Studio Medico Dott. Giuseppe Zampella

Studio Medico Dott. Giuseppe Zampella Studio di Medicina Generale convenzionato SSN

25/03/2026

L'ERRORE CHE TUTTI FANNO CON L'INTESTINO

(Di Patrizia Coffaro)

Ho letto un commento sotto al mio post, uno di quelli che arrivano puntuali ogni volta che si parla di intestino: “E se fossero parassiti? Finché non li elimini puoi fare tutto, ma non migliori.”

Purtroppo, non è un’idea isolata, è una convinzione moooolto diffusa, non solo tra le persone, ma anche tra molti professionisti. Anche quelli più evoluti, come amano definirsi, che però continuano a ragionare nello stesso modo... trovare il nemico, eliminarlo, risolvere.

Cambiano i nomi, cambiano gli strumenti, ma la logica resta identica, sempre quella, non si sposta di una virgola. C’è qualcosa che non va, quindi... troviamo il colpevole, poi lo attacchiamo e fine del problema; il punto è che l’intestino non funziona così e finché non lo capiamo, continueremo a rincorrere sintomi travestiti da cause.

Perché sì, i parassiti possono esistere, le infezioni possono esistere, le disbiosi esistono... nessuno lo nega. Il problema è pensare che siano sempre la causa primaria e che eliminandoli si risolva tutto. Questa è (ahimé) una visione riduttiva, ed è anche il motivo per cui tante persone fanno cicli su cicli di protocolli, integratori, restrizioni… e non escono mai dal problema. Perché stanno combattendo qualcosa senza cambiare il terreno in cui quella cosa si è sviluppata.

E qui dobbiamo fare un passettino indietro e guardare l’intestino per quello che è... non un tubo da pulire, ma un ecosistema. Dentro di noi c’è un mondo intero, batteri, lieviti, virus, cellule immunitarie, cellule epiteliali, segnali nervosi; tutto in continuo dialogo, in un equilibrio dinamico. Quando questo sistema è in equilibrio, succede una cosa molto semplice, il corpo sa gestire ciò che entra, sa selezionare, modulare, contenere. Non è sterile, non deve esserlo... è regolato.

Ma quando questo equilibrio si rompe, allora sì che iniziano i problemi. Non perché arriva qualcosa, ma perché il sistema non è più in grado di gestirlo... ed è qui che nasce la confusione. Perché tu vedi il risultato finale, il sintomo, il batterio, il parassita, e pensi che sia quello il problema... ma spesso è solo l’effetto di un ambiente che non funziona più bene.

È come trovare muffa su un muro e pensare che il problema sia la muffa, certo, la togli, ma se non sistemi l’umidità, tornerà sempre... l’intestino funziona esattamente allo stesso modo.

Dal punto di vista fisiologico, la nostra barriera intestinale è qualcosa di straordinario, non è solo una parete, è un sistema attivo, intelligente. C’è la mucosa, che produce muco e crea una prima protezione, ci sono le giunzioni tra le cellule, che regolano cosa passa e cosa no, c’è il sistema immunitario intestinale, che è uno dei più complessi del corpo... e poi c’è il microbiota, che non è un ospite passivo, ma una vera e propria difesa attiva. Questi elementi lavorano insieme.

Lo stomaco, con la sua acidità, inattiva una parte dei microrganismi. La bile ha un effetto antimicrobico; il microbiota compete per lo spazio e impedisce la proliferazione di altri organismi; il sistema immunitario riconosce e modula... è un sistema multilivello.

Ora immagina cosa succede quando questo sistema inizia a perdere efficienza. Magari lo stomaco produce meno acido, la bile non fluisce in modo ottimale, la mucosa è irritata, le giunzioni sono più permeabili, la motilità intestinale è rallentata, il microbiota perde diversità. In questo scenario, non serve che arrivi chissà cosa, basta poco per creare squilibrio... ed è qui che possono emergere anche organismi opportunisti.

Ma la domanda vera è... perché hanno trovato spazio? Perché il terreno lo ha permesso! E allora cosa succede nella pratica? Che si interviene su ciò che si vede, si attacca il batterio, si attacca il parassita, si fa il protocollo, si fa la pulizia... e spesso qualcosa succede, un miglioramento c’è. Perché stai comunque modificando una parte del sistema.

Ma se il terreno resta lo stesso, quel miglioramento raramente è stabile e infatti quante persone conosci che hanno fatto cicli di antiparassitari, antimicrobici, protocolli potenti… e dopo un po’ sono punto e a capo? Addirittura c'è chi peggiora e il professionista sparisce (va beh, questa è una modalità che... boccaccia mia statte zitta!)

