28/12/2025
COSA ATTENDERSI DALLA RIDUZIONE DI GRASSI SATURI, SECONDO UNA REVIEW SISTEMATICA DEI DATI DELLA LETTERATURA
Il dibattito scientifico e mediatico sul ruolo dei grassi saturi nella prevenzione delle malattie cardiovascolari non sembra placarsi, alimentato anche dal fatto che sono relativamente pochi gli studi presenti in letteratura che abbiano valutato l’effetto della riduzione di questi grassi sull’incidenza di eventi clinici, come l’infarto miocardio, l’ictus cerebrale o la morte per qualunque causa, e non semplicemente sui livelli di fattori di rischio, come il profilo lipidico.
Gli autori di questo articolo hanno quindi condotto una revisione sistematica degli studi clinici randomizzati reperibili in letteratura, includendo 17 trial per un totale di oltre 66.000 partecipanti, con un follow-up minimo di due anni. La scelta di limitare l’analisi a questi studi, non soggetti alle distorsioni tipiche degli studi osservazionali, spesso usati per valutare gli effetti della dieta, ne rafforza naturalmente il valore scientifico.
I risultati mostrano che la riduzione dei grassi saturi è in grado di ridurre i valori del colesterolo totale, in media, di circa 13 mg/dL e il colesterolo LDL di circa 6 mg/dL. La riduzione del rischio relativo dei vari eventi clinici negli studi esaminati è risultata in media pari al 4% per la mortalità per tutte le cause, al 7% per la mortalità cardiovascolare e al 14% per gli eventi cardiovascolari non fatali. Queste riduzioni non erano formalmente significative, perché l’intervallo di confidenza (5-95%) includeva il limite dell’assenza di effetto.
Per fornire una valutazione complessiva più comprensibile, e più trasferibile alla pratica clinica, gli autori hanno poi convertito queste riduzioni relative in un formato comune, il numero di eventi evitati per ogni 1.000 soggetti trattati (esprimendoli, quindi come riduzione del rischio assoluto).
Da questa conversione emerge che nelle persone a basso rischio cardiovascolare (e specificamente con un rischio inferiore al 5%), ridurre o modificare l’apporto di grassi saturi produce benefici molto limitati o trascurabili, sia in termini di effetti sulla mortalità sia sugli eventi cardiovascolari maggiori: la riduzione della mortalità sarebbe infatti del 4% su un rischio assoluto del 5%, per una riduzione del rischio assoluto stesso dell’ordine dello 0,02%. Nelle persone a elevato rischio cardiovascolare (tra il 20 ed il 30%, ad esempio perché in prevenzione secondaria), la riduzione dell’assunzione di grassi saturi è risultata associata a benefici più significativi, con una diminuzione più rilevante della mortalità totale e, con minore certezza, anche degli eventi cardiovascolari maggiori.
Gli autori evidenziano inoltre che i risultati più convincenti si osservano quando i grassi saturi vengono sostituiti da grassi polinsaturi, mentre la semplice riduzione dei grassi o la loro sostituzione con carboidrati mostra effetti meno chiari o meno consistenti.
Le differenze rilevate suggeriscono che l’efficacia delle raccomandazioni nutrizionali dipenda in larga misura dalle caratteristiche cliniche del singolo individuo; tuttavia, è ormai evidente che, per conseguire gli ambiziosi obiettivi terapeutici fissati dalle più recenti linee guida sul controllo della colesterolemia LDL, nei pazienti ad alto o molto alto rischio cardiovascolare sarà necessario, pressoché costantemente, ricorrere a farmaci ipolipidemizzanti, spesso in associazione tra loro, il cui impatto sul profilo lipidico risulta nettamente predominante rispetto a quello ottenibile con la sola riduzione dell’apporto di grassi saturi.
Sarebbe interessante poter stimare se l’effetto protettivo della riduzione dei saturi vada oltre il loro effetto sulla colesterolemia, ma questo non sembra possibile sulla base dei dati disponibili.
In conclusione, l’articolo propone una lettura più sfumata e meno dogmatica del ruolo della riduzione dei grassi saturi: il beneficio dipende dal rischio cardiovascolare individuale e dal tipo di grassi che li sostituiscono. Il messaggio finale invita quindi a superare le raccomandazioni generalizzate, orientandosi verso indicazioni più personalizzate e basate su esiti clinicamente rilevanti.
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