02/12/2025
Un ragazzo non impara a reprimere le proprie emozioni solo dai suoi coetanei, impara, prima di tutto, osservando gli uomini che lo circondano. (La frase di ZEROCALCARE che fa riflettere…)
La frase di (Z)ZeroCalcare, brutale e cruda, cattura l'essenza della mascolinità tossica che spesso si respira negli ambienti giovanili maschili. Nei gruppetti di adolescenti - seduti su un muretto, in fondo al bus, o nelle chat online - il linguaggio è un campo minato dove l'affetto, la sensibilità e il rispetto per le donne vengono sistematicamente ridotti a un segno di debolezza.
La dinamica è spietata. Per "essere un uomo" (o, più spesso, per non essere deriso ed escluso), un ragazzo deve aderire a un codice non scritto fatto di arroganza emotiva, sessismo strisciante, e un'ostentata indifferenza verso tutto ciò che non sia forza bruta, competizione e controllo. Le emozioni sono un lusso concesso solo sotto forma di rabbia o gioia per una vittoria. Piangere? Parlare apertamente dei propri sentimenti? Mostrare ammirazione sincera per una ragazza che non sia puramente sessuale? Sono tutti atti punibili con l'accusa peggiore: l'essere "fr***" o "femminucce".
Questa cultura del disprezzo crea una trappola a doppio taglio perché da un lato danneggia profondamente le ragazze e le donne. Le oggettivizza, le riduce a trofei o, peggio, le svaluta fino a rendere l'amore o il corteggiamento sincero un atto di degradazione per l'uomo stesso. Questo è il terreno fertile in cui nascono il bullismo, la sessualizzazione precoce, e in ultima analisi, la violenza di genere, alimentata dall'idea distorta che le donne siano sempre subordinate o meritevoli di scherno.
Dall'altro lato, la mascolinità tossica mutila gli stessi ragazzi. Li costringe in una gabbia emotiva soffocante. Per paura del giudizio, i giovani maschi imparano a sopprimere la loro empatia, la loro vulnerabilità e la loro capacità di stabilire connessioni autentiche. Imparano che l'unico modo per affrontare la vita è attraverso una corazza di cinismo e aggressività. Quando poi la vita li mette di fronte a un vero problema - una delusione, una crisi - non possiedono gli strumenti emotivi per gestirla, perché quegli strumenti sono stati etichettati come "deboli" e gettati via.
La vera forza, però, non risiede nell'isolamento emotivo o nel disprezzo, ma nella capacità di essere autentici. Essere un uomo non significa soffocare la propria umanità, significa al contrario abbracciarla. Amare le femmine non è da "fr***" ma da esseri umani completi. Essere gentili, rispettosi, e mostrare ammirazione sincera per la complessità di un altro individuo - uomo o donna che sia - è un atto di coraggio e intelligenza emotiva. Incoraggiare i giovani maschi a esprimere la loro piena gamma di emozioni e a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco è l'unico modo per liberarli dalla gabbia della tossicità e permettere loro di diventare adulti forti, sani e, soprattutto, liberi da certi lacci sociali nei quali, loro malgrado, sono a volte costretti a crescere.
Infatti se la frase di Zerocalcare è il sintomo, la mascolinità tossica che la genera è una malattia culturale, e gli adulti ne sono spesso i portatori inconsapevoli o, peggio, i difensori. Il ruolo degli adulti (genitori, insegnanti, o qualsiasi altra figura maschile di riferimento) in questo scenario non è marginale, tutt'altro: è il terreno fertile su cui attecchisce il seme del disprezzo emotivo.
La responsabilità più grande degli adulti risiede nel modello che offrono. Un ragazzo non impara a reprimere le proprie emozioni solo dai suoi coetanei, impara, prima di tutto, osservando gli uomini che lo circondano. Quanti uomini adulti, di fronte a una difficoltà, esibiscono la loro tristezza o chiedono aiuto apertamente? Troppo spesso, il modello maschile adulto è ancora quello del monolite silenzioso: l'uomo che non piange, che non si lamenta, che risolve i problemi da solo attraverso la forza e l'autorità.