Non è sfortuna, è logica biologica. Perché il corpo non funziona per eliminazione isolata, funziona per equilibrio. Se l’ambiente interno è favorevole, qualcosa crescerà sempre, se l’ambiente è stabile, anche ciò che c’è viene tenuto sotto controllo. Questo è il concetto che manca... e qui arriva anche un altro errore molto comune, pensare che più si attacca, meglio è. Ma ogni intervento aggressivo ha un costo. Se usi sostanze antimicrobiche forti, non colpisci solo ciò che non vuoi, alteri anche il resto, modifichi il microbiota, stressi la mucosa, a volte peggiori la sensibilità.

E se lo fai su un sistema già fragile, rischi di peggiorare la situazione, ecco perché molte persone dopo questi protocolli si ritrovano più reattive di prima. Non perché non ha funzionato, ma perché mancava la base e la base è sempre quella... il terreno.

Lavorare sul terreno significa fare cose meno eclatanti, meno forti, meno immediate… ma molto più profonde. Significa migliorare la digestione, stabilizzare la motilità intestinale, ridurre l’infiammazione della mucosa, ricostruire gradualmente la tolleranza, riportare il sistema nervoso fuori dalla modalità di allerta. Perché sì, anche questo conta e conta tantissimo.

Un intestino sotto stress, in uno stato di attivazione costante, cambia completamente il suo funzionamento, cambia la secrezione, la motilità, la risposta immunitaria e allora puoi anche mangiare perfetto, prendere l’integratore giusto, fare il protocollo più preciso… ma se il sistema è in allarme, la risposta sarà alterata e questo spiega perché due persone possono fare la stessa identica cosa e avere risultati completamente diversi... perché il contesto è diverso, ed è proprio questo che rende il percorso meno immediato. Perché non c’è la soluzione unica, non c’è il... fai questo e risolvi, c’è un lavoro di ricostruzione.

E capisco che non sia quello che la maggior parte delle persone vuole sentirsi dire, perché siamo abituati al modello rapido... ho un problema, prendo qualcosa e passa. Ma questo modello funziona in alcune condizioni acute, non nei sistemi complessi e l’intestino è uno dei sistemi più complessi che abbiamo. Quindi no, non è che non si può migliorare, è che bisogna cambiare approccio, smettere di cercare solo cosa eliminare e iniziare a costruire un ambiente che funzioni; smettere di rincorrere il sintomo e iniziare a leggere il sistema, dobbiamo smettere di pensare in termini di guerra e iniziare a ragionare in termini di equilibrio.

E questo non significa non intervenire quando serve, significa farlo nel momento giusto e nel contesto giusto. Perché se prima non prepari il terreno, qualsiasi intervento sarà limitato, se invece lavori prima sulla base, allora anche interventi mirati possono avere un senso e soprattutto una durata. Quello che cambia è la direzione.

Non più... tolgo e basta, ma ricostruisco e poi, se serve, tolgo. È più lento? Sì. È meno immediato? Sì. È più efficace nel lungo periodo? Assolutamente sì. E forse è proprio questo il punto che oggi facciamo più fatica ad accettare. Che non tutto si risolve velocemente, ma ciò che si ricostruisce reamente… resta.

Quindi, finisco e vado a preparare pranzo, chiudo dicendo che per andare verso la salute dobbiamo smettere di vedere il corpo come qualcosa da pulire in continuazione, come se fosse un contenitore sporco da svuotare, e iniziare invece a vederlo per quello che è... un sistema da riequilibrare.

State perdendo l’insieme e vi state focalizzando sul singolo problema, sintomo, nemico da eliminare; ma il corpo non funziona a pezzi, funziona in relazione, in equilibrio, in compensazione continua. E questa confusione è alimentata anche dalla quantità enorme di informazioni che circolano oggi, spesso scollegate tra loro, spesso semplificate, spesso trasformate in soluzioni rapide per problemi complessi solo per riempire le proprie casse.

È proprio qui che serve un cambio di paradigma, un cambio di pensiero, perché finché continuerete a guardare il corpo come qualcosa da attaccare, svuotare o ripulire, continuerete a rincorrere problemi. Quando invece iniziate a guardarlo come un ecosistema da sostenere, capire e riequilibrare, allora cambia tutto. Ah dimenticavo, poi mi alzo e vado seriamente in cucina... Non tornerete a mangiare come prima se il come prima vi ha fatto ammalare!

