Sarahbracci

Sarahbracci Percorsi di Consapevolezza

01/01/2026

Tanto più opportuno mi sembra ora un appello a seguire la via della saggezza, ora che la nostra civiltà sembra nemica di ogni raccoglimento e interiorità, ora in cui l’azione si pesa e si giudica con criteri puramente esterni e quantitativi, sì che si dice che molto ha agito chi ha scritto grossi volumi o raccolto molti seguaci e non chi molto ha meditato e molto si è purificato, ora in cui chiunque ha qualche ideuzza più o meno utopistica di miglioramento sociale crede di aver trovato una panacea universale e va spargendo ai quattro venti la sua meravigliosa scoperta, senza sospettare quanto complessa, difficile e terribilmente lenta sarà la vera redenzione dell’umanità. Bando quindi ai falsi profeti presuntuosi invadenti e chiassosi. Rinunciamo definitivamente al miraggio di soluzioni comode, spicciative e infallibili degli angosciosi problemi che travagliano l’umanità. Torniamo alla lenta e aspra ma sicura via del perfezionamento interiore e, pur continuando a vivere e agire nel mondo in conformità ai nostri doveri, alle nostre abitudini e alle nostre inclinazioni, ricordiamo che l’opera nostra più nobile e più preziosa, quella che può dare il più alto senso alla nostra vita è l’opera compiuta nel sacro silenzio del tempio dell’anima. E le rinunce ai comodi paraocchi e alle piacevoli illusioni che ci chiederà l’austera disciplina interiore saranno ampiamente compensate dalla una sempre crescente comprensione del mondo e degli uomini e dalla serena, gioiosa contemplazione delle molteplici e ineffabili armonie dell’Universo.

Roberto Assagioli
Saggezza
Semi di Psicosintesi

01/01/2026

La dissonanza cognitiva: ciò che ci ricorda, chi non la vede, cosa accade quando arriva.

Ci ricorda qualcosa che cerchiamo costantemente di dimenticare, che non siamo creature lineari, ma ammassi complessi di convinzioni, paure, bisogni e narrazioni che si intrecciano e spesso si contraddicono. È la prova vivente che la nostra identità non è mai un blocco compatto, ma una trama fragile in cui le cuciture saltano appena un pensiero inatteso la attraversa. Ogni volta che sperimentiamo la dissonanza cognitiva, è come se una crepa luminosa si aprisse nel muro che abbiamo costruito attorno a ciò che crediamo di essere.

Ci ricorda che cambiare è possibile, ma anche che cambiare fa male. Perché ogni nuova informazione che non coincide con l’immagine che abbiamo di noi stessi, o con la storia che raccontiamo al mondo, ci obbliga a un confronto: rivedere la mappa interna, ridisegnare i confini, o più spesso, fingere che nulla sia accaduto. La dissonanza è dunque, contemporaneamente, una soglia e una minaccia.

Chi è colui che non la vede?
È colui che si è abituato alla superficie. Chi vive di certezze per paura di guardare nei propri abissi. Chi non sopporta l’idea che un proprio pensiero possa essere sbagliato, incompleto o perfino derivato da bisogni che non conosce. Chi confonde l’identità con il dogma, le opinioni con la verità, il proprio punto di vista con il mondo. Colui che non la vede è spesso un devoto della coerenza ostinata: coltiva l’immagine di sé come persona “che sa”, “che ha già deciso”, “che non cambia idea”. È un analfabeta emotivo e cognitivo che non riesce a leggere i segnali interni, a riconoscere che il fastidio, la rabbia o il risentimento non arrivano dall’esterno, ma dallo scontro fra ciò che credeva stabile e ciò che improvvisamente non lo è più. Non vedere la dissonanza significa rimanere prigionieri di sé stessi, incapaci di crescere perché il cambiamento verrebbe vissuto come un crollo, non come un’evoluzione.

Cosa accade nel momento in cui la dissonanza avviene?
Accade qualcosa di simile a un sussulto: una tensione invisibile che si accende nel punto esatto in cui una nuova realtà tocca la nostra vecchia struttura mentale. È l’istante in cui si forma una fenditura, un rumore di fondo che disturberebbe chiunque fosse disposto ad ascoltarlo.

