05/03/2026
Fateci caso, ogni volta che esce una notizia di cronaca su una morte in ospedale, soprattutto sui social assistiamo sempre alla stessa dinamica. Partono i commenti, si scatena il linciaggio, e nel giro di poche ore il medico di turno diventa un assassino, un incompetente, uno che "non ha fatto nulla". La gente si indigna, condivide, mette like alla rabbia degli altri.
È tutto così immediato, così sicuro. Definitivo.
Ma qualcuno si ferma mai a pensare davvero a cosa fa un medico ogni giorno?
C'è un equivoco di fondo che portiamo avanti da decenni, alimentato probabilmente dalle serie tv, dai film, dall'idea romantica del camice bianco che arriva e risolve tutto.
Che la medicina sia onnipotente.
Che se sei bravo abbastanza, se ci metti abbastanza impegno, se hai gli strumenti giusti, la morte si possa sempre evitare. Il ragionamento conseguente è che quando qualcuno muore, per forza qualcosa è andato storto. Qualcuno ha sbagliato.
In realtà, non ha mai funzionato così.
La medicina è una scienza probabilistica. Lavora con corpi diversi, storie cliniche diverse, variabili che cambiano di ora in ora. Un medico non riceve in ingresso un problema matematico con una soluzione esatta, ma una persona, spesso già compromessa, con una biologia che a volte semplicemente decide di cedere, indipendentemente da quello che si fa.
Esistono malattie che hanno una progressione inesorabile.
Ci sono eventi acuti (un infarto massivo, un'emorragia cerebrale, un'embolia fulminante) che lasciano una finestra di tempo così stretta da rendere qualsiasi intervento insufficiente. Non possiamo considerare tutto ciò un fallimento umano o professionale.
È la realtà biologica.
E allora perché facciamo così fatica ad accettarlo?
Penso che il problema sia attribuibile al fatto che la morte ci spaventa talmente tanto da sentire il bisogno di trovare un colpevole. Se qualcuno ha sbagliato, vuol dire che la morte era evitabile. E se era evitabile, vuol dire che non è inevitabile. Che non capiterà a noi, ai nostri cari, finché qualcuno farà le cose per bene. È un meccanismo psicologico comprensibile, ma è profondamente distorto e fa danni enormi. Giganteschi.
Fa danni ai medici, prima di tutto.
Parliamo di persone che spesso lavorano in condizioni al limite: turni massacranti, reparti sotto organico, strumentazione obsoleta, burocrazia che toglie tempo alla clinica. Professionisti che studiano per anni, che portano a casa un peso emotivo che pochi altri lavori comportano, che convivono ogni giorno con la sofferenza altrui.
Nel momento in cui qualcosa va storto nonostante tutto, si trovano finanche a essere processate dal tribunale del web da gente che magari non sa nemmeno distinguere un analgesico da un antibiotico.
Ma fa danni anche a noi, come società.
Perché questa cultura del colpevole a tutti i costi ha prodotto la cosiddetta medicina difensiva: i medici prescrivono esami inutili, evitano interventi rischiosi anche quando sarebbero necessari, si coprono le spalle prima di pensare al paziente. Non perché siano cattivi medici, semplicemente perché hanno paura. Paura di finire sui giornali, paura di una denuncia, paura del linciaggio. E così il sistema si inceppa, e alla fine a rimetterci siamo di nuovo noi.
Ovviamente, e ci tengo a dirlo chiaramente, esistono casi di vera negligenza. Errori gravi, comportamenti incompetenti, situazioni in cui un paziente muore per qualcosa che davvero si poteva evitare. Quei casi vanno indagati, e quando ci sono responsabilità devono assolutamente emergere. Tuttavia c'è una differenza enorme tra un errore medico accertato da una perizia e una morte che fa notizia su un sito di cronaca.
I giornalisti non fanno diagnosi.
I commenti social non sono consulenze mediche.
L'indignazione collettiva non è giustizia.
La verità scomoda è che siamo tutti mortali. Che i corpi si rompono. Che ci sono malattie che vincono, sempre, comunque.
Il medico che ha seguito un paziente fino alla fine, che ha fatto tutto il possibile, che forse è rimasto anche oltre il suo turno sperando in un miglioramento, non merita di essere il capro espiatorio del dolore, o della paura, o dell'incapacità di accettare che la medicina, semplicemente, non fa miracoli.
Per quelli, del resto, c'è sempre qualche sedicente guru pronto a confezionare illusioni su misura e a farle pagare come fossero verità rivelate.