XO - Patrizia Coffaro

20/03/2026

Pubblicata l'ordinanza contigibile e urgente per l'adozione di misure urgenti a tutela della salute per contenere e annullare il rischio di contagio da virus Il Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha firmato in data odierna un'ordinanza contingibile e urgente per fronteggiare l'incremento dei casi....

19/03/2026

FRANCESCO BERNETTI EVANGELISTA, IL MEDICO CHE HA SEGUITO IL DUBBIO PER SALVARE UNA VITA

Ci sono storie che ricordano quanto la medicina non sia fatta soltanto di diagnosi e protocolli, ma anche di intuizione, responsabilità e umanità. È la storia del dottor Francesco Bernetti Evangelista, medico che continua a lavorare al pronto soccorso dell’ospedale Murri di Fermo anche dopo aver raggiunto la pensione, mettendo la sua esperienza al servizio dei pazienti.

Una sera al pronto soccorso arriva una ragazza di quindici anni. Ha la febbre e racconta una sensazione inquietante: non sente più bene le gambe. Dopo le prime valutazioni, in piena notte, viene dimessa con una diagnosi di influenza. Può succedere nei reparti d’emergenza, dove il flusso di pazienti è continuo e spesso i sintomi sembrano ricondurre a patologie comuni.

Ma quella notte qualcosa resta nella mente del medico.

Dopo la dimissione della ragazza, Bernetti continua a ripensare ai sintomi che aveva osservato. Il dubbio si fa sempre più insistente. Decide allora di rivedere la cartella clinica e di riflettere ancora su ciò che aveva visto poche ore prima.

Quando il turno finisce, invece di tornare a casa, prende un’altra decisione. Sale in auto e si dirige direttamente verso l’abitazione della ragazza.

Quando la porta si apre, si presenta con semplicità e con una frase che racconta tutto il senso della sua scelta: chiede scusa per l’intrusione, ma spiega di avere un sospetto. Potrebbe trattarsi di un’infiammazione del midollo spinale, una condizione rara ma potenzialmente grave. Consiglia alla famiglia di recarsi immediatamente al reparto di Neurologia dell’ospedale per eseguire accertamenti più approfonditi.

Il sospetto si rivelerà corretto.

La ragazza viene ricoverata, la diagnosi conferma un’infiammazione midollare e grazie alle cure ricevute la situazione può essere affrontata tempestivamente.

È difficile sapere come sarebbe andata senza quell’intuizione e senza la decisione di tornare indietro, di seguire il dubbio fino in fondo. Quello che è certo è che quel gesto racconta qualcosa di importante sul significato della professione medica.

Non solo competenza, ma attenzione. Non solo tecnica, ma responsabilità verso le persone che si affidano alle cure di chi indossa un camice.

Quando qualcuno gli chiede un commento su ciò che è accaduto, il dottor Bernetti risponde con grande semplicità. Dice di aver fatto soltanto il suo dovere. E aggiunge una riflessione che merita di essere ascoltata: ogni giorno moltissimi medici compiono gesti importanti, ma spesso fanno notizia soltanto gli errori.

Proprio per questo storie come questa hanno un valore particolare.

Ricordano che la sanità non è solo un sistema fatto di strutture e procedure, ma soprattutto di persone: medici, infermieri, operatori che lavorano con dedizione, spesso lontano dai riflettori, mettendo al centro la cura degli altri.

E a volte basta un dubbio, seguito fino in fondo, per fare la differenza tra una diagnosi mancata e una vita salvata.

16/03/2026

Questa mattina a Mercogliano, in provincia di Avellino, è stato inaugurato il primo polo d’eccellenza del Sud Italia, un centro di ricerca unico nel suo genere dedicato esclusivamente alla frontiera più avanzata della lotta contro i tumori: l’immunoterapia.

Una realtà pronta a diventare un punto di riferimento per l’intero Mezzogiorno, realizzata grazie alla generosa fonazione della Fondazione Irti, presieduta da Natalino Irti. Il centro si focalizzerà sulla comprensione dei meccanismi di resistenza alle cure e sulla personalizzazione dei trattamenti per rendere l’immunoterapia, come sottolineano i ricercatori, sempre più democratica ed efficace per tutti i pazienti.

“Qui convergono le linee di ricerca più promettenti: dall’analisi del microbioma alla profilazione genetica dei pazienti (gene signature), fino all’identificazione di nuovi biomarcatori molecolari” – dichiara Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma e Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto IRCCS Pascale di Napoli.

