissimi casi di trombosi dopo il vaccino AstraZeneca.
Lo studio, appena pubblicato sul New England Journal of Medicine, è uno di quei lavori che ti fa dire "ecco, ora tutto ha senso" e che potrebbe cambiare il modo in cui sviluppiamo i vaccini a vettore virale in futuro.
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2514824?fbclid=IwVERTSAP8GUFleHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR5TakDPK6iDTl57xYv2gLn46X_xCtkT4wk7ao4TdsnxzG_Wu1ostPiR6W2OhQ_aem_1TaO6Er6dtgHabFZMpjl7g
Facciamo un passo indietro. Nel 2021, durante la pandemia, iniziarono a emergere casi strani di persone vaccinate con AstraZeneca (e in misura minore con Johnson & Johnson) che sviluppavano trombosi in posti davvero insoliti, come il seno venoso cerebrale o le vene addominali, accompagnate da un calo delle piastrine. La sindrome venne chiamata VITT, acronimo di Vaccine-Induced Immune Thrombocytopenia and Thrombosis. Era rarissima, parliamo di circa un caso ogni 200.000 vaccinati, ma quando si verificava poteva essere devastante, con una mortalità significativa.
Da subito gli scienziati capirono che c'era qualcosa di anomalo nel sistema immunitario di queste persone. I pazienti colpiti mostravano anticorpi contro il fattore piastrinico 4, o PF4, una proteina che fa parte del normale meccanismo di coagulazione del sangue. Era come se il corpo confondesse qualcosa del vaccino con una delle proprie proteine e si mettesse ad attaccarla. Il quadro clinico somigliava alla trombocitopenia indotta da eparina, una condizione rara che si vede in alcuni pazienti trattati con questo anticoagulante, ma qui non c'era eparina di mezzo.
Mistero.
Nel 2022, il team di ricercatori aveva già fatto un primo passo importante identificando un fattore di rischio genetico. Le persone che sviluppavano VITT avevano tutte una particolare variante di un gene che codifica per la catena leggera delle immunoglobuline, chiamata IGLV3-21*02 o *03. Sì tratta di un gene comunissimo, ce l'ha dal 40 al 60% della popolazione, soprattutto tra gli europei, ma chiaramente non bastava la sua presenza per sviluppare la VITT, visto che solo una persona su 200.000 veniva colpita. Doveva esserci qualcos'altro.
Ed è qui che arriva lo studio del 2026 a chiudere il cerchio. I ricercatori hanno sequenziato gli anticorpi dei pazienti con VITT, li hanno mappati con la spettrometria di massa ad alta risoluzione, hanno creato versioni ingegnerizzate in laboratorio e le hanno testate in modelli murini umanizzati. Quello che hanno scoperto è affascinante e un po' inquietante allo stesso tempo.
Il colpevole è una proteina virale specifica: la VII, o pVII, che fa parte del nucleo dell'adenovirus usato come vettore nel vaccino. Ha una struttura che assomiglia molto al PF4 umano, ed è qui che sta il problema. Quando il sistema immunitario di una persona con la variante genica IGLV3-21*02 o *03 si trova esposto all'adenovirus del vaccino (o anche a un'infezione naturale da adenovirus, come hanno scoperto in studi precedenti), inizia a produrre anticorpi contro la pVII. Fin qui tutto normale, è esattamente quello che il sistema immunitario dovrebbe fare.
Tuttavia, in rarissimi casi, durante il processo succede qualcosa di pericoloso. In una delle cellule B che producono anticorpi contro pVII avviene una mutazione somatica specifica, chiamata K31E, che cambia un singolo aminoacido nella catena leggera dell'anticorpo, sostituendo una lisina carica positivamente con un acido glutammico carico negativamente.
Sembra un dettaglio minuscolo, ma è sufficiente a cambiare completamente il bersaglio dell'anticorpo. Invece di legarsi alla pVII virale, l'anticorpo mutato preferisce legarsi al PF4 umano, e quando tali anticorpi si attaccano al PF4, attivano le piastrine, innescando sia la formazione di trombi che il "consumo" delle piastrine stesse.
