25/03/2026
L'ERRORE CHE TUTTI FANNO CON L'INTESTINO
(Di Patrizia Coffaro)
Ho letto un commento sotto al mio post, uno di quelli che arrivano puntuali ogni volta che si parla di intestino: “E se fossero parassiti? Finché non li elimini puoi fare tutto, ma non migliori.”
Purtroppo, non è un’idea isolata, è una convinzione moooolto diffusa, non solo tra le persone, ma anche tra molti professionisti. Anche quelli più evoluti, come amano definirsi, che però continuano a ragionare nello stesso modo... trovare il nemico, eliminarlo, risolvere.
Cambiano i nomi, cambiano gli strumenti, ma la logica resta identica, sempre quella, non si sposta di una virgola. C’è qualcosa che non va, quindi... troviamo il colpevole, poi lo attacchiamo e fine del problema; il punto è che l’intestino non funziona così e finché non lo capiamo, continueremo a rincorrere sintomi travestiti da cause.
Perché sì, i parassiti possono esistere, le infezioni possono esistere, le disbiosi esistono... nessuno lo nega. Il problema è pensare che siano sempre la causa primaria e che eliminandoli si risolva tutto. Questa è (ahimé) una visione riduttiva, ed è anche il motivo per cui tante persone fanno cicli su cicli di protocolli, integratori, restrizioni… e non escono mai dal problema. Perché stanno combattendo qualcosa senza cambiare il terreno in cui quella cosa si è sviluppata.
E qui dobbiamo fare un passettino indietro e guardare l’intestino per quello che è... non un tubo da pulire, ma un ecosistema. Dentro di noi c’è un mondo intero, batteri, lieviti, virus, cellule immunitarie, cellule epiteliali, segnali nervosi; tutto in continuo dialogo, in un equilibrio dinamico. Quando questo sistema è in equilibrio, succede una cosa molto semplice, il corpo sa gestire ciò che entra, sa selezionare, modulare, contenere. Non è sterile, non deve esserlo... è regolato.
Ma quando questo equilibrio si rompe, allora sì che iniziano i problemi. Non perché arriva qualcosa, ma perché il sistema non è più in grado di gestirlo... ed è qui che nasce la confusione. Perché tu vedi il risultato finale, il sintomo, il batterio, il parassita, e pensi che sia quello il problema... ma spesso è solo l’effetto di un ambiente che non funziona più bene.
È come trovare muffa su un muro e pensare che il problema sia la muffa, certo, la togli, ma se non sistemi l’umidità, tornerà sempre... l’intestino funziona esattamente allo stesso modo.
Dal punto di vista fisiologico, la nostra barriera intestinale è qualcosa di straordinario, non è solo una parete, è un sistema attivo, intelligente. C’è la mucosa, che produce muco e crea una prima protezione, ci sono le giunzioni tra le cellule, che regolano cosa passa e cosa no, c’è il sistema immunitario intestinale, che è uno dei più complessi del corpo... e poi c’è il microbiota, che non è un ospite passivo, ma una vera e propria difesa attiva. Questi elementi lavorano insieme.
Lo stomaco, con la sua acidità, inattiva una parte dei microrganismi. La bile ha un effetto antimicrobico; il microbiota compete per lo spazio e impedisce la proliferazione di altri organismi; il sistema immunitario riconosce e modula... è un sistema multilivello.
Ora immagina cosa succede quando questo sistema inizia a perdere efficienza. Magari lo stomaco produce meno acido, la bile non fluisce in modo ottimale, la mucosa è irritata, le giunzioni sono più permeabili, la motilità intestinale è rallentata, il microbiota perde diversità. In questo scenario, non serve che arrivi chissà cosa, basta poco per creare squilibrio... ed è qui che possono emergere anche organismi opportunisti.
Ma la domanda vera è... perché hanno trovato spazio? Perché il terreno lo ha permesso! E allora cosa succede nella pratica? Che si interviene su ciò che si vede, si attacca il batterio, si attacca il parassita, si fa il protocollo, si fa la pulizia... e spesso qualcosa succede, un miglioramento c’è. Perché stai comunque modificando una parte del sistema.
Ma se il terreno resta lo stesso, quel miglioramento raramente è stabile e infatti quante persone conosci che hanno fatto cicli di antiparassitari, antimicrobici, protocolli potenti… e dopo un po’ sono punto e a capo? Addirittura c'è chi peggiora e il professionista sparisce (va beh, questa è una modalità che... boccaccia mia statte zitta!)