“Ma la linea di ricerca più avanzata che stiamo esplorando è la biologia spaziale, una disciplina rivoluzionaria che permette di studiare il ‘microambiente tumorale’ con una precisione chirurgica. Grazie a strumentazioni di ultima generazione siamo in grado di mappare non solo la presenza delle cellule tumorali, ma la loro interazione geografica con il sistema immunitario“.

Non è dunque solo un laboratorio, ma un ecosistema di innovazione. Una vera e propria “Silicon Valley” dell’immunoncologia che vede impegnato l’intero team del professor Paolo Ascierto, come i ricercatori Gabriele Madonna, Domenico Mallardo, Caterina Costa e Mariaelena Capone. Tutto sotto la guida strategica del Direttore Scientifico Alfredo Budillon.

“Con questo laboratorio facciamo un ulteriore salto di qualità nella medicina di precisione. Non ci limitiamo più a guardare le cellule tumorali in modo isolato, ma ne studiamo l’architettura spaziale. Questo ci permette di capire perché alcuni pazienti rispondono alle cure e altri no, nel solco di terapie sempre più personalizzate che riducono gli effetti collaterali e massimizzano l’efficacia del trattamento. È un traguardo importante che si integra in un contesto, quello del centro di Mercogliano, dove abbiamo centralizzato tutte le maggiori piattaforme tecnologiche dell’Istituto, e che rafforza ulteriormente il ruolo del Pascale come riferimento internazionale” – spiega Budillon.

La nascita del laboratorio è legata alla storia personale di Nicola Irti, illustre giurista che, a seguito di un grave lutto familiare, ha scelto di trasformare il dolore in speranza attraverso la Fondazione Irti. Con una donazione complessiva di 400.000 euro, la Fondazione ha permesso l’acquisto di macchinari che pongono la Campania al centro della mappa scientifica europea.

“Abbiamo fortemente voluto che questo investimento restasse al Sud e trovasse casa nel talento dei ricercatori dell’IRCCS Pascale – conclude il presidente della Fondazione, Natalino Irti -. Trasformare una sofferenza privata in una risorsa collettiva è il modo più nobile per onorare la memoria e il futuro. Sapere che queste tecnologie porteranno nuove opportunità di cura per i pazienti è, per la nostra Fondazione, il risultato più prezioso”.

29/01/2026

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29/01/2026
02/01/2026

Influenza…

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Come previsto ha rovinato le vacanze a molti.
Come previsto ci stanno angosciando con annunci di epidemie di polmoniti e gravi complicanze.
Come previsto si sta manifestando con la sua febbrona che persiste più giorni
Come previsto ha la sua bella tosse e il suo malessere.

Mi taccio sulla vaccinazione che hanno fatto in troppo pochi… Ma consiglio di prendere il nuovo calendario 2026 e mettere un memo di questi giorni nel mese di ottobre!

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Dicono che quest’anno dovremo fare i conti con nuove mutazioni più aggressive e che con il prossimo inizio della scuola dobbiamo aspettarci un picco di complicanze.

Facciamo le napoletanissime corna ma per ora, per quello che sto vedendo io (che conta molto poco nella valutazione generale) anche se le “febbrone” sono ormai innumerevoli, fino ad ora ho diagnosticato MENO polmoniti delle epidemie degli anni scorsi (sono fortunato?) e, con enorme soddisfazione, sto confermando un dato bellissimo che meriterebbe un articolo a 4 colonne nelle prime pagine dei giornali! (invece delle profezie che moriremo tutti!)

Quale?

Che la bronchiolite da Virus Respiratorio Sinciziale, cioè quella che colpiva i piccoli e non mancava mai negli inverni del mio ambulatorio (significava ricoveri e in alcuni casi, fortunatamente rari, anche rianimazione), è quasi del tutto SCOMPARSA!
Vinta da una semplice fiala iniettata a tutti i nuovi neonati!

E allora diciamole le cose belle!!
Stiamo calmi, ascoltiamo i nostri dottori e speriamo bene per i prossimi mesi.

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Ma in questo post voglio parlare di un “ansiolitico” che non manca mai negli armadietti dei farmaci di tutte le case: Il Cortisone (la pilloletta di Bentelan è una star immancabile!)

Il consiglio ovvio e banale dovrebbe essere “E’ un farmaco importante che deve prescrivere il dottore!!!”

Ma quel “Dottore mi sono spaventata e gli ho dato una Bentelan!” sembra sfuggire ad ogni raccomandazione.

E allora dico due parole sulla magica “compressina ansiolitica” autoprescritta dalla paura:

E’ vero. Il cortisone fa migliorare tutto. Ma dobbiamo sapere che il tutto (febbre, dolori, malesseri, tossi ecc…) sono “i nostri” che combattono!

