30/11/2025
La valutazione del rischio di femminicidio non è una “predizione magica”.
È una procedura clinico-forense rigorosa.
In Italia si continua – colpevolmente – a confondere la scienza con la divinazione.
Ma la valutazione del rischio di femminicidio non è un atto intuitivo, non è un’impressione, non è una lettura “a pelle” del caso.
È un’analisi strutturata, basata su indicatori validati scientificamente e su protocolli internazionali che da anni dimostrano la loro efficacia.
I principali strumenti di valutazione hanno un altissimo livello di attendibilità nel riconoscere:
• l’escalation della violenza,
• il rischio imminente,
• la persistenza dei fattori di pericolo,
• i segnali che anticipano la possibile letalità.
Sono protocolli utilizzati da magistrati, forze dell’ordine, servizi sociali e clinici forensi in tutti i Paesi che hanno deciso di prendere sul serio la violenza di genere.
Strumenti pensati per decidere in fretta e intervenire prima, non dopo.
Per questo è fondamentale affidarsi a un professionista psicologo formato specificamente nella valutazione del rischio, capace di:
• applicare correttamente il protocollo,
• leggere e interpretare i fattori dinamici e statici,
• stimare la pericolosità attuale e futura,
• segnalare immediatamente il livello di allerta alle autorità competenti.
Perché è questo – e nient’altro – che salva la vita delle donne.
Il resto sono chiacchiere.
E di chiacchiere, in questo Paese, ne abbiamo ascoltate fin troppe… mentre le donne morivano con indicatori di rischio ampiamente visibili, documentati, ignorati.
La verità è semplice e brutale:
si muore quando la valutazione del rischio non si fa, si fa male o si fa troppo tardi.
E allora sì, è da qui che si deve ripartire:
da protocolli seri, da professionisti competenti, da interventi immediati.
Perché arginare questa mattanza non è impossibile.
È solo una scelta.
Una scelta che per troppo tempo non è stata fatta.
Adesso non ci sono più scuse.
E’ questo il cuore del mio intervento del 3 dicembre prossimo.