Nel momento in cui avviene, la dissonanza mette in scena un dramma interiore:
La mente percepisce l’incompatibilità.
Due convinzioni non possono convivere e chiedono un arbitrato improvviso.
Il corpo reagisce.
Un’ombra di fastidio, un’irritazione che non si sa spiegare, una difesa istintiva: il segnale fisico di una crepa nel pensiero.
L’ego si allerta.
Si sente minacciato, perché ogni dubbio è una richiesta di ridisegnare ciò che crede immutabile.
La persona sceglie.
O accoglie il conflitto e cresce; oppure lo nega e si rifugia nella rigidità, imputando all’esterno un disagio che nasce dentro.

Lì, in quell’intervallo sottilissimo, si misura la maturità di un individuo: nella capacità di rimanere nella frattura senza scappare, di abitare lo smarrimento come condizione naturale dell’essere pensante.
La dissonanza cognitiva è, in fondo, un invito alla complessità. Ci ricorda che siamo esseri incompleti e che l’unico modo per non diventare caricature di noi stessi è tollerare la frizione tra ciò che eravamo e ciò che potremmo diventare.

Chi non la vede resta fermo.
Chi la sente, anche a costo di soffrire, si muove. E in quel movimento, fragile, incerto, talvolta scomodo, comincia ogni forma autentica di libertà interiore.

Grazie Antonio Ruben

01/01/2026
01/01/2026

🔶 Dopo il ritorno dallo spazio disse: viviamo una “menzogna” senza rendercene conto.

Dopo aver trascorso 178 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, l’astronauta Ron Garan è tornato sulla Terra portando con sé qualcosa di più pesante di qualsiasi strumento o dato scientifico:
una comprensione trasformata del significato stesso dell’umanità.

Dall’orbita, la Terra non appare come un insieme di Paesi, confini e interessi contrapposti.
Appare come un’unica sfera blu, luminosa, sospesa nel buio del cosmo.
Non esistono linee che separano i continenti, né bandiere che delimitano i territori.
A circa 250 miglia sopra la superficie, i conflitti umani si rimpiccioliscono all’improvviso, mentre i legami che uniscono gli esseri umani diventano inevitabili.

Garan racconta di aver osservato i temporali lampeggiare sopra interi continenti, l’aurora muoversi come tende viventi sopra i poli, e le luci delle città scintillare silenziose sul lato notturno del pianeta.
Ciò che lo ha colpito di più non è stata la potenza della Terra, ma la sua fragilità.
L’atmosfera che protegge ogni forma di vita appariva come un sottilissimo anello azzurro, appena visibile, eppure responsabile di tutto ciò che respira, cresce e vive.

Questa visione ha innescato ciò che gli astronauti chiamano “overview effect”,
un profondo cambiamento di prospettiva che colpisce molti di coloro che osservano la Terra dallo spazio.
È la presa di coscienza improvvisa che l’umanità condivide un unico sistema chiuso.
Nessuna copia di riserva.
Nessuna via di fuga.
Nessun pianeta alternativo.

Da qui, Garan ha iniziato a riconsiderare le priorità dell’umanità.
Sulla Terra, la crescita economica viene spesso vista come il fine ultimo.
Ma dallo spazio, questa gerarchia crolla.
La vera priorità dovrebbe essere:
prima il pianeta, poi la società, infine l’economia.
Perché senza un pianeta sano non può esistere né una società né un’economia.

Egli paragona la Terra a un’astronave che trasporta miliardi di membri dell’equipaggio,
tutti dipendenti dagli stessi sistemi di supporto vitale.
Eppure, molti si comportano come semplici passeggeri, non come custodi,
convinti che la responsabilità di mantenere il sistema spetti a qualcun altro.

Dall’orbita, gli inquinanti non hanno nazionalità
e i sistemi climatici non riconoscono confini.
Un danno ambientale in un’area si ripercuote sull’intero pianeta.
Le divisioni che difendiamo con tanta forza sulla Terra,
dall’alto semplicemente non esistono.

Il messaggio di Garan non è idealistico né emotivo,
ma concreto e profondamente realistico.
Se l’umanità continuerà a trattare la Terra come una risorsa infinita,
anziché come un sistema condiviso e fragile,
le conseguenze ricadranno su tutti.