Sparare sui “nostri” in battaglia non è mai una buona idea.

Il dottore prescrive il cortisone (e se lo fa, fa bene) quando “i nostri”, impegnati in battaglia (cioè l’infiammazione), finiscono per danneggiare anche noi.

Lo fanno per esempio quando “gonfiano” una mucosa bronchiale e stringono così il lume del “tubo” che deve far passare l’aria (come nella bronchite asmatica).

I “nostri” sono i sintomi.
Vero, sono fastidiosi e ci fanno star male, ma ci avvertono che siamo aggrediti, ci fanno star fermi per risparmiare energie e ci mandano dal dottore per vedere se rischiamo di non farcela da soli!

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Il cortisone agisce su tutto. Sulla febbre, sui dolori, nelle allergie, nel raffreddore, nella polmonite, nell’asma, nelle malattie autoimmunitarie, nella leucemia… Tutto!

Come? Facendo migliorare i sintomi.

Se però togliamo i sintomi che ci stanno avvisando di una aggressione ad un polmone e stanno pure combattendo per noi… I germi responsabili stappano una bottiglia di champagne e dilagano silenziosamente senza nemmeno doversi sforzare più di tanto!

Senza sintomi chiari le diagnosi sono più difficili. Ergo... Il cortisone può nascondere le diagnosi!

Se quindi prima di andare dal dottore abbiamo dato la “compressina salvatutti” lui avrà più difficoltà a capirci qualcosa!

Un maestro diceva: “Il cortisone è una nebbia! Se lo prescrivi senza aver capito cosa stai curando rischi di non capirlo più!”

E allora per favore: mettiamo un lucchetto alla scatolina di Bentelan!

Senza prescrizione del dottore che ha fatto una diagnosi e sa perché la prescrive, non va data mai!

E allora? Influenza: restiamo calmi.
Appuntiamola nel calendario 2026 (per ricordarci che esiste un vaccino che forse potrebbe salvare le vacanze), rispolveriamo tutti i consigli che ci hanno dato durante il Covid per ridurre i contagi e… passerà anche questa!

16/12/2025

Morì povero, in una stanza d’ospedale, con addosso lo stesso cappotto consumato che indossava da anni.

Giuseppe Moscati nasce a Benevento nel 1880, in un’Italia che sta cercando di diventare moderna ma dove la medicina è ancora un privilegio per pochi. È brillante, rigoroso, disciplinato. Si laurea in medicina giovanissimo e sceglie Napoli, una città splendida e feroce, dove la miseria convive con la scienza e la fede con la disperazione.

Nel 1906 il Vesuvio erutta. L’ospedale degli Incurabili rischia di crollare. Moscati non scappa. Organizza l’evacuazione dei pazienti, uno per uno, mentre la cenere cade e i muri tremano. Nessun morto. Da quel giorno, per molti, non è più solo un medico.

Lavora senza sosta. Cura i poveri gratuitamente, spesso lasciando di nascosto il denaro per le medicine sul comodino. Considera la scienza un dovere morale, non un mezzo per fare carriera. Introduce metodi moderni nello studio del diabete, insegna, fa ricerca, ma rifiuta il lusso e l’ambizione. Vive in una stanza spoglia, mangia poco, dorme ancora meno.

Durante le epidemie di colera e influenza resta in corsia quando altri si allontanano. Non fa proclami. Visita, ascolta, tocca. Per lui il malato non è mai un caso clinico, è una persona ferita nella carne e nello spirito.

Il 12 aprile 1927 si siede alla scrivania del suo ambulatorio. Ha appena finito di visitare alcuni pazienti. Si accascia lentamente sulla poltrona. Nessun grido, nessuna scena. Muore così, lavorando.

Al suo funerale Napoli si ferma. Migliaia di persone seguono il feretro. Poveri, studenti, medici, gente che non ha mai dimenticato una visita gratuita o una parola detta al momento giusto.

Giuseppe Moscati aveva capito una cosa semplice e durissima: la competenza senza compassione è vuota. E la fede, senza il servizio concreto, resta solo un’idea.

19/09/2025
14/09/2025

Sedici persone sono state ricoverate nelle prime settimane di luglio alle Isole Baleari per un caso di overdose di vitamina D, lanciando un allarme

Indirizzo

Viale Lincoln 187 E Via Don Gangi 2
Caserta
81100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 11:00
Martedì 15:00 - 18:00
Mercoledì 15:00 - 18:00
Giovedì 10:00 - 13:00
Venerdì 08:00 - 11:00

Telefono

+3908231703454

Sito Web

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