Quando un padre, pur con le migliori intenzioni, dice a un figlio che piange: "Smettila, fai l'uomo!", sta involontariamente traducendo la tossicità in una regola fondamentale dell'identità: la vulnerabilità è la negazione della virilità. Questo rinforzo diretto o indiretto degli stereotipi crea una continuità tra la regola del gruppo adolescenziale e la norma sociale adulta. La pressione a ottenere più potere, uno status finanziario migliore o il dominio sulla propria partner non è altro che la versione adulta e più pericolosa del "farsi rispettare" del cortile della scuola.
Il problema è aggravato da una sponda educativa spesso assente o inadeguata. Molti adulti, in particolare gli uomini, non si sentono attrezzati per parlare di emozioni, di rispetto o di consenso con i ragazzi. Manca una pedagogia di genere che offra agli adolescenti modelli maschili alternativi all'eroe guerriero o al macho insensibile. Non avendo gli strumenti per decodificare e criticare i messaggi tossici provenienti dai social media e dalla cultura popolare (dove misoginia e omofobia sono spesso camuffate da umorismo o ribellione), i ragazzi finiscono per credere che la strada della chiusura emotiva sia l'unica percorsa dagli "uomini veri".
Noi maschi adulti abbiamo il dovere civico, educativo e morale di intervenire sempre attivamente, non solo condannando a posteriori, ma costruendo in anticipo difese emotive e culturali.
Dobbiamo per primi fare coming out con le nostre emozioni, mostrare che un uomo può essere forte anche se piange, anche se chiede aiuto, anche se è premuroso e affettuoso. Dobbiamo sfidare attivamente atteggiamenti misogini e prevaricanti, spiegando come questi siano armi che danneggiano tutti, imprigionando sia i ragazzi che le ragazze in aspettative limitanti.
E dobbiamo infine incoraggiare i ragazzi a esplorare interessi che vanno oltre la rigida sfera del maschile senza che questo sia visto come una minaccia alla loro identità.
Imparare ad "amare le femmine" (o chiunque altro con dignità e rispetto) non è, quindi, "da fr***", ma è un atto rivoluzionario che i maschi adulti devono prima compiere su se stessi e poi insegnare con coerenza. Il compito è liberare i giovani maschi non solo dal giudizio dei loro coetanei, ma soprattutto dall'eredità silenziosa e dannosa dei modelli patriarcali tradizionali. L'obiettivo non è criticare l'uomo, ma liberare l'essere umano, creando una società in cui la forza sia misurata dalla capacità di connettersi e curare, non dalla capacità di dominare e disprezzare.
L'imperativo morale che scaturisce da questa analisi è chiaro: la responsabilità di sradicare la mascolinità tossica non ricade solo sui ragazzi che ne sono vittime e carnefici, ma soprattutto sui maschi adulti che li circondano. La vera battaglia non è contro la virilità, ma contro la sua definizione monolitica e distruttiva.
La chiusura emotiva che etichetta l'amore come debolezza è un crimine contro lo sviluppo umano, un ostacolo all'intimità e un precursore della violenza. Il nostro dovere morale, come uomini prima e poi come genitori, educatori e membri di una società civile, è quello di mostrare ai giovani che la forza non risiede nell'insensibilità, ma nel coraggio di essere completi.
Dobbiamo assumerci la responsabilità di insegnare che la dignità di un uomo non si misura da quanto bene riesce a mascherare i suoi sentimenti, né da quanto disprezzo riversa su chi è vulnerabile o su chi ama. Si misura, al contrario, dalla sua capacità di empatia, dal suo rispetto incondizionato e dalla sua integrità emotiva.
L'unica eredità che vale la pena trasmettere è quella di una mascolinità ridefinita, nella quale amare, curare ed essere vulnerabili non è un tradimento, ma il più alto e nobile atto di coraggio. È solo liberando i nostri ragazzi dalla tirannia del cinismo che potremo renderli liberi di diventare, finalmente, uomini veri: forti non nonostante la loro umanità, ma grazie ad essa.
Farmacista de Terni