Vedere la Terra dallo spazio non lo ha fatto sentire piccolo,
ma immensamente responsabile.

Perché quando comprendi davvero che stiamo tutti navigando sulla stessa fragile navicella attraverso l’universo,
l’idea di “noi e loro” svanisce silenziosamente,
lasciando spazio a un’unica verità impossibile da ignorare:

esistiamo solo come “noi”.

Da Andrea Battiata

01/01/2026

"Non smettiamo mai di cercarci,
ma non altrove, negli altri o nelle cose.
Cerchiamoci dentro noi stessi,
dove c’è tutto,
perché siamo fatti di mistero e materia divina.
Dobbiamo solo ri/conoscerci, amarci,
essere noi stessi e averne cura,
vivere con profondità e leggerezza,
evolverci verso la luce.
E se vogliamo cercarci fuori
cerchiamoci nelle onde del mare
nel respiro silenzioso degli alberi,
nella luce delle stelle che entra dentro di noi,
nei fiori solitari e selvatici
che crescono sulle rocce.
Immergiamoci nella natura,
nella musica, nella poesia.
E nei momenti di malinconia,
non teniamoci mai le lacrime dentro,
lasciamo che fluiscano,
che ci purifichino.
Sentiamoci parte dell’universo,
viviamo in armonia con noi stessi
e con gli altri.
Ci troveremo,
perché siamo nati per evolverci,
come gli alberi che cercano il cielo."

Agostino Degas

01/01/2026

Nel settembre del 2004, al largo
della North Island, l’oceano davanti a
Ocean Beach sembrava quello di sempre:
acqua fredda, onde regolari, orizzonte
limpido. Un mare che non promette nulla,
ma nemmeno minaccia.

In acqua c’era Rob Howes,
bagnino neozelandese di origine
britannica, insieme a tre colleghi.
Nuotavano in mare aperto,
con la sicurezza di chi conosce bene
quelle correnti e quella costa.
Un tratto di Nuova Zelanda bellissimo,
ma noto anche per la presenza
di grandi predatori.

Poi, senza alcun preavviso, il mare
cambiò linguaggio.

Dal blu profondo emerse un gruppo
di delfini tursiopi (Tursiops truncatus).
Non si avvicinarono per gioco.
Non saltarono. Non cercarono contatto.
Iniziarono invece a muoversi in modo
compatto, preciso, quasi disciplinato,
formando un cerchio stretto attorno
ai nuotatori.

Ogni volta che uno di loro provava
ad allontanarsi, un delfino gli sbarrava
la strada, riportandolo al centro.
Non c’era aggressività, ma fermezza.
Come se il messaggio fosse chiaro
anche senza parole: qui no, resta qui.

All’inizio nessuno capì.
Poi arrivò la consapevolezza.

Sotto la superficie, a poche decine
di metri, si muoveva una sagoma
massiccia e silenziosa: un grande
squalo bianco (Carcharodon carcharias),
lungo circa tre metri. Non attaccava,
non accelerava. Faceva ciò che gli squali
fanno meglio: osservava.

Fu in quel momento che i delfini
cambiarono strategia.

Iniziarono a colpire l’acqua con la coda,
a muoversi in modo sincronizzato,
a mantenere una distanza costante
tra lo squalo e gli esseri umani.
Una barriera viva. Un fronte compatto.
Un comportamento noto agli studiosi:
quando percepiscono una minaccia,
i delfini non fuggono sempre.
A volte resistono.

Per circa 40 minuti, il cerchio
non si spezzò. Lo squalo si avvicinò,
poi rallentò, poi deviò la traiettoria.
Dalla riva, un bagnino e diverse persone
notarono la scena, inizialmente
senza comprenderla. Nessun urlo.
Nessun caos. Solo un silenzio irreale,
rotto dal rumore delle pinne sull’acqua.

Quando il pericolo si allontanò
definitivamente, accadde qualcosa
di altrettanto sorprendente.

I delfini aprirono il cerchio.

Non scomparvero di colpo.
Non fuggirono.
Si spostarono semplicemente di lato,
lasciando libero il passaggio verso la riva.
Come se, ancora una volta, il messaggio
fosse chiaro: “ora potete andare.”