Non è sfortuna, è logica biologica. Perché il corpo non funziona per eliminazione isolata, funziona per equilibrio. Se l’ambiente interno è favorevole, qualcosa crescerà sempre, se l’ambiente è stabile, anche ciò che c’è viene tenuto sotto controllo. Questo è il concetto che manca... e qui arriva anche un altro errore molto comune, pensare che più si attacca, meglio è. Ma ogni intervento aggressivo ha un costo. Se usi sostanze antimicrobiche forti, non colpisci solo ciò che non vuoi, alteri anche il resto, modifichi il microbiota, stressi la mucosa, a volte peggiori la sensibilità.
E se lo fai su un sistema già fragile, rischi di peggiorare la situazione, ecco perché molte persone dopo questi protocolli si ritrovano più reattive di prima. Non perché non ha funzionato, ma perché mancava la base e la base è sempre quella... il terreno.
Lavorare sul terreno significa fare cose meno eclatanti, meno forti, meno immediate… ma molto più profonde. Significa migliorare la digestione, stabilizzare la motilità intestinale, ridurre l’infiammazione della mucosa, ricostruire gradualmente la tolleranza, riportare il sistema nervoso fuori dalla modalità di allerta. Perché sì, anche questo conta e conta tantissimo.
Un intestino sotto stress, in uno stato di attivazione costante, cambia completamente il suo funzionamento, cambia la secrezione, la motilità, la risposta immunitaria e allora puoi anche mangiare perfetto, prendere l’integratore giusto, fare il protocollo più preciso… ma se il sistema è in allarme, la risposta sarà alterata e questo spiega perché due persone possono fare la stessa identica cosa e avere risultati completamente diversi... perché il contesto è diverso, ed è proprio questo che rende il percorso meno immediato. Perché non c’è la soluzione unica, non c’è il... fai questo e risolvi, c’è un lavoro di ricostruzione.
E capisco che non sia quello che la maggior parte delle persone vuole sentirsi dire, perché siamo abituati al modello rapido... ho un problema, prendo qualcosa e passa. Ma questo modello funziona in alcune condizioni acute, non nei sistemi complessi e l’intestino è uno dei sistemi più complessi che abbiamo. Quindi no, non è che non si può migliorare, è che bisogna cambiare approccio, smettere di cercare solo cosa eliminare e iniziare a costruire un ambiente che funzioni; smettere di rincorrere il sintomo e iniziare a leggere il sistema, dobbiamo smettere di pensare in termini di guerra e iniziare a ragionare in termini di equilibrio.
E questo non significa non intervenire quando serve, significa farlo nel momento giusto e nel contesto giusto. Perché se prima non prepari il terreno, qualsiasi intervento sarà limitato, se invece lavori prima sulla base, allora anche interventi mirati possono avere un senso e soprattutto una durata. Quello che cambia è la direzione.
Non più... tolgo e basta, ma ricostruisco e poi, se serve, tolgo. È più lento? Sì. È meno immediato? Sì. È più efficace nel lungo periodo? Assolutamente sì. E forse è proprio questo il punto che oggi facciamo più fatica ad accettare. Che non tutto si risolve velocemente, ma ciò che si ricostruisce reamente… resta.
Quindi, finisco e vado a preparare pranzo, chiudo dicendo che per andare verso la salute dobbiamo smettere di vedere il corpo come qualcosa da pulire in continuazione, come se fosse un contenitore sporco da svuotare, e iniziare invece a vederlo per quello che è... un sistema da riequilibrare.
State perdendo l’insieme e vi state focalizzando sul singolo problema, sintomo, nemico da eliminare; ma il corpo non funziona a pezzi, funziona in relazione, in equilibrio, in compensazione continua. E questa confusione è alimentata anche dalla quantità enorme di informazioni che circolano oggi, spesso scollegate tra loro, spesso semplificate, spesso trasformate in soluzioni rapide per problemi complessi solo per riempire le proprie casse.
È proprio qui che serve un cambio di paradigma, un cambio di pensiero, perché finché continuerete a guardare il corpo come qualcosa da attaccare, svuotare o ripulire, continuerete a rincorrere problemi. Quando invece iniziate a guardarlo come un ecosistema da sostenere, capire e riequilibrare, allora cambia tutto. Ah dimenticavo, poi mi alzo e vado seriamente in cucina... Non tornerete a mangiare come prima se il come prima vi ha fatto ammalare!
XO - Patrizia Coffaro