Per dimostrare che la mutazione era davvero la causa, i ricercatori hanno preso gli anticorpi VITT ingegnerizzati e "retromutato" la K31E riportandola alla forma originale K31. Risultato? Gli anticorpi perdevano completamente la loro attività protrombotica sia in vitro che in vivo.
Tale scoperta ha implicazioni importanti per il futuro. Primo, perché ora sappiamo esattamente cosa modificare nei vaccini a vettore adenovirale per evitare il problema. Basta ridisegnare la proteina pVII in modo che non somigli più al PF4 umano, e il problema dovrebbe scomparire. Secondo, perché ci aiuta a capire meglio come funziona l'ipermutazione somatica, quel processo che normalmente serve a rendere gli anticorpi più efficaci contro i patogeni ma che, in circostanze rarissime come quella descritta, può andare storto e creare autoimmunità.
In ogni caso, c'è un punto che mi preme sottolineare, perché c'è ancora molta confusione in giro. Il vaccino di AstraZeneca non era affatto un vaccino scadente o pericoloso. È stato demonizzato da una certa stampa allarmistica che ha fatto terrorismo mediatico senza contestualizzare i numeri. Parliamo di un rischio di circa uno su 200.000, mentre il rischio di trombosi dall'infezione da COVID-19 era da 50 a 70 volte superiore, come ha dimostrato lo studio TREASURE italiano del 2021. Ripeto: esisteva 50-70 volte più probabilità di sviluppare trombosi prendendosi il COVID che vaccinandosi con AstraZeneca.
https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/covid-e-trombosi-chi-si-vaccina-rischia-volte-in-meno-di-chi-si-infetta-lo-studio-italiano/
Il vaccino è stato ritirato perché nel frattempo erano arrivate alternative migliori: Pfizer e Moderna, i vaccini a mRNA, che non solo non davano questo problema (perché non usano l'adenovirus come vettore) ma si erano anche dimostrati più efficaci contro le nuove varianti. In un mercato saturo di vaccini più sicuri ed efficaci, AstraZeneca non aveva più senso commerciale. Punto.
Ma facciamo un esperimento mentale.
Se non ci fossero stati Pfizer e Moderna, se AstraZeneca fosse stato l'unico vaccino disponibile, cosa sarebbe stato più saggio fare? Usarlo eccome, perché avrebbe salvato centinaia di migliaia di vite in più di quante ne avrebbe messe a rischio con la VITT. Al massimo si sarebbe potuta fare un'esenzione per alcune categorie a rischio, se fossero emerse, ma i dati non mostravano neanche questo in modo chiaro. L'unico fattore predisponente era avere l'allele IGLV3-21*02 o *03 più la mutazione somatica K31E, una combinazione talmente rara e imprevedibile che uno screening preventivo non aveva senso.
E ricordiamoci anche che AstraZeneca aveva vantaggi non indifferenti: costava meno, si conservava a temperature di frigorifero normale (non serviva la complessa e costosa catena del freddo necessaria per i vaccini a mRNA), era più facile da produrre e distribuire su larga scala. Per i paesi in via di sviluppo, per le aree remote, per le situazioni di emergenza, è stato un salvavita. Letteralmente.
Questa ricerca dimostra che la scienza, quando le si dà tempo e risorse, riesce a rispondere anche alle domande più complicate. Dal 2021 al 2026, cinque anni di lavoro meticoloso hanno permesso di passare da "vediamo queste trombosi strane" a "ecco esattamente quale proteina virale, quale mutazione genetica, quale aminoacido cambiato causa il problema".
Ora che sappiamo come funziona, possiamo progettare vaccini a vettore adenovirale ancora più sicuri. Stiamo parlando di una tecnologia ancora preziosa perché è versatile, economica, facile da produrre e, come già detto, non richiede la catena del freddo.
La morale della storia? La scienza funziona. I vaccini funzionano. E quando emergono problemi rari ma seri, la risposta giusta non è il panico o la demonizzazione, ma la ricerca seria che identifica cause e soluzioni. Il vaccino AstraZeneca ha salvato milioni di vite durante la pandemia, nonostante il rischio minuscolo di VITT e ora, grazie a questo studio, abbiamo gli strumenti per rendere i vaccini futuri ancora più sicuri.