Dott.ssa Alessandra Di Biase

Dott.ssa Alessandra Di Biase Studio di psicoterapia e di consulenza psicologica

31/12/2025

Odio gli indifferenti. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia.

E odio il Capodanno.
Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

31/12/2025
13/12/2025

“Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto
-come dicono anche i manuali di scrittura -
che rende possibile il respiro.”
Anna Toscano

doppiozero ricorda Anna Toscano con le voci di Chiara Alessi, Giorgia Antonelli, Antonella Cilento, Maria Luisa Frisa, Ilaria Gaspari, Chiara Lagani, Laura Pezzino, Sabina Rizzardi e Anna Stefi.

Link nei commenti.

13/12/2025

Vi segnaliamo la recensione, a cura di Anna Roncarati, di “Un gatto per i giorni difficili" di Isyda Syou (BUR ed., 2024).

Dall’incipit:
“Tra i dedali di Kyoto sorge Nakagyo Kokoro, una clinica speciale per chi ha smarrito se stesso… dove a ogni paziente si prescrive un gatto”. Si presenta così nella sinossi la vicenda (apparentemente) strampalata dei personaggi umani e dei gatti che si avvicendano nella strana clinica.

Clinica che non è reclamizzata né ha indicazioni sul come farsi trovare se non nel passaparola di chi già ci andò, soltanto chi ha bisogno, e nel momento opportuno, può trovarla in fondo a un vicolo buio e stretto, in un palazzo dall’atmosfera inquietante.

Con mano lieve come le zampine dei gatti, con delicatezza e humor si dipanano le storie dal potere rassicurante che scaldano il cuore e commuovono chi ama gli animali e ne apprezza la vicinanza, ma se solleviamo il velo della metafora ritroviamo che sono i grandi temi del mondo interno a ve**re alla luce, i dolori, i conflitti, la capacità di riparazione, assieme alla difficoltà nel confrontarsi con le relazioni”.

https://www.cepsibo.it/index.php/cultura-e-societa/libri/recensioni/un-gatto-per-i-giorni-difficili-di-isyda-syou-bur-2024-recensione-di-anna-roncarati

03/12/2025

[ 3 dicembre del 1938, Antonia Pozzi: la porta che si chiude ]

Quando Antonia Pozzi arrivò, la mattina del 2 dicembre 1938, la neve aveva rivestito di bianco la campagna intorno all' abbazia di Chiaravalle. Lasciò la bicicletta e si sedette a pochi metri da una roggia, come in Lombardia chiamano i piccoli corsi d'acqua che traversano i campi. Aveva con sé un barattolo di pasticche. Le ingoiò con una sola sorsata d' acqua e poi si sdraiò sulla neve, dove la trovarono ancora viva. Morì poche ore dopo.

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.

Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola. Adagiata su un prato innevato di Chiaravalle, imbottita di farmaci e tristezza, se ne va Antonia Pozzi. Lo sguardo perso nello sguardo senza pupilla del cielo. Aveva ventisei anni.

24/11/2025
23/11/2025

Psicoanalisiecinema45righeepiùperunfilm
Frankestein
Regia e Sceneggiatura: Guillermo del Toro Fotografia:Dan Laustsen Montaggio:Evan Schiff Scenografia:Tamara Deverell
Costumi: Kate Hawley
Musica:Alexandre Desplat
Nel Frankenstein di Guillermo del Toro, il cuore della storia non è la scienza, ma il rapporto padre–figlio. Victor non è solo creatore: è il padre onnipotente che, nel suo narcisismo, vuole generare la vita come gesto tecnico-magico, dominare il limite umano e produrre un essere che incarni il suo desiderio grandioso. Ma ciò che crea è un figlio che non è desiderato per se stesso — il punto esatto su cui Ferenczi ha descritto il trauma originario del bambino non desiderato, costretto a nascere come oggetto d’uso dell’adulto.

Winnicott ci offre la chiave clinica: Victor dà la vita, ma non offre holding, né handling, né una base affettiva minima. La creatura nasce in un vuoto radicale: generata, ma non accolta; vista, ma non riconosciuta. È l’emblema del soggetto che non riceve un ambiente sufficiente, e quindi cade direttamente nel trauma primario dell’abbandono.

Il regista restituisce alla creatura una sensibilità, un linguaggio nascente, un bisogno struggente di appartenenza. La sua domanda “Why am I alone?” è la voce del figlio-ferita che chiede ciò che non ha mai avuto: un padre capace di relazione. Ma Victor incarna ciò che oggi riconosciamo come narcisismo onnipotente paterno: l’idea che “creare” una persona equivalga a definirla e controllarla, senza sentire la responsabilità di sostenerla nella sua soggettività.

È un tratto che risuona profondamente anche nel presente: figure (genitoriali, istituzionali, sociali) che pretendono di ri-creare l’identità dell’altro, di plasmarlo, correggerlo, “aggiustarlo”, senza offrire contenimento, ascolto o spazio psicologico. Come Victor, generano identità ma non le accompagnano; producono “opere” ma non relazioni. In questo senso, il film diventa un monito contro le derive di un narcisismo che vuole formare l’altro a propria immagine e che, incapace di sostenere il suo bisogno, lo abbandona al caos.

La creatura — corpo assemblato, trauma cucito, parola che emerge dal silenzio — è il soggetto che tenta comunque di nascere a sé stesso, trasformando l’abbandono in ricerca, e il rifiuto in domanda di identità. Il suo cammino finale è una soglia: un possibile andare oltre il padre, verso una soggettività non più costruita, ma scelta.

In questa lettura, Frankenstein diventa una potente metafora contemporanea: la creazione senza cura genera fantasmi, mentre solo la responsabilità relazionale — quella che né Victor né il narcisismo odierno vogliono assumere — permette alla vita psichica di prendere forma.
Matteo De Simone psichiatra psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi A.I.Psi/I.P.A, docente Istituto di Formazione AIPsi, docente Asnea, socio onorario ASSIA ( Associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)

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Viale Della Pace N. 291, Quadrivio Di Campagna (Salerno)
Campagna

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Mercoledì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 20:00

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