Rob Howes e gli altri nuotarono
verso terra senza fretta, con il cuore
che batteva forte ma le braccia
finalmente libere. Solo una volta fuori
dall’acqua compresero davvero
cosa era successo.

In seguito, Howes raccontò che
non ebbe mai la sensazione di
un “salvataggio spettacolare”,
ma qualcosa di più profondo:
di essere stato incluso, per un
tempo breve ma decisivo,
in un’intelligenza collettiva
diversa dalla nostra.

Gli esperti spiegano che i delfini
non agiscono per altruismo umano,
ma per protezione del gruppo.
Eppure, in quei 40 minuti, quegli
uomini facevano parte del gruppo.

Ed è forse questo il dettaglio che rende
questa storia così potente.

💌 Questa storia insegna che esiste
un’intelligenza che non ha bisogno
di parole. Un’intelligenza che osserva,
comprende, decide insieme.
I delfini non hanno scelto la fuga, né
la violenza. Hanno scelto la protezione.

E forse è questo che dovremmo ricordare:
a volte gli animali ci mostrano ciò
che dimentichiamo più spesso…
che essere intelligenti significa
prendersi cura, non prevalere.

🗞️ Fonte: ABC
📸 Non esistono immagini dell’accaduto:
la foto utilizzata ha esclusivamente scopo rappresentativo

01/01/2026

Porta nell'esperienza tutto te stesso.
Guardando la luna
all'alba,
solitaria, in mezzo al cielo
conobbi completamente me stesso,
nessuna parte esclusa
Izumi Shikbu
Immaginate una vostra foto stampata su un cartoncino spesso e rigido. Ora immaginate che quella foto non ritragga solo il volto e il corpo, ma un'immagine multidimensionale del vostro intero essere, compresi tutti gli aspetti della vostra personalità. Supponiamo che tagliate quel cartoncino in tanti pezzi per farne un puzzle. Visualizzate i centinaia di pezzi sparsi su un tavolo e incominciate a ricostruire il puzzle. Potesti iniziare dagli angoli o dalle parti più riconoscibili, come una mano o un orecchio, o forse dagli occhi, dato che sono considerati lo specchio dell'anima. Ma a un certo punto potreste trovare un pezzo che non vi piace, per esempio, la vostra paura. Magari pensate: "la lascerò fuori". Oppure potreste trovare la vostra lussuria e dire: "no, il mio maestro spirituale mi ha detto che la lussuria non è una cosa buona. Non posso includere questo pezzo".
Potreste cotinuare così, distinguendo i pezzi accettabili da quelli totalmente inaccettabili. Dopo un po', però, non riuscireste più a riconoscervi nel puzzle, perchè vedrestre un'immagine frammentata; non potreste riconoscere l'immagine intera.
A tutti piace vedere se stessi belli e buoni. Vorremmo essere capaci, forti, intelligenti, sensibili, spirituali o, almeno, adeguati. Pochi vogliono mostrare la disperazione, la paura, l'ironia o l'ignoranza, nè vogliono che gli altri sappiano che talvolta sono un disastro.
Eppure, varie volte, ho scoperto che un mio aspetto "indesiderabile", uno di cui in precedenza mi vergognavo e che nascondevo, era una qualità che mi permetteva di affrontare le sofferenze altrui con compassione invece che con paura o semplice pietà. Le mie stesse esperienze di abusi mi consentivano di provare empatia sia verso gli abusati sia verso gli abusatori, in modo da aiutarli a trovare perdono per la loro rabbia e ad accettare la loro paura. Non si tratta di competenza, ma di saggezza ottenuta attraverso le nostre stesse sofferenze, la nostra vulnerabilità e la nostra guarigione: il che ci permette di assistere gli altri. E' l'esplorazione della nostra vita interiore che ci aiuta a gettare un ponte di empatia tra le nostre esperienze e le loro.
Per essere interi, dobbiamo includere, accettare e connettere tutte le parti di noi stessi. Dobbiamo accettare le nostre qualità conflittuali e le apparenti incongruenze tra mondo interiore e mondo esteriore.
Interezza non significa perfezione. Significa che nessuna parte viene esclusa.

Frank Ostaseski - da: "Cinque Inviti"

08/09/2025
08/09/2025

Indirizzo

Via Fiamminghini
Cassano D'Adda
20062

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