01/01/2026
Nel settembre del 2004, al largo
della North Island, l’oceano davanti a
Ocean Beach sembrava quello di sempre:
acqua fredda, onde regolari, orizzonte
limpido. Un mare che non promette nulla,
ma nemmeno minaccia.
In acqua c’era Rob Howes,
bagnino neozelandese di origine
britannica, insieme a tre colleghi.
Nuotavano in mare aperto,
con la sicurezza di chi conosce bene
quelle correnti e quella costa.
Un tratto di Nuova Zelanda bellissimo,
ma noto anche per la presenza
di grandi predatori.
Poi, senza alcun preavviso, il mare
cambiò linguaggio.
Dal blu profondo emerse un gruppo
di delfini tursiopi (Tursiops truncatus).
Non si avvicinarono per gioco.
Non saltarono. Non cercarono contatto.
Iniziarono invece a muoversi in modo
compatto, preciso, quasi disciplinato,
formando un cerchio stretto attorno
ai nuotatori.
Ogni volta che uno di loro provava
ad allontanarsi, un delfino gli sbarrava
la strada, riportandolo al centro.
Non c’era aggressività, ma fermezza.
Come se il messaggio fosse chiaro
anche senza parole: qui no, resta qui.
All’inizio nessuno capì.
Poi arrivò la consapevolezza.
Sotto la superficie, a poche decine
di metri, si muoveva una sagoma
massiccia e silenziosa: un grande
squalo bianco (Carcharodon carcharias),
lungo circa tre metri. Non attaccava,
non accelerava. Faceva ciò che gli squali
fanno meglio: osservava.
Fu in quel momento che i delfini
cambiarono strategia.
Iniziarono a colpire l’acqua con la coda,
a muoversi in modo sincronizzato,
a mantenere una distanza costante
tra lo squalo e gli esseri umani.
Una barriera viva. Un fronte compatto.
Un comportamento noto agli studiosi:
quando percepiscono una minaccia,
i delfini non fuggono sempre.
A volte resistono.
Per circa 40 minuti, il cerchio
non si spezzò. Lo squalo si avvicinò,
poi rallentò, poi deviò la traiettoria.
Dalla riva, un bagnino e diverse persone
notarono la scena, inizialmente
senza comprenderla. Nessun urlo.
Nessun caos. Solo un silenzio irreale,
rotto dal rumore delle pinne sull’acqua.
Quando il pericolo si allontanò
definitivamente, accadde qualcosa
di altrettanto sorprendente.
I delfini aprirono il cerchio.
Non scomparvero di colpo.
Non fuggirono.
Si spostarono semplicemente di lato,
lasciando libero il passaggio verso la riva.
Come se, ancora una volta, il messaggio
fosse chiaro: “ora potete andare.”
Rob Howes e gli altri nuotarono
verso terra senza fretta, con il cuore
che batteva forte ma le braccia
finalmente libere. Solo una volta fuori
dall’acqua compresero davvero
cosa era successo.
In seguito, Howes raccontò che
non ebbe mai la sensazione di
un “salvataggio spettacolare”,
ma qualcosa di più profondo:
di essere stato incluso, per un
tempo breve ma decisivo,
in un’intelligenza collettiva
diversa dalla nostra.
Gli esperti spiegano che i delfini
non agiscono per altruismo umano,
ma per protezione del gruppo.
Eppure, in quei 40 minuti, quegli
uomini facevano parte del gruppo.
Ed è forse questo il dettaglio che rende
questa storia così potente.
💌 Questa storia insegna che esiste
un’intelligenza che non ha bisogno
di parole. Un’intelligenza che osserva,
comprende, decide insieme.
I delfini non hanno scelto la fuga, né
la violenza. Hanno scelto la protezione.
E forse è questo che dovremmo ricordare:
a volte gli animali ci mostrano ciò
che dimentichiamo più spesso…
che essere intelligenti significa
prendersi cura, non prevalere.
🗞️ Fonte: ABC
📸 Non esistono immagini dell’accaduto:
la foto utilizzata ha esclusivamente scopo rappresentativo